I posti si distinguevano fra loro per una linea che trovavasi nei sedili stessi, ed il luogo assegnato dicevasi locus. Per evitare ogni possibile confusione, ciascuno spettatore dovea premunirsi di una tessera d’ingresso, la quale presentavasi ai designatores: a quegli ufficiali, cioè, che si trovavano in ciascun vomitorium. Nella tessera indicavasi il cuneus, il gradus, ed il posto o i posti da occuparsi; così, p. e., CVN. III. GRAD. IV. LOC. I.
I falliti e coloro che aveano disperse le loro facoltà, venivano confinati in luogo separato[52].
I sedili spettavano a coloro i quali li occupavano, purchè appartenessero al rispettivo ordine gerarchico; ma lasciati, anche per breve tempo, perdevansi. Ciò si deduce chiaramente dalle parole che Augusto diresse ad un cavaliere romano. Io, disse questo Imperatore, quando voglio desinare, me ne vado a casa. Il cavaliere rispose: Tu puoi farlo, perchè non temi ti venga da altri occupato il posto[53].
Era severamente proibito ai graduati assistere agli spettacoli senza indossare l’abito che noi diremmo di etichetta[54]. I semplici cittadini doveano indossare la toga. Si riteneva per cosa indecente il bere mentre celebravansi spettacoli anfiteatrali[55]; e Lampridio dice di Commodo esser questo stato uno spudorato, precisamente perchè soleva bere nell’anfiteatro.
Gli spettatori sedevano su appositi assi lignei, stesi sui gradi di pietra. Ai tempi di Caligola i Senatori usarono cuscini, onde non sedere sulla nuda tavola[56]. Più tardi i Senatori sederono sulle seggiole, e i loro cuscini passarono agli Equites. Augusto sedè su di una sedia curule[57]: Tiberio e Seiano usarono sedie dorate[58].
La forma di queste sellae si vede in molte medaglie; la materia ce l’indica Orazio[59], il quale le dice «curule ebur», d’avorio; esse competevano a varie dignità[60].
Seneca[61] rammenta che dal fondo dell’anfiteatro si facevano salire fino alla cima liquidi odorosi, i quali schizzando in aria, spargevansi a guisa di minutissima pioggia. Queste effusioni si dissero sparsiones, o, come leggesi presso l’altro Seneca[62], pioggia profumata.
Gli spettatori venivano riparati dai raggi del sole da tende, vela; e queste costituirono poi il famoso velarium, di cui ben presto parleremo.
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Gli spettacoli che si celebravano nell’anfiteatro facevano parte, come tutti gli spettacoli, della religione pagana; ed erano sacri: la caccia a Diana[63], i combattimenti gladiatorî a Marte[64]. Prudenzio chiama i ludi gladiatorî triste sacrum.