Il progetto di erigere nel Colosseo un tempietto[792] non venne attuato, sia per non ingombrare il centro dell’arena, sia perchè la chiesuola, detta della Pietà (e della quale già parlammo), trovavasi ancora in istato di discreta conservazione.

I cancelli di ferro, che dovean chiudere i due ingressi, furono suppliti con porte di legno; e sopra le iscrizioni ed i dipinti esterni, raffiguranti i Martiri, furono erette due grandi croci. Tutti gli archi del primo ordine vennero murati, lasciando in essi piccole feritoie, onde dai portici si potesse vedere l’interno dell’edificio; e questa chiusura, attesa la grandezza dell’Anfiteatro, importò una spesa non lieve. Sulla sommità dell’Anfiteatro venne eretta una grande croce di legno, la quale varie volte fu atterrata dall’impeto dei venti e successivamente rinnovata.

Con questi progetti e con questi lavori finirono le vicende del Colosseo nel secolo XVII.

CAPITOLO TERZO. Il Colosseo nel secolo XVIII.

Abbiam visto nel precedente capitolo che in occasione dell’Anno Santo (1675) furono murati tutti gli archi interni dell’ordine inferiore dell’Anfiteatro Flavio. Gli archi esterni però rimasero aperti, ed i portici seguivano ad essere il ricettacolo dei malviventi. Onde impedire un tanto male, il Papa Clemente XI[793] li fe’ chiudere: i portici furono ridotti a deposito di letame, collo scopo di trarne il salnitro per la vicina fabbrica di polvere; ed a questo ignobile uso servirono fino all’anno 1811.

Il 3 Febbraio del 1703 «per effetto del terremoto»[794] cadde un arco dell’Anfiteatro[795]; e coi materiali caduti e con quelli rinvenuti nella fondamenta delle case dei Serlupi, si costruì la scalinata del porto di Ripetta. Il Valesio[796], il Fea[797], ed il Cancellieri[798] descrivono la caduta di quest’arco; anzi quest’ultimo scrive che, essendo caduti tre archi del secondo recinto del lato del monte Celio, e trattandosi di mettere in vendita i caduti travertini, il Papa credè più espediente assegnarli per la scalinata di detto porto. Il ch. Lanciani[799] dice che «nei rogiti originali dei notarî della Camera Apostolica[800] esiste un’apoca di appalto pel risarcimento della strada carrozzabile che dall’arco di Settimio saliva alle stalle del Senatore ed alla piazza del Campidoglio; nel qual contratto si permette a mastro Domenico Pontiano che debba valersi delli massicci o mura cadute del Colosseo».

L’anno 1714 l’erudito mons. Bianchini domandava ed otteneva dal papa Clemente XI il permesso di praticare uno scavo nell’arena dell’Anfiteatro, onde rinvenire il piano o livello primitivo di essa arena. Il lavoro non fu ingente, giacchè alla profondità di 25 palmi tornò in luce l’antico pavimento formato di grosse ed ampie lastre di travertino.

Nonostante la chiusura degli archi, fatta nel 1675, e la diligenza spiegata onde conservare le reliquie del nostro insigne monumento e delle sue memorie; pur nondimeno, e per l’ingiuria dei tempi e per la malizia degli uomini, pochi anni dopo, gran parte di quei muri di chiusura erano a terra. La vastità dell’edificio ed i suoi nascondigli furono nuovamente il richiamo della gente immorale e ladra; e non v’ha chi ignori quanti e quanto gravi disordini, specialmente di notte, vi si tornassero a perpetrare.

Non lungi dal Colosseo eravi un ospizio eretto dal ven. P. Angelo Paoli, carmelitano. Questi, fin dalla sua celletta, osservava attentamente gli eccessi ed i disordini che si commettevano nell’Anfiteatro, ed escogitava ogni mezzo onde eliminare tanto scandalo. Si decise finalmente di darne relazione particolareggiata al Pontefice Clemente XI, nella speranza che questi volesse rimediarvi. Il desiderio del P. Paoli venne soddisfatto; verso l’anno 1714 ottenne un sussidio pontificio; raggranellò anche altre elemosine; e con questo danaro fe’ riparare i muri che chiudevano gli archi esterni; rinnovò i cancelli degli ingressi secondarî, e ai due ingressi principali fece mettere solidi portoni di legno[801]. Restaurò parimenti i muri di chiusura degli archi interni, i quali erano stati danneggiati dalla caduta di alcuni archi. Circa quest’epoca nella parte interna del primo arco, presso l’ingresso occidentale dell’Anfiteatro, fu dipinto un rozzo quadro della città di Gerusalemme e della crocifissione di Cristo; ed intorno all’arena, in varî punti del podio, vennero erette 14 edicolette, sormontate da croci e con pitture rappresentanti i notissimi misteri della Via-Crucis[802].

Il detestabile abuso che i malviventi facevano di un santo venerando edificio, stimolò l’architetto Carlo Fontana[803] ad elaborare un progetto il quale tendeva a rendere l’Anfiteatro un luogo assolutamente sacro, edificandovi un tempio dedicato ai SS. Martiri. Il progetto fu pubblicato all’Aia nel 1725, ma non fu messo in attuazione. Fra le tavole dimostrative dell’opera del Fontana, ve n’è una (la V) che rappresenta l’interno del Colosseo nello stato in cui trovavasi a quei tempi. Nel fondo dell’arena, verso il Laterano, si vede una rozza chiesuola innanzi alla quale sorge una croce[804].