Gaudent et timidos tenere dentes;

Mollem frangere dum pudet rapinam:

Stratis cum modo venerint iuvencis.

Haec clementia non paratur arte,

Sed norunt, cui serviant leones.

Da questi versi vediamo chiaramente quale accurata diligenza si ponesse ai tempi di Domiziano nella celebrazione dei giuochi anfiteatrali; ed inoltre vediamo (il che si legge in altri epigrammi di Marziale) che non sempre, negli anfiteatri, si rappresentarono scene sanguinose. È certo però che i custodi, mansuetarii, sapevano, con altri modi e quando faceva d’uopo, far montare le fiere in furore[76].

Le belve si facevano pervenire in Roma in carri ed in barche, legate o racchiuse in gabbie, secondo la loro fierezza[77]; e per pedaggio v’era un dazio del 40%[78].

I Senatori erano esenti da questo dazio; e Simmaco[79] reclama e dice che il dazio dovrebbe gravare i soli negozianti e speculatori.

Nei graffiti scoperti il 1874 nell’Anfiteatro Flavio, come pure nel bassorilievo Torlonia[80] ed in un musaico del Museo Gregoriano e negli stucchi del sepolcro Pompeiano di Scauro, nonchè in diversi altri monumenti, le belve sono rappresentate avvinte da una lunga e forte corda, od attaccate ad un anello fissato in terra, o strette da una duplice fascia, che cinge alle medesime il petto e la parte anteriore del ventre.

Il trasporto delle fiere si faceva in carri pubblici; e, se questi non erano sufficienti, s’usavano pur anche carri privati[81].