[515]. Codex Theod. l. XV, t. XII, De Gladiat. 1-2.

[516]. Loc. cit. p. 220.

[517]. Allude alla costituzione costantiniana del 325.

[518]. Ibid. l. IX, De poenis 1, 8. et 11. Di qui si deduce che prima di quell’epoca i cristiani si condannavano agli spettacoli anfiteatrali. Ma di questo tratteremo alla parte IV, quest. 3.

[519]. Cod. Theod., l. XV, t. XII, De Gladiat.

[520]. Prud., l. II, contra Symmach. — Edit. Dressel. Lipsiae 1860 v. 1109 e seg.

[521]. Non certo perchè a Prudenzio piacessero le venationes, nelle quali v’era sempre pericolo di spargere sangue umano, ma perchè egli comprese che sarebbe stato inutile esigere in quel tempo l’abolizione di tutti gli spettacoli anfiteatrali.

[522]. Teodoreto, 5, 26.

[523]. Cf. Tillemont, Hist. des Emp. 5, 533, seg.; il Nibby, Roma ant., I, 88; il De Rossi, Bull. Arch. crist. 1868, p. 84. — V’ha chi dice (Gori loc. cit. p. 78) essere molto difficile che Onorio si facesse convincere dagli argomenti di Prudenzio; e che non ha ombra di storica verità il racconto del monaco Telemaco, inventato (sic) da Teodoreto. Per potere asserire ciò, fa di mestieri provare che i ludi gladiatorî non ebbero fine sotto «QUEL PRINCIPE RELIGIOSISSIMO», e l’assoluta insussistenza dell’uccisione di Telemaco; e che Teodoreto, scrittore del V secolo, e quindi coevo al fatto da lui narrato, fosse o un ignorante o un falsario, o ambedue le cose insieme. In ogni modo le ragioni addotte dai contradittori non mi persuadono. Qualche argomento negativo, i punti esclamativi, le ironiche espressioni e qualche invettiva, se sono sufficienti per far prorompere in applausi coloro che non vissero IN TEMPI DI ECCESSIVA CREDULITÀ, sono argomenti affatto invalidi per una mente sana e non preoccupata, benchè pensante in tempi di eccessiva incredulità.

Il ch. P. H. Grisar (Roma alla fine del mondo antico, p. 33, Roma 1908) è dello stesso mio parere. Ecco le sue testuali parole: «Tuttavia sì barbaro sollazzo doveva sotto Onorio essere l’ultimo in Roma. Un pio monaco messosi per entro la calca del popolo era penetrato nel Colosseo. Gli spettatori, intenti ai certami, avran fatto poca attenzione ad un semplice asceta, forestiero, ignoto e comparso là in quelle sue grosse e povere vesti. Or mentre ferve la pugna ed il sangue comincia a scorrere, lanciasi d’improvviso il monaco sul parapetto, e corre difilato a separare i combattenti. Tutti collo sguardo si rivolgono a lui solo, che a gran voce in nome di Gesù Cristo ingiunge di desistere ed appella ai diritti della religione, che vuole bandita tanta crudeltà. Era da prevedersi che subito dopo il primo stupore la vampa degli animi accesi si sarebbe rivolta contra di lui. Il magnanimo diviene incontanente bersaglio al furore non meno degli spettatori che dei lottatori. Egli cade trafitto in mezzo a coloro che voleva salvi. Il sacrificio della sua vita suggella in tal guisa i suoi ammonimenti. — Non sappiamo, prosegue, se lo spettacolo finisse tosto che il cadavere fu trascinato fuori dell’arena; ma possiamo credere, che quando al delirio della passione, onde era stata invasa la radunanza, successe la tranquillità e la riflessione, si cominciò a sentire pietà dell’animoso pellegrino. Fatta indagine, si scoprì che il monaco trucidato, il quale, a quanto pare, chiamavasi Telemaco, abbandonata la sua patria in Oriente, avea pellegrinato a Roma, guidato dall’idea di levarsi contro i giuochi de’ gladiatori, sperando che, ove fossero tolti in Roma, sarebbero senza dubbio aboliti nel resto del mondo cristiano. Il suo scopo fu raggiunto: l’imperatore, tutto commosso per un atto sì eroico, emanò severissima legge che proibiva per sempre tali giuochi in Roma».