[161]. Lips., (loc. cit.) dice a questo proposito: «non male S. Rufus ambigue inscripsit, Flavii Amphitheatrum, etsi fama et vulgus Tito magis adiudicavit: sive favore quodam in illum, sive potius ex romano ritu, quo receptum opera censeri a dedicante».
[162]. Frick, loc. cit. p. 117: — Domitianus Imp...... Amphitheatrum usque ad clypea.
[163]. Bull. della Comm. arch. comun. di Roma, p. 272 e sgg. Anno VIII, serie seconda, 1880. Sui loca adsignata in amphitheatro ai fratelli Arvali, nella prima assegnazione dell’anno 80 fatta da Tito, abbiamo uno splendido documento negli atti del Collegio dell’anno medesimo. V. Marini, Arvali p. 224; Canina, Edif. 3, 26; Hübner, Ann. Inst. 1856, 62 sg.; Mommsen, Ann. Inst. 1859, 125; Henzen, Arv., p. 106 et sg.; C. I. L. VI, p. 506. — Ecco l’importantissimo documento, inciso, disgraziatamente, da uno scalpellino idiota o poco meno:
[164]. Vitruv., De arch., l. IV, c. V, 12: Sunt autem, quae iisdem columnis imponuntur capitulorum genera, variis vocabulis nominata: quorum nec proprietates symmetriarum, nec columnarum genus aliud nominare possumus, sed ipsorum vocabula traducta et commutata ea Corinthiis et pulvinatis et Doricis videmus, quorum symmetriae sunt in novarum scalpturarum translatae subtilitatem.
[165]. L’Arco trionfale di Tito sulla Via Sacra. V. Nibby, Roma Ant. Part. I, p. 295.
[166]. Nell’interno dell’Anfiteatro si veggono tuttora 26 capitelli di quest’ordine. Essi sono semplici, senza intagli, ma di discreta proporzione e di una ben intesa esecuzione. E se alcune parti secondarie di questi capitelli furono lasciate in abbozzo, fu senza dubbio in considerazione della grande altezza in cui si dovean collocare, e della vastità dell’edificio. Presento al lettore la riproduzione di un capitello tratta dalla fotografia che io stesso ho fatto fare. (Vedi Fig. 1ª).
[167]. E qui sorge una difficoltà. Uno dei capitelli marmorei del colonnato del sommo meniano è ricavato da un blocco di marmo che ha incisi i residui di un’iscrizione monumentale. Come spiegare questo fatto? — I restauri ingenti fatti da Eliogabalo e da Severo Alessandro nell’ultimo piano dell’Anfiteatro (ove la parete di travertini è internamente rivestita di una cortina laterizia dell’epoca di quei Cesari) mi pare possano far dileguare questa difficoltà. In quella vasta riparazione (resa necessaria dai danni causati dall’incendio del 217), alcuni dei capitelli furono certamente rinnovati. D’altra parte, l’uso comune in quell’epoca, di adoperare pietre appartenute ad altri edifizî, è a tutti noto; e il timpano, a mo’ d’esempio, del Portico d’Ottavia, nonchè alcuni punti della muraglia di travertini dell’ultimo piano dello stesso Anfiteatro Flavio ce ne sono una prova patente. — D’altronde quel capitello, coi residui della monumentale iscrizione, potrebbe anch’essere dell’epoca Domizianea; giacchè una parte dei materiali appartenuti ai distrutti edificî neroniani furono senza dubbio adoperati nell’edificazione dell’Anfiteatro. — Il frammento d’iscrizione rimasto sulla faccia superiore del capitello, ha (tra le poche parole tronche) queste tre lettere: NER (Nero?). Generalmente si supplisce NER (vae?). V. Lanc., loc. cit., p. 217; c. I, l. VI, part. 4ª, n. 32255. Ma del resto si presta pur anche al supplemento da me proposto. Vicino a questo capitello ve n’è un altro con quattro testine rappresentanti Medusa.
[168]. Nell’anno 80 d. C., Tito occupava il consolato per l’ottava volta, insieme a Domiziano, il quale era console per la settima volta.