Per lettere di oratori a Maximiliano, di 17 Luio, se intese come, essendo quasi a fine la dieta, el Re volse dar le investiture, et l'hordine et modo qui sarà scritto. A dì 14 Luio, de marti, la majestà dil Re, accompagnato da tuti li principi, baroni et oratori, che a Vormes vi era, et a tutti fonno dati li suoi luogi, andò a dar principio a far le investiture publice. Primo, sua majestà andò con la comitiva in uno tribunal grandissimo, fatto su una piaza, et coperto pro majori parte di restagno d'oro, el resto de pani de seda et de bone tapezarie; et deseso in una caxa driedo il tribunal, Soa Serenità se vestì in habito regal, che fo un paro de stivaleti d'oro, l'amito, camixe, stola, manipolo et streta de vanzelio, damaschino biancho; sopra, un pivial de campo d'oro. Tutti i ditti paramenti con so frisi d'oro guarniti, et capuzo recamado di perle, con zoie di ogni sorte di bon presio. In testa l'havea la corona, ne la man dreta el sceptro, ne la man sinistra el mondo; avanti li era portado la spada. Tutte le predette cosse d'oro, di gran precio, con bellissime zoie. Li principi electori ecclesiastici haveano mantelli da preti, grandissimi, messi per il collo, come portano li cubicularij in concistorio; in testa havevano barete de scarlato, longe et conze a piete, come solea portar i vechii; li manti et i capuzi et le barete fin a mezo erano fodrate de armellini con le code. Li electori laici haveano questo istesso habito di pano cremixin; li episcopi non electori haveano i so mantelli, capuzi et barete di raso paonazo; fodradi di dossi i manti e i capuzi tutti, et le barete fin a mezo. Li principi non electori haveano manti de raso cremexin, come quei de' nostri oratori, fodrati d'armellini senza code, con uno bavaro quattro deda, et un garzo da pe' et dove el mantelletto è averto, de quella medema largeza. Li principi che, morte alterius, poteno succeder ad esser electori, haveano in testa un capello de raso cremexin, fodrato de armellini, voltado davanti in suso, et da driedo in zoso, a modo de caloieri grechi. Li altri haveano barete pur di raso, con un frixo di 4 deda di armelini. Li langravij questo instesso habito di raxo pavonazo, fodrà di dossi, et li marchexi fodrà di vari. Et poi sua majestà si messe su una sedia con li electori a torno, da la banda dreta li prencipi ecclesiastici et da la sinistra li laici; et investì prima li arciepiscopi Magontia et Coloniense, et poi el conte Palatin et el duca Federico de Saxonia. Cadaun di loro con 400 cavalli, tutti vestidi ad una livrea, con un stendardo rosso che dinota la fedeltà et omagio de l'imperio, et tanti altri stendardi quanti stadi che uno hanno, con titolo di marchexe in suso, con le arme dei stadi: el duca Federico ne havea 12. Li arciepiscopi haveano su una maza ligadi con un cordon li sigili, perchè uno è chanzelier per Germania, l'altro per Gallia, et l'altro per Italia. Li electori laici haveano su li stendardi rossi quello hornamento che è suo ufficio a portar davanti la majestà dil Re, come el conte Paladin, el mondo; el Duca de Saxonia, la spada; et el sceptro, el marchexe de Brandiburg. Quelli erano a cavallo haveano una bandiera picola su la testa dil cavallo, et una su la testa loro, con l'arma di quel stado dal qual i hanno la principal domination. A questo modo cadauno di loro veneno con i so 400 cavalli corando fino al tribunal, et desmontati di bon passo a la presentia dil Re, e ditto alcune parole in thodescho, preseno li stendardi furono buttadi a la ruffa. Poi la majestà dil Re fece molti cavalieri, tra li altri domino Urban d'Alba, orator di Monferà. Nel far de le investidure, el vene molti jostradori ne la piaza, con lanze grossissime et feri moladi, adeo che ogni volta che i corano, etiam andasseno pian, ciaschuno chi con li chavalli et chi da per loro..... zercha a li luogi de li oratori fu pur qualche garbuglio: tra uno orator di Hongaria et quello di Napoli, nostri et quel de Milan. Da un canto era li oratori di Spagna, Napoli et Milan; da l'altro, Hongaria, Venetiani, et Monferà, et li oratori di alcuni Vescovi. Et è da saper che Maximiliano non volleva terminar, li nostri dovesse precieder Milano, ma voleva tenir la cossa in discussa, con assegnar luogi che si potesse dedur raxon ad utramque partem; tamen pur nostri, sì come a Roma et in ogni loco hanno sempre precedesto a Milan, et etiam al presente li andarono di sora. Et il zorno sequente, Soa Majestà, similibus solemnitatibus, investì l'arciepiscopo Triverense, el duca Alberto do Saxonia, el duca de Metelbur et el duca Federico de Brandimburg; et a dì 16 poi investì el Langravio d'Axia et alcuni altri marchexi et prencipi. Insumma fece zercha 30 investidure, che era bellissimo veder quelle cerimonie. Et per lettere de ditti Oratori, oltra di questo la Signoria fo certifichata, che a dì 15 lì era intrato el duca Henrico de Brunxvich con 350 cavalli in arme, benissimo in ponto; et molti di loro armati quasi a la italiana; e benchè su le arme non havesseno sopravesta alcuna, qualche uno havea etiam le barde; el resto erano armati a la leziera, tutti vestiti ad uno modo con genere suo. Et questo Ducha fra 3 zorni se dovea partir per Italia, et in effetto venne, come dirò di sotto. Di la dieta, molti diceva era conclusa, altri era prope conclusionem.
