Nondimeno la Compagnia dei nobili romani, detta del Ss.mo Salvatore ad Sancta Sanctorum, ne prese l’impegno; e, mercè la diligente vigilanza dei suoi guardiani, potè snidare dal Colosseo e da’ suoi dintorni quelle bande di malviventi.
In riconoscenza ed in premio di un’opera tanto vantaggiosa per il pubblico bene, il Senato ed il Popolo Romano, nell’anno 1381 concedevano alla Confraternita suddetta ed ai suoi Guardiani l’ius del vero e misto dominio sugli abitanti dell’Arco situato dietro la cappella del Sancta Sanctorum e sui dimoranti nella piazza Lateranense, via S. Clemente e dell’intiero rione Colosseo; donando ad essa in proprietà la terza parte dell’Anfiteatro. Vi fu però una restrizione, e questa riguardava qualche causa di morte la quale era di esclusiva pertinenza e diritto del Senato Romano[655].
Il Bonet ritiene invece che «il Senato di Roma prese questa risoluzione, di cedere cioè una terza parte del Colosseo e farvi un ospedale sotto il nome di S. Giacomo ad Colosseum, del quale parleremo in breve, per il fatto funesto avvenuto nelle giostre del 1332; e perchè i Romani aveano finalmente riconosciuto che quel luogo doveva venerarsi e rispettare perchè santificato dal sangue di tanti martiri cristiani[656]». Se l’arena del Flavio Anfiteatro sia stata o no bagnata dal sangue cristiano, noi lo vedremo nella PARTE IV di questo lavoro.
Il ch.º Adinolfi finalmente dice:[657] «..... la Compagnia del Salvatore fino dal 1366, stando ancora il Papa in Avignone, incominciò ad acquistare quella casa che gli Annibaldensi possedevano al Colosseo. Leggendosi in uno strumento di quell’anno che questa Compagnia comprò una casa che fu di Cola Cecco di Giovanni (degli Annibaldi) nel Coliseo pel prezzo di ducati 30, e che poco prima del trasferimento della Sedia Apostolica da Avignone in Roma, cioè nel 1369, Giovanni ed Andrea degli Annibaldi venderono alla medesima Compagnia l’intera metà della stessa casa, che conteneva sale e camere, posta nel Coliseo, unita con la metà dello spedale della prefata Compagnia ed a cui era innanzi la piazza di S. Giacomo, e negli altri lati era attorneata dall’edifizio del Coliseo pel prezzo di 30 fiorini d’oro[658]. Dal quale istromento conoscesi eziandio la forma di questa casa degli Annibaldensi riguardante colla facciata quella piazza e che per tre lati internavasi nello stesso monumento, non potendosi concepire diversamente la sua positura.
«Dagli acquisti di questa casa e dagli acquisti che avea fatto di altre lungo la via Maggiore che conduce al Colosseo, la stessa Società incominciò ad avere delle ragioni tanto sulla via medesima che su questo orrevole edifizio; e da ciò ne discorse che volgendo il 1386, nell’antico diploma del Senato, trattandosi di quella strada, fosse attribuita alli guardiani della Compagnia del Salvatore la giurisdizione sopra gli abitanti di questa via. E con quelle vendite fatte dagli Annibaldi anche il diritto sulla loro casa si aggiungesse con quello sulla via Maggiore; diritto che venne esaminato meglio nel 1418, quando li guardiani della Compagnia medesima interpretarono, riordinarono ed ampliarono quell’anzidetto diploma del 1386, e determinato più apertamente da una patente spedita molti anni dopo, cioè ai 29 di aprile del 1511, dalla quale senza alcuna dubbiezza sappiamo che il Colosseo per due terze parti appartenesse alla Camera Apostolica in forza di una bolla di Pio P. P. II, e per l’altra terza parte allo spedale del Sancta Sanctorum. Determinazione presa non solamente dietro la padronanza della Compagnia sulla casa degli Annibaldi, ma eziandio perchè godeva altri diritti, siccome quello del dominio di un solio termale o conca esistente dentro il Colosseo lasciatale per donazione fra viventi da Niccolò Valentini del Rione Monti[659], ma anche di una chiesetta nominata di S. Salvatore de Rota Colisei, perchè edificata, per quanto ne è dato risapere, nell’interno circuito dell’Anfiteatro.... Fo poco conto della padronanza che ebbe, oltre alla predetta conca e chiesa di S. Salvatore anche di una grotta detta in pari tempo casa, sulla quale stavano alcuni luoghi acconci alla custodia dello strame che la prefata Società aveva dato ad affitto ad un cotal Paolo di Stefano, correndo gli anni del Signore 1435»[660].
Dal 1386 al 1510, quei capitoli, ordinazioni e privilegi furono costantemente confermati dai Conservatori del Popolo Romano. Dopo quest’ultimo anno il Pontefice avocò a sè tutti i privilegi di vero e misto governo, e commiseli ad ufficiali speciali, investendoli della stessa giurisdizione fino allora avuta dai guardiani della Confraternita. Lasciò nondimeno ad essa la terza parte del Colosseo; e il resto rimase in dominio del Senato Romano[661].
Donata che ebbe il Senato alla Confraternita la terza parte del Colosseo, fu fatto dipingere sull’ingresso che è verso S. Giovanni lo stemma del Senato Romano e quello della Confraternita. Quest’ultimo stemma consiste in un’immagine del Salvatore, su di un altare, fra due candelabri ardenti. Altri stemmi, e in pittura e in iscultura, si posero nel prospetto che guarda S. Gregorio, cioè verso la Mèta sudante: e poichè gli stemmi suddetti si trovano sulle volte della terza arcata, si ritiene generalmente che a quell’epoca le due arcate dei portici anteriori fossero state già demolite.
Che due parti del Colosseo appartenessero in quei tempi al Senato Romano e alla Camera Capitolina, ed una terza parte alla suddetta Confraternita o Arcispedale, si rileva non solo come si disse, da una bolla di Pio II, ma anche da scritture autentiche, esibite dai guardiani della stessa in occasione della vendita di alcune pietre dell’Anfiteatro; nella qual vendita due parti della somma ritratta fu presa dal Senato, ed una parte dall’Arciconfraternita[662].
Il 28 Giugno 1604 la stessa Confraternita donava al Popolo Romano «il prezzo delle pietre impiegate nella fabbricazione del nuovo palazzo Capitolino». Per quest’atto di generosità, i Conservatori di Roma dichiararono novamente che la terza parte del Colosseo era di proprietà dell’Arciconfraternita[663].