E le cortecce del color del croco»[505].

Contro il costume dei suoi antecessori, sembra che Diocleziano non abbia dato nell’Anfiteatro Flavio solenni giuochi, neppure allorchè venne in Roma per celebrarvi i vicennali. Il Muratori[506] dà di questo fatto, quasi singolare, la spiegazione seguente:

«Parla ancora (Lattanzio) di sontuosi conviti dati in questa occasione da Diocleziano, ma non già dei solenni giuochi, siccome costumarono i precedenti Augusti, perchè egli, studiando il più che potea il risparmio, si rideva di Caro e d’altri suoi predecessori, che secondo lui scialacquavano il danaro nella vanità di quegli spettacoli. Uscirono perciò contro di lui varie pasquinate in Roma; e non potendo egli soffrire cotanta libertà ed insolenza, giudicò meglio di ritirarsi da Roma e di andarsene a Ravenna verso il fine dell’anno, senza voler aspettare il primo dell’anno seguente, in cui egli doveva entrar Console per la nona volta».


Ed ora eccoci ai Cesari cristiani. Costantino, nell’anno 325, che è l’anno del Concilio Niceno[507], diresse da Berito (Beirut) a Massimo una legge[508], colla quale proibiva universalmente gli spettacoli gladiatorî, e li vietò non soltanto per aver letto i libri di Lattanzio Firmiano[509], ma molto più perchè il cristianesimo fu mai sempre nemico acerrimo della barbarie e d’ogni crudeltà. «Sono notissime, dice il ch. Lanciani[510], le fasi della lotta lunga e pertinace sostenuta dalla nascente civiltà cristiana e dal mitigarsi della fierezza degli antichi costumi contro i giuochi gladiatorî».

Già nel 315 Costantino ordinava ad Eumelio (il quale nell’anno seguente diveniva vicario dell’Africa) di togliere l’uso di marcare in fronte con ferro rovente i gladiatori condannati a morte; e ciò, per non disonorare il volto umano, in cui si traluce sempre qualche vestigio della beltà celeste[511]. Dalla stessa Berito emana Costantino un’altra legge, vietando assolutamente ai giudici di condannare i rei alla condizione gladiatoria; e comanda che questa pena sia commutata co’ lavori forzati alle miniere, affinchè, senza spargimento di sangue, il reo subisca la pena dei suoi delitti: nell’ozio civile, e nella domestica quiete non piacciono gli spettacoli sanguinosi[512].

Ma il popolo amava troppo i vietati divertimenti! Non era prudente urtare soverchiamente la sua passione; e quindi fu mestieri tollerare ancora gli spettacoli nell’Anfiteatro Flavio. Ce n’è testimonio S. Agostino[513], il quale narra che circa l’anno 390 venne in Roma Alipio, il quale fu talmente violentato dai suoi amici a portarsi al nostro Anfiteatro, onde assistere ai ludi gladiatorî, che finalmente s’arrese. Alipio era cristiano; l’avea battezzato S. Ambrogio in Milano; e, nell’accondiscendere ai suoi amici, fè proposito di assistere ai giuochi cogli occhi chiusi. Resistè per molto tempo in questa posizione; ma verso la fine dello spettacolo, il popolo, per una singolare presa di gladiatori, proruppe in una grande acclamazione; e il povero Alipio non potè più a lungo resistere: fu vinto dalla curiosità, aprì gli occhi, e alla vista dello spettacolo rimase ferito nel cuore: spectavit, clamavit, exarsit, abstulit secum insaniam, qua stimularetur redire et alias trahens.

Anche fuori di Roma si proseguì a dare qualche spettacolo gladiatorio. Labanio Antiocheno[514] afferma che, solo quattr’anni dopo la legge suddetta, il suo zio materno diede in Antiochia una meravigliosa giostra di gladiatori.

Nell’anno 357 l’Imperatore Costanzo ordinò ai munerarii, sotto multa di 6 libbre d’oro, di non adescare col danaro i soldati; e proibì, in pari tempo, a coloro che avessero una dignità palatina, di ascriversi al detestabile ceto gladiatorio. Stabilì inoltre di rimettere ai maestri dei cavalieri e dei pedoni, nonchè ai governatori di palazzo, i militi e palatini che spontaneamente si presentassero al detto munerario per divenire gladiatori[515]. Nel Lanciani[516] leggiamo: «Costanzo e Giuliano ai 16 di ottobre del 357 indirizzarono ad Orfito pr. urb. altra costituzione sullo stesso argomento[517], confermata da Arcadio e da Onorio nel 397. La mala usanza prevalse ad onta di tutti quegli editti».

Gl’Imperatori Valentiniano e Valente (a. 364) ordinarono a Simmaco, Prefetto di Roma, che nessun cristiano, per qualsivoglia delitto, venisse più condannato ai ludi gladiatorî[518].