Item, che a dì 14 da sera haviano ricevute lettere, el Re, di 7, da Milano, con exempij di lettere dil conte di Caiazo, de 6, che narava el conflitto de' nostri con franzesi etc. Et quel zorno, a dì 17, ditti oratori andò a disnar con l'arcivescovo Coloniense, uno di electori di l'imperio, el qual li fece uno solennissimo et degno pasto, dove rasonono assa' cosse zercha a queste cosse de Italia. Et hæc satis.
Novitade di Cesena.
Sì come ho scritto di sopra di le novitade seguite in Cesena, a dì 12 Luio, et pur non cessando, Guido Guerra da Bagno intrò dentro con alcuni partesani a la fine di Luio, et teniva da la parte de Tiberti, et fece far uno bastion fortissimo tra la rocha vechia et la strada, per obviar el socorso potesse esser dato da quel canto a la rocha nova. Item, fece far certo reparo, o ver parapeto, in la murada, azò quelli di la rocha nuova non potesseno offender la terra, et che quelli di la terra potesse socorrer quelli di la rocha vechia.
Item, come per lettere di Andrea Zanchani, podestà di Ravena, se intese, et etiam per una lettera de Collela Grego, contestabele a Cervia, el qual mandò uno Francesco d'Alexandria, suo caporal, homo fidato et sufficiente, lì a Cesena a inquerir, et poter notifichar esso podestà dil tutto. Come, a dì primo Avosto, a hore 15, Guido Guerra disse a tutti li soi cittadini: Andate a disnar, poi tornate tutti armati; judicava per dar la battaglia a la rocha nuova, tamen non seguite altro; et che aspettaveno 500 fanti di Bologna. Et a di 12 steteno etiam in arme, et a hore 24 ne gionse 50 fanti di ditto numero. Et in ditto zorno, a hore 21, fo fatto publica crida, che tutti li marangoni se ritrovasseno in piaza con li istrumenti soi, quali subito veneno in gran numero, et ritornono ne le murate, dove si messeno a lavorar getti, scale, et ogni altra cossa necessaria per dar una battaglia. Et a dì 3 da matina fece portar in Cesena gran quantità di legnami per coprir il ponte di la porta dil fiume, acciò potessesi intrar e ussir di la terra per ditto ponte senza offesa di la rocha, et comenzono a lavorar. In questo zorno li fanti cridavano: Siega! Siega! Bagno! Bagno! ch'è la caxada di Guido Guerra. In la rocha era zercha 50 homeni d'arme, li qualli se difendevano virilmente. Et l'arcivescovo di Arles, dal qual causa dite novità, se ritrovava a Montifior, et diceva volleva venir a Cesena con le zente dil sig. di Pexaro e ducha di Gandia. Tamen, Piero Michiel era lì a Pexaro, a guidar ditte zente, sollicitava di menarle in campo a Novara. Et a dì 3 Avosto venne a Ravena dal Podestà uno domino Thomaso Buzardo, cuxin del prefato episcopo, con lettere credentiale, dicendo esso episcopo havia terminà di andar a socorrer la rocha di Cesena, et desiderava saper si la Signoria nostra li havia dato alcun hordine di darli quelle fantarie eran lì; et si tal ordine non era zonto, perchè il teniva fusse in camino, pregava ge le volesse consentir, perchè si dubitava non la expugnasseno. Et el podestà si excusò, non havia altro hordine, nè potea darli senza licentia di la Signoria. In Cesena in questo mezo la rocha era bombardata, et loro di rocha bombardavano etiam. Et vedendo il Pontifice queste novità, mandò uno breve a Guido Guerra, che sub poena excommunicationis non dovesse turbarli la sua città di Cesena, imo ussir de lì, et lassar viver pacifice quelli cittadini, nè impazarsse in quelle cosse; et che mons. lo episcopo di Arles potesse andar al suo governo di ditta terra. Et zonto ditto messo a Guido Guerra, quello lo fece statim impichar a uno arbore con il breve davanti il collo, che fu cossa assà crudel. Tamen, dopoi fonno sedate le discordie, et il Pontifice mandò uno altro governador, chiamato domino Nicolao Fiesco, genovese, episcopo di Forlivio, vedendo el populo non volleva questo vescovo di Arles. Et non quattro mesi dopoi, ditto Guido Guerra, quello fece ad altri li fo fatto a lui, come tutto di sotto sarà scritto.
