«La folla fu a santo Giovanni per vedere seppellire i morti al giuoco»[644].
Da questo racconto si deduce che il Colosseo, nei primi decennî del secolo XIV era luogo pubblico, ma già in parte rovinato e mancante di sedili, essendovisi dovuti fare per la descritta circostanza palchi di legno onde far sedere le gentildonne.
Dopo queste feste e deplorabili spettacoli dati nell’Anfiteatro Flavio, non troviamo nella storia che ve ne siano stati posteriormente celebrati altri; e lo stesso monumento non si nomina più nè come fortezza nè come luogo di spettacoli: neppure nell’anno del tribunato di Rienzo, in cui è fatta menzione di tante altre contrade di Roma.
CAPITOLO QUARTO. Il Colosseo danneggiato dal terremoto (a. 1349) — L’Arciconfraternita di «S. Sanctorum» nel Colosseo.
Dalla fondazione dell’Anfiteatro Flavio alla cessazione dei giuochi, Roma andò soggetta a parecchi terremoti, fra i quali quello ABOMINANDO, ricordato nella lapide di Basilio. L’Anfiteatro, come tutti gli altri edificî, ne risentì gli effetti; ma la sua solida struttura, la forma curvilinea e gli opportuni restauri lo tennero saldo.
Nel lungo periodo di abbandono, dal secolo VI al 1349, oltre alle insidie latenti del lavorìo demolitore delle piante e degli arbusti, o, come dice il chiarissimo Lanciani[645], «le radici delle piante arborescenti, le quali agivano a maniera di cuneo e di leva sull’uno e sull’altro orlo della frattura....», il Colosseo ebbe a subire la violenza di altri non pochi terremoti, e principalmente di quelli avvenuti nei pontificati di Deodato (614-617), di Leone III (795-816), di Leone IV (847-855), di Benedetto IX (1044-1073), di Gregorio VII (1073-1085); ed anche, se si voglia, della brusca impressione dell’incendio di Roberto Guiscardo. Tuttavia fino al 1349 il nostro monumento, sebbene sconquassato, rimaneva integro. Così nel secolo VIII ce lo mostra la notissima profezia di Beda; e se, come alcuni vogliono[646], quella profezia fosse apocrifa (il che vuol dire scritta in epoca posteriore), essa ci renderebbe certi dell’integrità dell’Anfiteatro in tempi ancor posteriori al secolo VIII.
Le contese dei Frangipani e degli Annibaldi (i quali fino al 1312 si disputavano quella colossale fortezza) ci dicono pur esse che a quei tempi il Colosseo era integro, giacchè se la metà circa della muraglia esterna fosse già stata atterrata, non avrebbe certamente fatto gola a quei potenti principotti.
La prima breccia nel recinto dell’Anfiteatro fu aperta dal terremoto del 1349: ce l’assicura il Petrarca nella lettera che egli scrisse al suo Socrate[647], in cui descrisse i gravissimi danni causati da quello scotimento tellurico. Compreso dall’enormità di quel flagello, il Petrarca scrive che dalla fondazione di Roma per il corso di duemila anni non era mai avvenuto un egual cataclisma: ed a prova di ciò soggiunge immediatamente e con slancio oratorio: «Cecidit aedificiorum, veterum neglecta civibus stupenda peregrinis moles; cadde il Colosseo, quella mole, che sembrava dovesse vedere l’ultimo giorno del mondo». Di qui si deduce (ed è comune deduzione degli storici) che il Colosseo, rimasto integro fino al terremoto del 1349, allora per la prima volta cominciò a rovinare.
Che con la parola moles il Petrarca abbia voluto indicare il Colosseo, non se ne può dubitare; ce lo persuade l’espressione enfatica: moles aedificiorum veterum, tra gli antichi edificî la mole per eccellenza. Espressione che farebbe cadere nel ridicolo, come vi cadde il Gori[648], colui il quale volesse intendere per quella parola moles la torre dei Conti, di cui si parla nel periodo che segue. All’epoca del Petrarca la torre dei Conti contava dalla sua fondazione 485 anni, e 135 circa dall’ampliamento fattovi da Innocenzo III, per il quale fu resa toto urbe unica. Ora chi di noi potrebbe, dico, appellare la basilica di S. Pietro (riedificata da Giulio II circa 405 anni fa) moles aedificiorum veterum?