Nel capo quarto della Parte II dimostrammo che il Colosseo, sebbene gravemente intronato, rimase sostanzialmente integro fino al terremoto dell’anno 1349. I Papi cominciarono ad adoperare i travertini del Colosseo per altre fabbriche nel principio della seconda metà del secolo XV, quando una buona parte del recinto era da quasi un centinaio d’anni precipitata; talchè sarebbe stoltezza il pensare che essi sperperassero somme considerevoli in demolire, quando una gran parte dei travertini caduti, che avean formato la famosa coxa o cosa Colisei, era ancora a loro disposizione. «La cosa o coscia dell’Anfiteatro, dice il Lanciani[679], continuò a fornire travertini per opere pubbliche fino al principio del secolo decimottavo». Aggiunge che «i documenti da lui raccolti nel capitolo della Storia della rovina di Roma, provano che allo sfasciamento, masso per masso, del Colosseo si deve aggiungere la caduta istantanea di gran parte di portici australi, la quale produsse una montagna o coscia di pietrame, vera miniera di materiali da costruzione per il giro di quattro secoli».
E finalmente: «Nei registri di conti di quei tempi non ho trovato alcun accenno a demolizioni permesse od eseguite: si parla soltanto di concessioni o di spese per cauar asproni o teuertini a Culixeo».
Anzi i Papi s’interessaron sempre di quell’insigne monumento. Trascorso il primo periodo di dieci lustri appena, dopo il ritorno di Gregorio XI da Avignone, periodo di scissioni e di turbolenze, nel quale i Papi avean ben altro a pensare che al Colosseo; trascorso, dico, quel periodo, essi rivolsero tosto le loro cure alla gigantesca opera dei Flavî. Ed ecco che vediamo Eugenio IV, il quale nel suo Pontificato (1431-1447) proibisce con un breve «ut et minimus dicti Colisei lapis seu aliorum aedificiorum antiquorum deiiciatur» arrecandone la ragione: «Nam demoliri Urbis monumenta nihil aliud est quam ipsius Urbis et totius Orbis excellentiam diminuere».
Dal Pontificato di Paolo II (1464) a quello di Giulio III (1550) si pensò al Colosseo, e si disse: o si riedifichi, o l’informe cumulo dei suoi travertini caduti risorga in monumenti novelli, che siano degni della mole che li somministra. Come più ragionevole, si scelse la seconda parte del dilemma, e sorsero i palazzi di Venezia, della Cancelleria e Farnese, ai quali non può certamente dolersi l’Anfiteatro Flavio d’aver ceduto i suoi massi.
La prima parte (riedificazione del Colosseo) che allora parve del tutto inattuabile e certamente inutile non sembrò tale a Sisto V. Quel Pontefice dalle idee gigantesche ordinò al Fontana la ricostruzione del Colosseo; e se fosse vissuto ancora un anno, noi vedremmo oggi intero il grande recinto dell’Anfiteatro: «Vixisset, scrisse il Mabillon, Sixtus V, et Amphitheatrum stupendum illud opus integratum nunc haberemus». E buon davvero sarebbe stato se egli fosse vissuto; giacchè l’immenso vantaggio di veder risorto il maestoso recinto del nostro Anfiteatro avrebbe largamente compensato le interne alterazioni allora ideate; tanto più che non sarebbe stata impresa difficile il purgare poi la cavea da quelle recenti costruzioni.
Dopo la morte di Sisto V il Colosseo rimase abbandonato per due secoli circa. Io non saprei spiegare quest’abbandono, se non come un effetto del gigantesco progetto di Sisto V. I successori di questo gran Pontefice ne rimasero sbalorditi: eseguirlo era un’impresa enorme: dato pure che si volesse, li ratteneva l’idea di deturpare la cavea dell’Anfiteatro; assicurarne le parti fatiscenti con speroni era un troncare per sempre l’attuazione di quel progetto: per circa un secolo si rimase in questa continua incertezza. La mole intanto deperiva gradatamente, richiamando a sè l’attenzione dei Papi; ed ecco che nel 1675 Clemente X ridesta la venerazione dei fedeli per quel luogo consacrato dal sangue dei Martiri, mostrando con tal fatto l’animo di arrestare la rovina di quel monumento. E vi invitava i fedeli a concorrere numerosi; ed avremmo veduti certamente gli effetti di quel desiderio se i provvidi disegni di quel Pontefice non li avesse troncati la morte avvenuta in quello stesso anno.
Trascorsi cinque lustri appena dal Pontificato di Clemente X, il gravissimo terremoto del 1703 fece cadere un’altra parte ancora del Colosseo; e si cominciò a sentire il bisogno di decidersi a qualche cosa, per impedire almeno la totale rovina dell’Anfiteatro. Ne sono prova i progetti, più o meno lodevoli dal lato archeologico, che si venivano elaborando, quale quello dell’architetto Carlo Fontana; e poscia la sistemazione dell’arena e la costruzione delle edicole della Via Crucis, fatta da Benedetto XIV: cose tutte che dovean necessariamente portare, onde evitare gravi disgrazie, il consolidamento delle parti fatiscenti dell’Anfiteatro. Ma nulla si decideva ancora a tal riguardo, sino a che, minacciando imminente rovina la parte del recinto verso il Laterano, Pio VII non frappose più indugio; e non attendendo, saggiamente, all’ostacolo (attuazione del progetto di Sisto V), fece costruire il colossale sperone, opera arditissima ed ammirabile.
D’allora in poi i lavori di consolidamento si proseguirono continuamente. Leone XII consolidò il recinto dal canto del Foro; Gregorio XVI ricostruì le arcate interne verso il Celio; e finalmente Pio IX rafforzò la parte che guarda l’Esquilino. Così per la cura dei Romani Pontefici resterà ai posteri almeno un’imponente reliquia di quello stupendo monumento.
Ora i Papi, da quarant’anni, non hanno più il dominio di Roma, e quindi non han potuto più manifestare la loro sollecitudine per la conservazione dell’Anfiteatro Flavio. Se ancora avessero dominato, noi forse avremmo veduto l’opera di qualche altro Pontefice spiegarsi a pro di quel monumento, consolidandone l’ultima ala del recinto verso il tempio di Venere e Roma (la quale essendo rimasta troppo isolata, difficilmente potrà resistere ad una forte scossa tellurica), e ricostruendone i muri della cavea fino al piano del portico superiore, come già fece Pio IX quanto alla parte che guarda l’Esquilino.
Troviamo che sulla fine del secolo XV[680] o sul principio del secolo XVI, nel Colosseo si rappresentavano drammi sacri; e questi ci vengono ricordati in varî libri, stampati prima e dopo il cinquecento.