Qual’è la vera lezione, l’antica o la moderna? Fino alla metà circa del secolo scorso si ritenne per vera la lezione da me seguita. Lo Scaligero, il Turnebo, l’Agostini lessero Septimius mons quinticepsos, e su questa lezione fecero i loro lavori[1128]. Il testo seguito dallo Scaligero è anche più antico di quello da me e da altri finora ritenuto, ma similissimo; ed io ho seguito l’edizione pubblicata (dopo quella della fine del secolo XVI) in Roma.
I topografi, come ad es. il Nardini e il Brocchi, seguirono quest’edizione fino alla metà del secolo scorso; il Nibby[1129] poi s’attenne a questa stessa edizione nonostante conoscesse quella del Müller e le varianti accettate e preferite dai moderni.
Come è dunque che i recenti hanno pubblicato un’edizione così diversa da quella, e, per aggiunta, mutila?
Forse han veduto e seguito un codice più imperfetto di quello veduto e seguito degli antichi, o, seguendo l’andazzo dei nostri tempi, hanno corretto il testo secondo le loro opinioni?
Lo Stara-Tedde[1130] scrive: «Nel documento degli Argei (quale la presentano e seguono i moderni) manca l’indicazione del secondo sacello, giacchè dal princeps si passa al terticeps, omettendo il biceps.... omissione che certo non dovea originariamente trovarsi nel documento[1131], ma da attribuirsi allo stato lacunoso in cui ci è pervenuto il testo varroniano». E perchè non seguire il testo Varroniano che ha l’indicazione del secondo sacello?
Nel testo ritenuto e seguito dai moderni manca parimenti quell’Esquiliae duo montes habiti, quod pars Cispius mons suo antiquo nomine etiam nunc in sacreis appellatur.
Varrone[1132] divide l’Esquilino in due prominenze principali: Esquiliae duo montes habiti quod pars Oppius (così legge il Müller), pars Cespius mons suo antiquo nomine. Tanto l’Oppio che il Cispio ci sono noti: gli archeologi ritengono concordemente che il primo risponde a quella sommità dell’Esquilino ov’è S. Pietro in Vincoli; il secondo all’altro ov’è S. Maria Maggiore. L’Oppius è diviso da Varrone[1133] in più località, ognuna delle quali aveva il suo nome speciale. Così: Oppius mons princeps lucum Esquilinum, lucum fagutalem quae sub moerum est. Oppius mons bicepsos simplex. Oppius mons tercicepsos lucum Esquilinum dexterior via in Tabernola est. Oppius mons quadricepsos lucum Esquilinum via dexterior in figlineis est. Septimius mons quinticepsos lucum Petilium. Esquilinus. A suo luogo esamineremo una per una queste località dell’Esquilino. Che il Settimio si debba collocare nell’Oppio e non nel Cispio ce l’indica, la topografia del monte.
Noi abbiamo fra questo e quello una gola che separa le due località dell’Esquilino, e senza perderci in inutili parole, metto sotto gli occhi del lettore la pianta altimetrica dell’ingegnere Francesco Degli Abbati[1134], fatta da noi parzialmente ma fedelmente riprodurre (V. Fig. 15ª).
Quindi non si può cambiare, come fanno i moderni, il Septimius in Cispius, perchè quella prominenza non si trova situata sul Cispio ma sull’Oppio.
Il nome Septimius deriva, a mio modo di vedere, dai sacrifici che si facevano in occasione del Septimontium, i quali, al dire di Festo, si celebravano (per ciò che riguardava il monte Esquilino) in quella parte del monte che si chiamava Oppio. Ed io congetturo che detto sacrificio si celebrasse precisamente in quella cima dell’Oppio che era più prossima al Palatino, centro del Septimontium, e che prendesse il nome di Septimius per specificarla dalle altre cime dell’Oppio stesso. Questo viene confermato dalle parole del lodato Varrone, il quale soltanto a questa e non ad altre prominenze dell’Oppio dà un nome proprio: Oppius mons, princeps; Oppius mons, bicepsos; Oppius mons, tercicepsos; Oppius mons quadricepsos; Septimius mons quinticepsos, ecc.[1135].