[112]. Di qui, a quanto pare, nacque la voce battaglia.

[113]. Ed allora i gladiatori si dicevano Catervarii. Suet., Cal. 30.

[114]. Ulpiano fa distinzione fra i gladiatori condannati ad gladium, e fra quelli condannati ad ludum. «Nam, dice, ad gladium dannati, confestim consumuntur, vel certe intra annum debent consumi; enimvero qui in ludum damnantur, non utique consumuntur, sed etiam pilleari et rudem accipere possunt post intervallum. Siquidem post QUINQUENNIUM pilleari: post TRIENNIUM autem rudem induere iis permittere». I Rudiarii (ossia i gladiatori che avevano riacquistato la libertà) non tornavano a pugnare nisi pretio aut sponte inducti; ed eran soliti di consacrare le loro armi (e talvolta anche i premî) a Ercole gymnasiorum deo.

[115]. Xiphil., LXXII, 19. — A questa classe di gladiatori apparteneva Commodo, il quale si vantava di essere il primo fra i secutores, e di aver ucciso molti reziarî (Lampr., in Comm. XV).

[116]. Isid., Orig. XVIII, 52; Cf. Artemid. Oneicr. II, 33.

[117]. Iuv., VIII, 210; Suet., Calig. 30.

[118]. Is., Or. XVIII, 57. — Probabilmente l’uso della rete ebbe origine dal fatto di Pittaco, del quale parlano Laerzio (l. I) e Strabone (l. XXIII). Essendo Pittaco capitano dei Mitilenei combattè col capitano degli Ateniesi in figura di pescatore; e, dopo aver avvolto l’avversario nella rete che seco avea portata nascosta, lo ferì col tridente e col coltello. In un medaglione di Gordiano Pio, illustrato dal Bonarroti, si ha l’effigie di un reziario che tira a sè il competitore, il quale ha il capo avvolto in una rete. Questo stesso s’osserva in un bassorilievo affisso presso la tomba di Cecilia Metella.

[119]. Terribile era il gladiatore Ermete, ricordato da Marziale. Costui pugnava in tre diversi modi: all’uso, cioè, dei Sanniti, dei Reziarî, degli Andabati; e non avea bisogno di suppositizi, ossia di gladiatori che supplissero a lui stanco o ferito (Mart. lib. V, Epig. LII). Il tridente era un’arme micidialissima. Una volta cinque reziarî restarono soccombenti ad altrettanti secutori, ma al momento di esser trafitti, uno di essi, ripreso il tridente, uccise con questo tutti i vincitori. Lo stesso Caligola deplorò la fierezza di quell’atto (Suet., Cal. 30). Ad Arnobio, quando vedeva l’immagine di Nettuno col tridente in mano, sembrava di vedere un gladiatore (l. 6).

[120]. Sen., Q. N. IV, 1.

[121]. Un esempio l’abbiamo in una lampada figulina illustrata dal Rich. (Dictionary of Roman and Greek antiquities. London 1860, v. Thrax.).