[102]. In origine, come è noto, gli spettacoli gladiatorî erano privati. Divenuti pubblici, si eseguirono nei fori, nei circhi, nei teatri, ecc.: e finalmente negli anfiteatri, i quali come si disse, sono, per ragion di età, gli ultimi edificati pei pubblici spettacoli.

[103]. Invaghiti, senza dubbio, dalla gloria passeggiera di vedersi applauditi dagli innumerevoli spettatori. Questa gloria effimera, non poche volte, chiamò nel numero dei gladiatori anche, come dicemmo, uomini liberi, senatori, patrizî, magistrati, e finanche qualche donna; e, finalmente, pure qualche imperatore, come, per es., Commodo.

[104]. I gladiatori volontarî venivano sottoposti ad un giuramento speciale, col quale s’obbligavano di obbedire al loro padrone, ancorchè questi ordinasse la loro uccisione. Una formola di questo giuramento la trovo nel Satyricon (cap. CXVII) di Petronio. Eccola: «Uri, vinciri, verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus iussisset, tamquam legitimi gladiatores, domino corpora, animisque religiosissime addicimus».

[105]. Suet., Iul. 26; Cic., pro Roscio Amer. 40; Iuv., VI, 16; XI, 8. I lanistae facevano esercitare i loro discepoli (familiae di gladiatori. Suet., Aug. 42) con spade lignee (rudes). Suet., Calig. 32, 54.

[106]. Serv., ad Virg. Aen. X, 519. — L’Henzen dice che tutti i gladiatori che pugnavano ad sepulchra si chiamarono bustuarii; loc. cit., p. II.

[107]. In Roma i principali collegî gladiatorî erano: il Matutinus, il Gallicus, il Dacicus, ed il Magnus. Di quest’ultimo ludus si conserva il disegno nella pianta marmorea di Roma, che trovasi in Campidoglio. V. Canina, Arch. Rom., Tav. CXXXIV.

[108]. L. VII, Epist. XIV.

[109]. Quest’atto, come è noto, i latini lo denotavano colla frase proponere, pronunciare, ostendere munus.

[110]. Componebat, comparabat, committebat gladiatores.

[111]. Cic., De orat. 11, 78, 80; Ovid., Ars Am. III, 515. Sen., Ep. 117.