Una bella sera, sul finir dell'aprile, Gertrude, che era stata a salutare la signorina Graham prima della sua partenza per la campagna, sedeva in fondo alla corte, piangendo amaramente. Ella teneva in mano un libro e una lavagna nuova; i doni che Emilia le aveva fatto nell'accomiatarsi. Ma il libro era sempre involtato in un foglio, e la lavagna cosparsa di lacrime. Assorta nel dolore di quel distacco (il primo per lei dei tanti da cui la vita è contristata) non udì i passi che s'avvicinavano, nè s'avvide che qualcuno le stava dappresso, finchè non sentì due mani posarsi sulle sue spalle. Si voltò e si trovò tra le braccia di Guglielmo, con la faccia lacrimosa contro la sua faccia ridente.
— Olà, Gertrude! — esclamò egli. — Cotesta accoglienza tu mi fai quand'io vengo a casa una sera entro la settimana per passarla con voialtri? La mamma e il nonno sono fuori, cerco di te, e ti trovo immersa in un mare di lacrime che non mi lascia nemmeno vederti in viso. Via, via, smetti di piangere! Se tu ti figurassi come sei orribile così!
— O Guglielmo! — ella balbettò tra i singhiozzi. — Non sai che la signorina Emilia se n'è ita?
— Ita, dove?
— Lontano, a sei miglia da Boston, per rimanerci tutta l'estate. —
Ma Guglielmo dette in una risata.
— Sei miglia! Una distanza enorme, affemmia!
— Io però non posso più vederla.
— La vedrai l'inverno venturo.
— Ohimè, l'è lunga!