Le venationes proseguirono a celebrarsi fino al secolo VI. Quantunque la lotta degli uomini colle belve fosse pur essa sanguinosa, nondimeno i principi e gli scrittori non la riguardarono molto dal lato umanitario. Due, a mio parere, ne furono le ragioni: 1.º, perchè era quasi impossibile l’intiera, simultanea e repentina abolizione degli spettacoli gladiatorî e venatorî, pei quali, come è noto, i popoli nutrivano tant’affetto; 2.º, perchè i bestiarî od arenarî erano quasi tutti rei di delitti capitali, e quindi doveansi sottoporre all’estremo supplizio; perciò si credè più opportuno ed umano che morissero uccisi dalle belve, piuttosto che per mano de’ loro simili.

Nel 399, per celebrare e solennizzare il consolato di Flavio Manlio Teodoro, si diedero nell’Anfiteatro delle cacce; e Claudiano, nel panegirico che pronunziò di quel console ed in quella occasione[524], passò in rassegna le fiere che in quella venatio dovean irrigare di sangue l’arena.

Essendo Imperatore Teodosio e Placido Valentiniano (a. 442), le venationes erano ancora in vigore, giacchè sappiamo che il Prefetto Rufo Cecina Felice Lampadio, restituì, come vedremo nel seguente capitolo, l’arena, il podio, ecc. A suo luogo riporteremo le lapidi che ricordano questi restauri.

Nel 519 Eutarico Cillica, sposo di Amalasunta, figlia di Teodorico, si portò in Roma per celebrare, con elargizioni e sontuose feste, il suo consolato. All’uopo si fecero venire dall’Africa belve feroci e peregrine, le quali, per le loro strane forme, eccitarono gran maraviglia negli spettatori[525].

Nell’anno 523 finalmente, assumendo il consolato Anicio Massimo, si diedero nell’Anfiteatro Flavio gli ultimi spettacoli, dei quali rimanga memoria.

Calati in Italia i Goti col loro Re Witige (a. 537), assediarono Roma. Belisario venne in soccorso dei Romani[526], e alla prigionia di S. Silverio seguirono altre calamità. Roma ebbe allora ben altro a pensare; e i giuochi anfiteatrali cessarono onninamente. E molto meno si pensò ad essi in appresso, nel tempo che la capitale del mondo fu oppressa dal duro giogo dei Goti e dei Longobardi, sino ai tempi di Carlo Magno (see. VIII).

Ed ora, prima di chiudere questo capitolo mi sia lecito presentare in nota ai lettori il testo di una lettera che Teodorico inviò al console Massimo[527]. In questa lettera il re gotico raccomanda a Massimo di rimunerare con lauti premî i venatores, e di premiarli più generosamente che i lottatori, i sonatori ed i cantanti; perchè quelli (dice), ond’essere applauditi, si espongono nell’arena dell’Anfiteatro Flavio a divenire preda certa delle feroci belve, ed a provare (prima che lo spirito abbandoni le lacere membra) i più crudeli tormenti. Detesta un tale spettacolo, inventato per onorare la Scitica Diana, la quale dilettavasi dell’effusione del sangue. Dopo una breve descrizione dell’Anfiteatro Flavio, Teodorico passa a narrare la maniera degli inumani ludi; quindi raccomanda di nuovo al console di mostrarsi liberale verso quegli uomini, che, per festeggiare il suo consolato, sono invitati alla morte; e conchiude: «Ahi deplorevole errore degli uomini! Se un lieve lume splendesse di ciò che richiede giustizia, di tante ricchezze si userebbe a favore della vita dei mortali, piuttosto che gittarle per procurarne la morte».

«È singolare, conchiuderò col Gori[528], il modo di ragionare di Teodorico. Giudica l’atto detestabile; ma, per non opporsi al fanatismo popolare, non solo ordina di tollerarlo, ma anche di ricompensarlo con molta liberalità!».

CAPITOLO QUINTO. L’Anfiteatro Flavio danneggiato e restaurato.

Capitolino, nella vita di Antonino Pio, ricorda un restauro fatto da quest’Imperatore. Tale restauro si crede comunemente occasionato dal grande incendio avvenuto in Roma sotto lo stesso imperatore, fondandosi sul passo di quell’autore[529]: Adversa eius temporibus[530] haec provenerunt.... Romae incendium quod trecentas quadraginta insulas vel domos absumpsit.... opera eius haec extant: Romae Graecostadium post incendium restitutum, instauratum amphitheatrum. Ma se al Ch. Lanciani[531] sembrò un mistero l’incendio dell’Anfiteatro Flavio, prodotto da un fulmine (il che peraltro potè avvenire a cagione delle molte parti lignee, che si trovavano internamente sulla sommità dell’Anfiteatro), a me sembra, più che un mistero, un’impossibilità fisica che un incendio avvenuto nelle vicinanze del Grecostadio, Graecostadium post incendium restitutum, ed estesosi fin presso l’Anfiteatro, avesse potuto colle sue vampe traversare un’area libera che lo circondava: area che nel punto più stretto era di circa 25 metri; ed abbia potuto danneggiare il colossale recinto esterno di travertino, il quale, del resto, noi vediamo tuttora illeso, se facciamo eccezione di tre o quattro archi del piano terreno, che, come è noto, soffrirono il fuoco nel medio evo.