Qui è necessario determinare che cosa s’intendesse dagli antichi del basso Impero per posticum e portae posticiae, allorquando essi parlavano di anfiteatri.

Il passo di Ammiano: «ut saepe faciunt amphitheatrales ferae, diffractis tandem solutae posticis», ci fa conoscere chiaramente che per postica s’intendevano i luoghi dove erano racchiuse le fiere, e donde queste sbucavano per dare spettacolo di sè nell’arena. Ci fa pur conoscere che questi luoghi erano chiusi alla bocca da sportelli che si disserravano: diffractis posticis; frase che noi troviamo pur usata in una lapide Veliterna dei tempi di Valentiniano[268]: Amphitheatrum cum portis posticiis et omnem fabr.... Arene (sic.). Questa lapide mi sembra possa diradare la nebbia addensatasi attorno alle parole portis posticiis, e ci fa conoscere che tra le riparazioni fatte in quell’anfiteatro furono rinnovati eziandio gli sportelli lignei alle bocche dei postica. Questi sportelli avevano non poca importanza, sia per il meccanismo necessario a disserrarli e richiuderli con prestezza, sia, e molto più, per il risalto e gradito effetto che acquistava per essi lo spettacolo della venatio. Di questo gradito effetto ce n’è prova un testo di Vopisco[269], il quale deplora l’immissione nell’arena di cento leoni, fatta da Probo una missione, e la loro insipida uccisione per il mancato effetto del furioso slancio delle fiere, che soleva avvenire quando (diremo con Ammiano) diffractis tandem solutae posticis, balzavano sull’arena: ed io opino che questa sia la ragione per cui siffatti sportelli li troviamo ricordati nelle lapidi commemorative di restauri eseguiti negli Anfiteatri dopo il loro deperimento nella decadenza dell’Impero, gloriandosi i restauratori di avere con ciò rimessa l’arena nel suo perfetto essere.

E qui è bene notare che le aperture dalle quali nei giuochi si facevano uscire le belve, si dissero in ogni tempo portae. Le parole di Plauto[270] son chiare: «Citius a foro fugiunt, quam ex PORTA ludis cum emissus ut lepus»; parola con cui dopo l’invenzione degli anfiteatri furono chiamate anche le bocche delle cellette dalle quali uscivano le fiere, e quindi anche gli sportelli che le chiudevano; come accade anche adesso, che si dice porta tanto il vano che l’imposta che lo chiude.

Conosciuto ciò che fossero negli anfiteatri i postica e le portae posticiae, vediamo dove quelli e queste fossero.

Le bocche dei postica doveano comunicare coll’arena, se da essi sbucavano le fiere. Negli anfiteatri non v’erano che due porte che immettessero nell’arena, e queste due grandi porte si trovavano alle estremità dell’asse maggiore: una era la principale, e potremmo dirla pompae; l’altra era la libitinensis. A nessuno potrà cadere in mente che da queste porte sbucassero le fiere propriamente dette. Nella parete poi che attorniava l’arena e sosteneva il terrazzo del podio, non v’erano nè potevano esservi porte a quel fine, perchè dietro di quella parete girava un corridoio, il quale era destinato, come in breve vedremo, ad uso delle persone ragguardevoli che occupavano il ripiano del podio. Ma anche dato e non concesso che nella parete attorno all’arena vi fossero state porte allo scopo suddetto, come queste si sarebbero potute chiamare posticae se stavano davanti?!...

Ma dove adunque dovremo noi ricercare il luogo per il quale le fiere sbucavano nell’arena? Non altrove che nell’ipogeo dell’arena stessa: in quei pozzi stretti, oscuri e necessariamente coperti da sportelli di legno. Se poi mi si domandasse la ragione per cui quei pozzi si fossero potuti chiamare postica (almeno dal sec. IV in poi, epoca degli esempî che possediamo), risponderei:

Il sostantivo neutro posticum ha due significati: 1º uscio di dietro della casa; 2º bottino degli agiamenti[271]. In questo secondo senso gl’interpreti ed i lessicografi spiegano quell’appositum posticum di Lucilio[272]: Pistrino appositum posticum — sella, culina. — Ed invero le cellette in cui si racchiudevano le fiere, per poi da esse farle sbucare sull’arena, aveano la forma di veri bottini; cosicchè non disse male Ammiano allorchè scrisse che Massimino era furibondo come erano spesso le fiere anfiteatrali, quando uscivano finalmente libere dai disserrati bottini. E qui si noti che nella lapide Veliterna del IV secolo cadente, che noi già riportammo, non si legge portis posticis, porte, cioè, della parte posteriore dell’anfiteatro (espressione, d’altronde, da non potersi intendere, come saggiamente osserva il ch. Lanciani[273], che relativamente a quegli anfiteatri i quali stanno sul limite estremo di una città, ovvero in quelli che avevano o uno o due o quattro soli ingressi, ovvero a metà incassati sotterra), ma portis posticiis, con due i, ossia gli sportelli dei bottini. Una porta appunto posticia era quella che una leonessa (per non offendere i ss. Taraco e compagni, tornatasene al bottino donde era uscita, e trovatane chiusa la bocca) tentò di rompere coi denti.

Nell’Anfiteatro Flavio le celle per le fiere erano 72, disposte in quattro corsie parallele all’asse maggiore[274].

Cinque ambulacri, tre rettilinei e due mistilinei, fiancheggiavano le corsie che contenevano le celle. Parallelamente ai lati curvilinei degli ultimi dei cinque ambulacri ne correvano altri due, comunicanti tutti fra loro. Negli ambulacri venivano all’occorrenza disposte le macchine (pegmata), le quali, fatte uscire dalle aperture del pavimento dell’arena, andavano crescendo, e talora si elevavano ad altezza considerevole[275]. Queste macchine, dal regno di Vespasiano a quello di Adriano, si costruirono sulla summa Sacra Via, nell’officina summum choragium. In Marziale[276] leggiamo:

Inde sacro veneranda petes Palatia clivo,