Dunque quest’interpretazione si può dire costante e generale, la quale, appunto perchè tale e perchè spontanea, è vera, e forma uno di quei criterî filosofici di verità, i quali ci rendono moralmente certi di una cosa.

E qui potrei conchiudere, ma prima voglio rispondere ad alcune difficoltà che si presentano.

Il Bellori dubita che il nostro Gaudenzio possa essere stato l’architetto del Colosseo perchè in ipso (marmore), così egli, non Amphitheatri sed theatri mentio habetur.

Rispondo innanzi tutto, che:

Pictoribus atque poetis

Quidlibet audendi semper fuit aequa potestas.

Ora, essendo l’iscrizione di Gaudenzio un epitaffio che l’autore ha voluto scrivere con un certo ritmo, è perdonabile che egli abbia detto «teatro» invece di «anfiteatro», giacchè usando quest’ultima voce, l’ultimo verso avrebbe sonato molto male. Di più, non può fare difficoltà che in un epitaffio di questa natura si sia usato il genere per la specie. Ora è certo che la voce «teatro» potè usarsi, e si usò effettivamente anche dai classici, per indicare in genere qualunque edificio o luogo atto a celebrarvi spettacoli[1120]. Dunque lo scrittore del nostro epitaffio avrebbe potuto usare questa voce, anche se fosse stato un letterato. E ciò è così vero, che la legge che riguardava gli spettacoli, fu detta dagli antichi lex theatri: e senza perder tempo in cercar prove per dimostrarlo, valga per tutte quell’iscrizione appartenente appunto all’Anfiteatro Flavio, incisa su di uno dei gradi, ove leggesi:

IB. IN THEATR. LEGE. PL VE...... VR IA

ICET. P.. X I I R

(C. I. L. 6. Pars.add. 32098).