Ciascuno dei due edificî ha inoltre il suo proprio verbo che ne afferma la subìta azione: la moles aedificiorum veterum, CECIDIT; la turris quae Comitum dicebatur, ingentibus rimis laxata, DIFFLVIT.

Finalmente l’avverbio Denique, col quale il Petrarca incomincia il periodo seguente, decide senz’altro la questione. Denique, può ben dirsi dopo il racconto della catastrofe di due o più monumenti; ma non mai dopo il racconto della catastrofe di un solo monumento.

La caduta di una parte del recinto del Colosseo, avvenuta per il terremoto del 1349, è confermata, come giustamente opina il Nibby[649], da due documenti della seconda metà del secolo XIV. Il primo di questi documenti è una lettera colla data del 1362, scritta dal Vescovo di Orvieto (allora Legato Pontificio in Roma) a papa Urbano V. In essa il Vescovo si rammarica di non aver trovato altri compratori delle pietre del Colosseo, da lui messe in vendita, che i Frangipani, i quali ne volevano usare per la fabbrica di un loro palazzo[650]. — Il secondo documento è contemporaneo alla lettera del suddetto Legato Pontificio; e vi troviamo che i capi delle fazioni che allora laceravano Roma, trattarono di dividere fra loro i travertini che si sarebbero scavati dal Colosseo. «Et praeterea si omnes concordarent de faciendo tiburtinam, quod esset commune id quod foderetur[651]».

In questo secondo documento vien confermata più esplicitamente che nel primo, la caduta di una parte del recinto dell’Anfiteatro, già avvenuta agl’inizî della seconda metà del secolo XIV. Leggiamo infatti che i varî partiti si sarebbero divisi il prodotto di un’escavazione e non di una demolizione: quod FODERETUR e non quod DEMOLIRETUR; si trattava adunque di un cumulo di massi caduti, della famosa cosa Colisei.

Il Lanciani[652] crede che per cosa (espressione che troviamo in un documento del «liber brevium Martini V, Eugenii IV et aliorum», e che a suo luogo riporteremo) s’intenda la scarpata, lo sperone prodotto dalla rovina dei due baltei esteriori dalla parte che guarda il Celio. In quanto poi alle cause e al tempo di questa rovina, così parla: «È ignoto quando o come la rovina sia avvenuta, anzi è difficile trovarne una ragione soddisfaciente. La mano dell’uomo nulla ha che fare, in sul principio, con queste contingenze. Guardando il Colosseo dalla parte dell’Oppio, dove si mostra intatto e di robustezza a tutta prova, si escluderà anche il caso di caduta spontanea. Forse la prima origine dei danni rimonta al terremoto del 442, che fece crollare plurimas aedes ed aedificia, e nel Colosseo stesso l’Harena, il Podium, gli SPECTACULI GRADUS, ecc. Supponendo, prosegue, si sia manifestata una fenditura da cielo a terra, come quella che trovasi al dorso del Pantheon dalla parte della via della Palombella, soltanto con maggiore soluzione di continuità perchè si tratta di fabbrica a grossi cubi di travertino e traforata da tre ordini di archi, e da un giro di finestre, il resto è facilmente spiegabile. Una volta rotto l’equilibrio della fabbrica e aperta la via alla caduta dei massi, la rovina doveva fatalmente proseguire, tanto più che le radici delle piante arborescenti agivano a maniera di cuneo e di leva sull’uno e sull’altro orlo della frattura. Questo processo di sgretolamento, lento ma continuo, è illustrato graficamente da tutte le vedute e vignette del Colosseo anteriori agli speroni di Pio VII, di Gregorio XVI, e Pio IX, le quali mostrano i lembi del balteo anteriore fuori di equilibrio ed in pericolo imminente di caduta. Basta poi osservare lo stato della parte costruita da Pio VII verso lo stradone di S. Giovanni per riconoscere che il più lieve scuotimento del suolo ne avrebbe fatto precipitare tre o quattro arcate se non le avessero rette in piedi, a tempo, con potenti incastellature. Le incastellature non poterono essere tolte di posto, ma furono investite dallo sperone di muro: tanto grave sovrastava il pericolo. — I documenti che ho raccolto su questo capitolo della Storia della rovina di Roma provano, che allo sfasciamento, masso per masso, del Colosseo si dovè aggiungere la caduta istantanea di gran parte dei portici australi, la quale produsse una montagna o coscia di pietrame, vera miniera di materiale da costruzione per il giro di quattro secoli.

«La data di quest’avvenimento è stata ristretta fra il secolo VIII (quando il Beda parla ecc.) e l’anno 1386, quando furono dipinti gli stemmi della Compagnia di S. Sanctorum. Ma si può rinchiudere fra limiti più angusti. L’anno 1332 il 3 Settembre fu celebrata la giostra; l’anno 1362, i romani, il legato pontificio, i Frangipani già si bisticciavano de faciendo tiburtinam, con le pietre del Colosseo. La rovina dovrà adunque attribuirsi al terremoto del Petrarca, avvenuto al principio del settembre dell’anno 1349».

Benchè il Colosseo fin dal 1311 non fosse più fortezza, e fosse venuto in possesso del Popolo Romano[653], libero allora di sè stesso per l’assenza dei Papi dimoranti in Avignone; nondimeno non s’ha notizia di asportazioni di travertini del recinto del Colosseo che dopo il 1349. — Nell’intervallo corso tra il 1311 ed il 1349 al più furono liberamente asportati parte dei gradini del Colosseo per adattarli alle case della Città[654].

Essendo dunque il terremoto del 1349 stretto da limiti così vicini, mi sembra non potersi negare aver esso aperto la prima breccia nel recinto del Colosseo.


Durante il tristissimo periodo dell’assenza dei Pontefici da Roma, il Colosseo ed i suoi dintorni addivennero nido di ladri e dimora di malviventi. Il Senato ed il Popolo Romano, tristemente impensieriti, cercavano il modo di far tornare l’antica quiete e libertà in quella parte di Roma. Ma quanto era lodevole il pensiero, altrettanto ne era difficile l’attuazione.