Non tutto lo spazio dell’arena era libero ai giuochi, ma attorno al podio girava un’area, larga quanto l’altezza di questo toglieva di visuale agli spettatori. Nell’anfiteatro di Pozzuoli questa zona è larga m. 1,12 circa, ed è limitata da un solco, nel quale vi sono due fori a distanza uguale, che trapassano la vôlta dell’ipogeo. Lo Scherillo opina che in questi fori stessero fissate le aste verticali che sostenevano la rete di bronzo. Nel nostro Anfiteatro questa zona (diremo morta) sarebbe stata proporzionalmente larga m. 2,50 circa: ed appunto a questa distanza dal muro del podio vediamo ricorrere nell’ipogeo una serie di pilastri di massi tufacei, disposti regolarmente attorno attorno e a distanze uguali; ai quali massi furono verosimilmente raccomandate le travi della grande rete, fin da quando (dopo il regno di Domiziano) fu modificata l’arena[253]. Io congetturo che precisamente in quest’epoca, a fine di dare un po’ di luce all’ipogeo (il quale ne avea certamente bisogno), si lasciassero delle aperture munite d’inferriate nel pavimento della zona morta[254].

Per comodità dei combattenti il suolo si ricopriva con strati di arena comune, donde quell’area si ebbe il nome di arena[255]. Si fe’ pur uso di polveri di vario colore, ma ciò potè accadere soltanto in occasione di solenni rappresentazioni. Plinio[256] ci dice che nel Circo Massimo s’adoperò a tal uso la raschiatura di pietra specolare. Caligola e Nerone, in occasione di giuochi straordinarî, vi sparsero il minio e la crisocolla[257]; e da Lampridio apprendiamo che Eliogabalo fe’ cospargere il portico di limatura di oro e d’argento, dolente di non avervi potuto spargere la limatura di elettro[258]. Questo però non potè avvenire nel nostro Anfiteatro, perchè il restauro di questa mole, grandemente danneggiata dal famoso incendio, non fu, come vedremo, compiuto sotto Eliogabalo; ma se ai tempi di quest’Imperatore si fossero potuti dare degli spettacoli nell’Anfiteatro Flavio, anche l’arena di questo sarebbe stata certamente coperta di un tanto prezioso tappeto: sappiamo infatti che quel Principe ripetè una tal pazzia spesso e dovunque: «Idque frequenter quocumque fecit; iter pedibus usque ad equum vel carpentum ut fit hodie de aurosa arena»[259].

L’arena dell’Anfiteatro Flavio vide il pietoso spettacolo narratoci da Marziale[260] e del quale noi già parlammo nell’Introduzione. Due fanciulli mentre rimovevano col rastro la sabbia per coprire il sangue di cui era inzuppata, furono sbranati da un leone.

Nelle estremità dell’asse maggiore[261] v’erano due ingressi, pei quali s’accedeva all’arena. L’ingresso rivolto a Sud-Est dovè essere la porta chiamata libitinense, giacché appunto da quella parte estendevasi la regione II celimontana, ove il Curiosum e la Notitia pongono lo spoliarium, o luogo dove venivano strascinati i gladiatori uccisi ed i mortalmente feriti, per essere finiti a colpi di maglio, se boccheggianti, e poi tutti, spogliati delle loro armi e vesti non appena divenuti cadaveri. Per questa porta fu messo fuori due volte l’elmo di Commodo[262]; per essa si traevano via i caduti e le belve uccise[263]; per essa erano introdotti gli elefanti, gli ippopotami, i rinoceronti e tutti gli animali che per la loro grossa corporatura non capivano nei pozzi; da quella porta finalmente entravano, a mio parere, eziandio i gladiatori ed i bestiarî per combattere nell’arena. Quest’ingresso era in una parola la porta di servizio.

L’altro ingresso è a Nord-Ovest, rivolto cioè alla parte più ragguardevole della Città (vale a dire il Palatino ed i Fori); fu la porta principale, che potrebbe chiamarsi pompae, per la pompa gladiatoria, che da quella usciva sull’arena prima che si desse principio ai ludi.

I gladiatori, vestiti di toga, muniti delle loro armi, e dopo studiate evoluzioni, due per due andavano a presentarsi all’Imperatore, se presiedeva, ovvero al magistrato da lui delegato a presiedere in sua vece, se assente, acciocchè esaminasse le armi. Ora per potersi eseguire quest’esame dall’Imperatore o dal magistrato, faceva d’uopo che i gladiatori salissero fino al parapetto dei suggesti: era dunque necessaria una scala.

Nell’anfiteatro di Pozzuoli venne in luce una piccola scala addossata al muro del podio, dinanzi al pulvinare imperiale. Il can. Giovanni Scherillo, illustratore di quel monumento, opina che quella scala fosse costruita appunto alla scopo indicato. La ragionevolezza della cosa e la scoperta avvenuta nell’Anfiteatro Puteolano ci autorizzano ad argomentare che anche nell’Anfiteatro Flavio vi fosse il mezzo di salire dall’arena ai suggesti.

V’è questione fra i dotti se l’arena primitiva dell’Anfiteatro Flavio fosse o no sostrutta. Le ragioni dell’una e dell’altra opinione le esporrò quando si parlerà degli scavi praticati nell’Anfiteatro[264]. Noi vediamo oggi l’arena sostrutta, come sostrutta la vediamo negli anfiteatri di Capua, Pozzuoli e Siracusa. I sotterranei (hypogaea) servirono per poter dare improvvisi spettacoli. Nelle celle (cubilia)[265] si racchiudevano le belve destinate per lo spettacolo, le quali, per mezzo di elevatori meccanici[266], si facevano (al momento opportuno) sbucare dal pavimento dell’arena. Quanto io asserisco ci è stato tramandato dagli antichi scrittori[267]; e d’altronde così doveva essere, perchè con sicurezza si potessero introdurre nell’arena le belve. Il pavimento dovè essere formato di un tavolato appoggiato su grosse travi; soltanto immaginandolo di tal fatta potremo darci ragione dei repentini cangiamenti di scena, facendosi comparire sull’arena, come vedremo nel seguente capitolo, fiere, monti, boschi artificiali, ecc.

Io congetturo che per introdurre le fiere nelle cellette si facesse così: si accostava la gabbia alla porticina della cella, e sollevato il cancello scorritore della gabbia, la bestia sbucava nella celletta, dove, appena entrata, si racchiudeva, facendo calare la saracinesca di ferro; in tal guisa la belva restava stretta in modo da non potersi muovere, posando sul pavimento mobile di legno, il quale, messo a suo tempo in movimento, la sollevava quasi fino al piano dell’arena: tanto, cioè, quanto bastava alla belva per uscirne fuori di un salto. Questa particolarità me la persuade tanto il maggior effetto che avrebbe prodotto l’impetuoso uscir delle fiere dal suolo, quanto il fatto di quell’orso, che, destinato a sbranare Saturo legato sul ponte de cavea prodire noluit.

Il sollevamento ed abbassamento dei cancelli delle gabbie e delle saracinesche delle cellette, si facevano comodamente dal ballatoio, del quale in breve parleremo, che ricorreva in alto innanzi alle celle.