A Venetia, a dì primo Avosto, essendo compito di fabrichar el fontego di la farina a San Marcho, ch'è bellissimo; et questo fo decreto per più comodità dil populo, che cussì come era uno a Rialto, ne fusse uno a San Marcho; et eletto do signori, li qualli fonno Benedetto da Molin et Marco Falier, fatto li fontegeri, et quelli havesseno custodia di quello. Or in questo zorno fo fatto una precession di Rialto a San Marcho, con trombe et pifari, con uno San Marcho biancho, et tutti li fontegeri et fachini che portono su le spalle 460 stera di farina per metter in ditto fontego; poi vene li signori scrivani etc. Et fo di sabado, et comenzono a metter farina dentro et vender. Et il marchexe di Mantoa mandò in ditto fontego stera 400 di farine, le qual fusse vendute lire 4 el ster, acciò el populo havesse bon merchato, che vallea lire 5 il ster; sì che a questo modo have principio ditto fontego.
A dì 30 Luio, in Pregadi fo messo 4 decime, do al monte vechio et do al monte nuovo, a pagar una fin mezo il mexe di Avosto, l'altra per tutto il mexe; et si possi metter arzenti in zecha, juxta el solito. Et la parte prima fo presa, et fo dato tal cargo a Maffio Soranzo, fo di domino Vettor, cavalier et procurator, havesse tal arzenti a receverli, et con una bolleta de li provedadori dil sal erano fatti creditori a la camera de imprestidi al monte nuovo. Et poi, a dì 7 Avosto, fo preso che chi pagava le do decime donate in termene di zorni 8, zoè fino a XV dil mexe, havesse di don ducati 12 per cento; le qual decime era numero 55 et 56, et quelli davano arzenti al sal, a ducati 6 la marcha, saranno fatti creditori di le decime numero 57 et 58. Item, che quelli pagava al termene le decime dil monte nuovo, numero 38 et 39, habino di don ducati 5 per cento, oltra il pro'. Queste provision fo causa si scodesse da ducati 25 milia in su per decime, ma fevano per richi et non per poveri, perchè ad ogni modo li poveri non pagava se non con pena poi di X per cento a le cazude, et non havia dono alcuno. Sì che nostri feva ogni cossa per trovar danari, per la grandissima spexa haveano, maxime dil campo a Novara.
Ancora in questo zorno fo preso, l'armada marittima era a Monopoli, fortifichato quel locho, et lassatoli custodia et uno soracomito per governator, qual paresse al zeneral, poi dovesse passar a Corffù, et ivi star fino la Signoria nostra li comandava. Et zercha questo fo assa' disputato, però che era tre oppinione di Savij di Colegio: alcuni volleva ditta armata andasse a Napoli, per dar reputation a re Ferando; altri andasse a Zenoa, poi a Niza di Provenza dil re di Franza; altri a Corffù. Et questa fu presa, et spazato al capetanio lettere. In questo mezo si amalò di dopia terzana; et poi, alquanto migliorato, messe governador in Monopoli Nicolò Corner, era soracomito, et in Pulignano Nicolò Paladin, cavalier, era soracomito.... Et poi, a dì 12 Avosto, nel conseio di Pregadi, per le nove succedeva di Napoli, fo decreto ditta armada, col capetanio zeneral nostro, Antonio Grimani, procurator, el qual era quasi varito, dovesse andar a Napoli; et questo per haverla con grande instantia el Ferandino richiesta. Quello seguite scriverò di sotto.
In questi zorni fo mandato in campo ducati 6000 al Marchexe di Mantoa, capetanio zeneral nostro, a ciò facesse 1000 provisionadi per guarda di la sua persona. Et ditto capetanio, abuto la nuova di la sua creatione, scrisse una lettera a la Signoria, di sua mano, rengratiando, promettendo fede perpetua. Et a dì 3 Avosto, per Colegio, fu eletto pagador in campo, in luogo de Daniel Vendramino, era amalato, Orssato Morexini; et abuto danari de qui, a dì 10 ditto, et venuto a Padoa, et sic successive per le camere, havendo danari per poter far la paga al suo zonzer; et menò con lui rasonato Andrea di...., scrivan a la camera di Padoa.
A dì primo Avosto, nel conseio di Pregadi fu conduto il conte di Petigliano, zoè scritto a li Provedadori in campo dovesseno tramar di accordarlo con la Signoria nostra, con fiorini 30 milia in tempo di pace et 40 in tempo di guerra, per anni 5, titolo di Governador zeneral, tengi cavalli 1400; ma lui non volsse aceptar, et tamen si adoperava a li exercitij dil campo. Pur a la fine con più summa fo conduto, come, descrivendo le cosse seguide questo mexe in campo, sarà scritto. Et il sig. Virginio Orssini, habuto licentia da' nostri et dil Duca de Milan, ritornò versso Roma a li suoi castelli.