Plurima qua summi fulget imago ducis.

Nec te detineat miri radiata Colossi.

Quae Rhodium moles vincere gaudet opus,

Flecte vias hac. . . . . . . . . . .

E nel libro Spectaculorum, Epig. II, dice:

Hic ubi sidereus proprius videt astra Colossus

Et crescunt media pegmata celsa via.

Lo deduciamo pur anche dalle osservazioni che l’architetto Apollodoro fece ad Adriano: «quod sublime illud (il tempio di Venere e Roma) et vacuum fieri oportebat, ut ex loco superiori in Sacram Viam magis conspicuum esset et in concavitate machinas exciperet, ita ut latenter in eo compingi et ex occulto in theatrum duci possent»[277].

Dopo l’edificazione del tempio di Venere e Roma, quell’officina fu traslatata nella regione d’Iside e Serapide, e là ce la ricordano i ragionarî del secolo IV; ma anche così distava poco dall’Anfiteatro.

Nell’ambulacro centrale e nei due laterali v’erano, addossate alle pareti, delle branche di scale, per le quali s’ascendeva ad un ballatoio, che ricorreva in alto dinanzi alle celle delle fiere.