[42]. Suet., Calig., 21.

[43]. Tac., Ann. XIII, 31. Suet., Ner., 12.

[44]. Nel Dizionario epigrafico del De Ruggieri leggesi: «Nella Campania gli anfiteatri esistettero prima che in Roma. In Pompei si costrusse nel 684 d. R.». (Lett. A. Roma 1895). Allude senza dubbio agli anfiteatri stabili. Il Guazzesi, in una dissertazione tenuta in Cortona sugli anfiteatri etruschi e particolarmente su quello di Arezzo, cercò dimostrare che i Romani appresero dagli etruschi l’idea ed il modello per fabbricare anfiteatri. (Cf. Saggi di dissertazioni accademiche lette nell’accademia di Cortona. Roma 1738, p. 9). Ma il suo lavoro incontrò molte critiche, alle quali egli rispose con un Supplemento alla dissertazione degli anfiteatri toscani ecc. Venezia 1739. (Cf. Raccolta di opuscoli scientifici e filologici. Tom. XX, p. 427). Il Guattani (Roma descritta ed illustrata. Tom. II, p. 2) crede che i Romani apprendessero dagli Etruschi l’uso e la forma tanto dei teatri quanto degli anfiteatri. — Similmente e più recentemente, il Nispi-Landi (Storia dell’ant. città di Sutri, p. 527, Roma 1887), seguendo l’opinione del Dennis, scrisse di ritenere come molto probabile che gli anfiteatri sorti a Roma si modellassero massimamente su quello di Sutri, come più vicino. Noi siamo intimamente persuasi di quanto affermiamo nel testo.

[45]. Le naumachie si diedero nell’anfiteatro rarissimamente e come spettacoli straordinarî. A suo luogo parleremo diffusamente di questi navali combattimenti.

[46]. Talvolta il volgo chiamò l’anfiteatro arena, ed anche, come vedremo, cavea. Tacito scrisse: Spectacula gladiatorum idem ille annue habuit, pari magnificentia ac priora: sed faeminarum Senatorumque illustrium plures per ARENAM faedati sunt. — Giovenale:

. . . . et municipalis ARENAE

Perpetui comites.

In Suetonio leggiamo: Equestrem ordinem ut scenae ARENAEQUE devotum assidue procedit. In Capitolino: Multus qui secum in ARENA pugnassent, se Praetores videre. E nell’editto degli Edili: Quive in ARENAM depugnandi caussa ad bestias intromissus fuerit. — E qui ci domandiamo: Perchè l’anfiteatro si disse pur anche arena? Non v’erano per avventura strati d’arena anche sul suolo degli stadî, ecc.? Una sagace risposta ce l’offre Lipsio (De Amph. lib. III): Strata: sed non admissa, cave credas, quotiensque damnari in arenam, arena mitti, taliaque in Iurisconsultis sive historicis legis? caute accipias de ferro tantum, aut cultro, idest, gladiatoribus: aut VENATIONE, et magis pro ista. Imperator quidem clare discriminat ecce a circo. (Lege VIII, Cap. de repudiis): Nec ullo modo uxorem expellet nisi adulteram, vel circensibus, vel theatralibus, vel ARENARUM spectaculis se prohibente gaudentem. Anche il circo, benchè più raramente, si disse arena (v. Maffei, loc. cit., p. 98).

[47]. Eziandio la voce cavea fu usata in luogo di anfiteatro. In Ammiano (l. XXIX) leggesi: Alter in amphitheatrali CAVEA, cum adfuturus spectaculis introiret. In Tertulliano: (Contra Marcion.): Quid? non in omnem libidinem ebullis? non frequentas solemnes voluptates circi furentis et CAVEAE saevientis, et scenae lascivientis? Salviano scrive: Quidquid immoderationis in circo, quidquid furoris in caveis. G. Firmico: Nati subsidere caniculae, erunt venatores, arenarii, parabularii, et qui sub conspectu populi in CAVEIS cum feris pugnent. E Prudenzio:

Quid pulvis CAVEAE semper funebris et illa