Il già citato Claudiano ci riferisce la difficoltà che incontravasi nell’imbarcare le fiere; difficoltà, però, chè abilmente superavasi dagli agili mansuetarii.

Gli elefanti ed i leoni si spaventavano con le fiaccole: anzi i primi rimanevano atterriti udendo il grugnito del porco, ed i secondi riconducevansi nella cavea facendo velocemente voltar direzione alle ruote di un curricolo[82].

Giunte le fiere alla loro destinazione, l’editor era in dovere di depositarle in luogo sicuro, od anche in casa sua[83]. In Roma s’era costruito un recinto a questo scopo, e si disse vivarium[84], perchè conteneva o racchiudeva belve vive. Il vivarium era un ampio recinto, con celle per le bestie feroci, e con campi e selve per il nutrimento (pascolo) dei cervi, delle damme, delle lepri ecc.[85], che doveano esibirsi nei giuochi. Il famoso e grande vivarium romano era presso la porta Prenestina[86], ed era custodito dai militi delle coorti pretorie ed urbane. Ciò lo rileviamo da un’epigrafe scoperta in Roma l’anno 1710, che porta la data consolare dell’anno 241 dell’età nostra[87].

Le belve si trasportavano dal vivarium all’anfiteatro racchiuse in gabbie: il dì antecedente allo spettacolo si esponevano alla pubblica vista, perchè il popolo traesse idea della fierezza, rarità e numero di esse; e, al principiare dei giuochi, venivano introdotte colle stesse gabbie nei sotterranei.

Gli spettacoli venatorî rappresentavano punti molto variati: voli, scene mitologiche, Orfeo attraente le belve, Prometeo al Caucaso, ecc.; e talvolta l’arena cangiavasi repentinamente in selva o sprofondavasi in una voragine, donde uscivano fiere. Strabone parla di un ladro siciliano, il quale, essendosi fatto chiamare figlio dell’Etna, fu posto su di un’alta macchina raffigurante il monte Etna. Caduta ad un tratto la macchina (pegma), il reo precipitò fra le gabbie delle fiere, le quali pareva covassero in quel monte, e ne fu lacerato.

Le venationes non sempre, come già si disse, erano cruente. Spesso bestie innocue, come lepri, cervi, damme ecc., lottavano tra di loro; talvolta mettevansi insieme bestie di questa natura con quelle di un istinto più fiero, come: leoni, tori, ecc.[88]; ma così ammaestrati a non nuocere, che recava vera maraviglia agli spettatori. Marziale[89] più volte ricorda il giuoco di una lepre che, inseguita da cani, rifugiavasi nell’aperta gola di un leone, senza che questo le recasse danno (?). I leoni s’avvezzavano a sostenere delicati gioghi sul collo; le feroci tigri, i cervi e gli orsi della Libia s’assuefacevano al freno ed al flagello, quasi fossero cavalli; i cignali della Caledonia si lasciavano legare al collo ed alla bocca; i bisonti traevan carri, e l’elefante ballava ai cenni del suo nero maestro[90]. Nerone, nei giuochi che diede in onore di sua madre, fece venire un elefante funambolo, che s’innalzò fino al portico superiore del suo ligneo anfiteatro; cioè a 25 tese, camminando in cadenza sulla corda, e recando un uomo sulle spalle[91].

Ma se questi spettacoli erano alle volte incruenti, non di rado divenivano pur anche sanguinosi. Spesso, mentre le belve lottavano fra loro, si facevano attaccare dagli uomini. In questo caso, i venatores, ben armati ed istruiti dal loro magister, a piedi od a cavallo, vestiti di sola tunica[92], col braccio sinistro difeso da un panno che l’avvolgeva, inseguivano la belva; e con aste o spade, o scoccando strali, davan mostra della loro arte e del loro coraggio[93].

La venatio era ordinariamente un’intrapesa libera e volontaria; ma spesso i padroni punivano i servi colpevoli, e la pubblica autorità i delinquenti, facendoli discendere sull’arena e pugnare colle fiere; e se essi erano rei di delitti gravissimi e capitali, venivano esposti alle stesse fiere legati ed inermi. Così uno di essi fu, sotto le sembianze di Laureolo, esposto ad essere sbranato da un orso; ed un altro sotto quelle di Prometeo, fu esposto alla rapacità di un avvoltoio.

La caccia delle belve precedeva in ordine tutti gli altri spettacoli anfiteatrali: quindi davasi ordinariamente il mattino[94]. Durante la pugna, teneri garzoncelli rimovevano l’insanguinata sabbia sparsa sull’arena: e Marziale[95] racconta che un giorno due di questi fanciulli vennero divorati da un leone, dimentico degli ammaestramenti ricevuti!

Nam duo de tenera puerilia corpora turba,