Anche i gladiatori come i venatores, spesso si dedicavano volontariamente a tal mestiere[103], mediante patti particolari concernenti il tempo del servizio e la retribuzione; e chi gl’ingaggiava era in dovere di alimentarli con cibo abbondante, onde potessero acquistare le forze necessarie all’arte loro, dabantur in saginam[104]. Appositi maestri insegnavano ad essi i diversi generi di combattimenti, habebant doctores et magistros, i quali erano per lo più gladiatori emeriti, e venivan detti lanistae[105]: i discepoli dicevansi bustuarii[106]. Oltre al lanista, in ogni collegio, ludus[107], v’era il procurator ed il medicus.
Fra i gladiatori s’iscrissero eziandio persone libere e primarî cittadini, i quali, o per aver dilapidato il loro patrimonio, o per fare cosa grata ai principi, abbracciavano quella barbara professione. Ricevevano essi un determinato salario, detto auctoramentum, laonde furono soprannominati auctorati.
Ma non tutti i gladiatori, ripeto, erano volontarî. Talvolta erano disgraziati prigionieri, vilmente venduti a maestri di scherma; oppure dati agli Imperatori allo scopo di esibirli in siffatti spettacoli; o, finalmente, servi condannati alla pena di morte.
I collegi (ludi) ove dimoravano i gladiatori erano edificî rettangolari, con camere o celle separate e coll’ingresso verso l’interno. Un peristilio della stessa forma avea nel mezzo descritta un’area ovale circondata da sedili. Erano insomma edificati a foggia di piccoli anfiteatri, i quali servivano evidentemente per gli esercizi dei bustuarii.
Negli ultimi tempi della Repubblica i ludi erano così vasti, che Cicerone[108] scrisse ad Attico «Cesare a Capua avere raccolto in un sol ludo 5000 di quella classe di gladiatori appellati secutores». Donde appare quali ingenti spese incontrassero i potenti per stipendiare e mantenere una turba sì enorme; e qual pericolo corresse la Repubblica, allorchè Spartaco, insieme con Crisso, Enomao ed altri trenta; rotto il ludo gladiatorio di Lentulo, in Capua, ed ingrossando man mano la turba di altri gladiatori, schiavi fuggiaschi e scellerati di ogni sorta, pose a soqquadro l’Italia, scorrendola da Capua a Modena, da Modena a Reggio, e minacciando seriamente Roma colla disfatta subita dagli eserciti pretori e consolari.
Allorquando i gladiatori erano per esibirsi in un pubblico combattimento, scrivevan essi il loro nome su tavolette, le quali venivano poscia esposte alla pubblica vista[109]. Nel primo giorno della pugna l’editore dello spettacolo gladiatorio formava le coppie[110]: destinava, cioè, a ciascun gladiatore il suo rivale o particolare avversario. Ciò fatto, prima che i gladiatori venissero alla vera pugna, eseguivano la così detta praelusio[111], vale a dire, schermivano nell’arena con spade lignee, rudibus batuebant[112]. Ad un segno determinato i gladiatori impugnavano l’arma vera, remotis lusoriis armis, e ad decretoria veniebant; prendeva ciascuno la propria posizione, ed avendo lo sguardo fisso alle mosse dell’avversario, s’assalivano a vicenda, alter alterum petens, cercando di scansare possibilmente il colpo vibrato, apta corporis declinatione ictus exibat. Lottando più coppie insieme[113], non di rado accadeva che uno ferisse l’avversario attraverso il fianco di un altro. Allora gridava: habet! oppure hoc habet! è ferito! A questo punto il vinto deponeva le armi, ed alzava le dita della mano destra chiedendo così al principe ed al popolo la missio, ossia il favore di tornare a combattere dopo un giorno di riposo. Per lo più avveniva che il ferito, abbassando le armi, portavasi all’estremità dell’arena e scongiurava il popolo a volergli concedere la vita. Se questo lo voleva salvo, premebat pollicem; al contrario, alzava il pollice se volealo morto. Dietro una crudele negativa del popolo o del Principe, il disgraziato gladiatore ferito, dovea, ad ogni costo, riprendere le armi e proseguire intrepidamente la lotta. Combattendo in tal guisa i due gladiatori Prisco e Vero, con sorte eguale, il popolo, a grandi clamori, chiese per essi la missio. Ma l’Imperatore non volle infrangere la legge: inviò agli spettatori varî doni, onde attendessero con pazienza l’esito del certame; e questo procedè e finì con ugual sorte; giacchè i due gladiatori pugnarono pari, e pari soccombettero: caddero, cioè, ambedue gravemente feriti. Cesare mandò loro le palme e le rudi, premio che, come in breve vedremo, solevasi dare ai gladiatori emeriti[114].
I combattenti distinguevansi fra loro dalle armi e dalla maniera di lottare. I secutores avean per armi la galea (elmetto), il clypeus (scudo) ed una spada (gladius)[115]. Il secutor veniva accoppiato al reziario[116], sicchè ciascun secutore battevasi con un reziario[117]. Questi portava in testa il galerum; e le sue armi erano: una lancia a tre denti (tridens o fuscina) ed una rete[118]. Se gli riusciva di avviluppare nella rete il suo avversario, correva tosto a trafiggerlo col tridente[119], mentre l’infelice secutor, così miseramente avviluppato, procurava liberarsi e difendersi.
I Myrmillones aveano in capo un elmetto gallico, e, per cimiere, l’effigie di un pesce. Per armi usavano uno scudo ed una spada gallica, cioè, senza punta. I loro rivali erano i Thraeces, Trhexes o Traces[120]. Ebbero questo nome perchè usavano le stesse armi ed arnesi dei nativi della Tracia, cioè, la sica e la parma. La sica era un coltello a lama un po’ curva ed a punta acuta; la parma era il piccolo scudo tracio, quadrato nel contorno ma convesso nella superficie[121]. Talvolta il Mirmillone era contrapposto al reziario[122], il quale, durante la pugna, non cessava di ripetere cantando: «Non te peto, piscem peto; cur me fugis, Galle?».
I Samnites[123] aveano per avversarî i Provocatores, detti anche Velites. I primi si dissero eziandio Hoplomachi[124], forse perchè, giusta l’uso dei soldati sanniti, aveano il petto difeso da una spugna[125]; ed erano intieramente armati quasi come legionarî di Roma. Avean per armi: uno scudo d’argento intagliato, ed una spada. Nel braccio destro, che trovavasi indifeso, avevano un bracciale (manica)[126]. Un gambale (ocrea) custodiva e difendeva loro la gamba sinistra[127]: oltre a ciò usavano un cimiero ornato di pennacchi, od un elmo chiuso, con ale (pinnae) ai lati[128], per cui il loro avversario dicevasi Pinnirapus[129].
I gladiatori che, a guisa dei Brettoni, combattevano sui cocchî, ex essedis[130], si dissero essedarii; quelli che cavalcavano bianchi cavalli, ed avevano gli occhi bendati, andabatae[131]; se armati di due spade, si dicevano dymachaeri[132]; quelli finalmente che con un laccio accalappiavano, rovesciavano ed uccidevano l’avversario, chiamavansi laquearii.