Premesse queste avvertenze, relative alla correzione del testo, debbo aggiungere qualche osservazione a provare che la fatica mia non fu inutile. Potrebbe indurre questo sospetto il sapere che l'opera del Sanuto fu, ancora nel Cinquecento, sfruttata da uno scrittore plagiario. Io spero, ad ogni modo, che il mio eruditissimo amico Bartolammeo Capasso, il quale mi fece avvertito dell'analogia che corre tra il racconto di Marino Sanuto e quello di Marco Guazzo, vorrà nelle sue Fonti della storia napoletana sostituire il nome del Sanuto a quello del Guazzo[5], giacchè le utili ed importanti notizie, che riguardano la storia napoletana al tempo di Carlo VIII, e che furono o non sapute od omesse dagli altri storici, appartengono alla contemporanea cronaca del Sanuto e non alle storie quasi sincrone del Guazzo. Il nome di questo scrittore non è sconosciuto, ma, a dire la verità, non è in grande stima fra gli scrittori: il Foscarini[6] ed il Zeno[7] l'accennano alla sfuggita; il Tiraboschi lo ricorda ma non lo loda[8]; e se lo Scardeone[9] ed il Vedova[10] ne parlano con qualche calore, è facile trovarne la causa, quando si sappia che il Guazzo ebbe mantovano il padre, veneziana la madre, ma nacque in Padova, e lo Scardeone ed il Vedova lo registrano quindi fra le loro glorie. Molte cose il Guazzo pubblicò in prosa e in verso, fossero sue o d'altri non cerco; ma quanto alle Historie.., ove se contengono la venuta et partita d'Italia di Carlo ottavo re di Francia, esse sono da cima a fondo copiate dalla cronaca di Marino Sanuto; guardandosi il Guazzo dal nominarla, anzi dal fare ad essa la più lontana allusione, nell'atto stesso che ne traduceva letteralmente l'ingenuo dialetto in uno sguaiato italiano[11]. Unica fatica del Guazzo, e questo mi preme che ben si avverta, fu quella di escludere le notizie che gli parvero prive d'opportunità o d'importanza. Ma come il plagio di per sè stesso è gran prova della sua molta impudenza, così le omissioni ci danno chiarissimo indizio del suo scarso criterio.

È noto infatti che Marino Sanuto, nato nel 1466, ed entrato nel Maggior Consiglio innanzi all'età legale, non per favore di sorte ma per opera d'ingegno[12], aveva fin dai prim'anni coltivata assiduamente la storia. E lasciando pure da parte i lavori meno importanti, che non mancano di pregio ma di cui non debbo ora occuparmi, il Sanuto nel 1494, cioè dire a ventott'anni, aveva già scritto la grande cronaca delle Vite dei Dogi. Questa cronaca parve al Muratori degnissima della pubblica luce; e accompagnandola di molte lodi, specialmente per ciò che riguarda gli avvenimenti posteriori al secolo decimo, le diede posto nella grande raccolta degli scrittori delle cose italiane[13]. Eppure il Muratori non ben conosceva quella parte delle Vite dei Dogi che comincia col 1474: ultima parte la quale, abbracciando i tempi di cui il cronista era stato testimonio oculare, è più ricca e più degna di fede, ma sventuratamente è ancora quasi del tutto sconosciuta agli studiosi[14]. Se non che in quest'ultimi vent'anni la storia di Venezia era stata la storia di Venezia e non più; nel 1494 invece accadevano avvenimenti, nei quali si trovava impegnata non la sola Repubblica di Venezia ma tutta intera l'Italia. Sentì bene il Sanuto che l'argomento incomparabilmente cresceva non pure di mole ma d'importanza, e che descrivere i nuovi fatti non era più còmpito del cronista d'una città per quanto grande e famosa, ma dello storico che imprendesse a raccontar le vicende della gran patria italiana. Interrotta adunque la cronaca, volle dettare una storia. Vero è che se egli aveva la sincerità e l'imparzialità, non aveva le altre virtù dello storico. Egli era sempre un cronista: un cronista infaticabile, un cronista giudizioso, un cronista sincero, ma nulla più che un cronista; onde noi lo vediamo interrompere subitamente la cronaca e tentare la storia, ma poi, trascinato dalla sua indole, a cui per sua e nostra buona ventura non fece ostacolo, discendere dalle vietate altezze all'utile benchè modesta fatica dei Diarii, i quali riusciron infine quel monumento meraviglioso che tutti sanno. Nella vita letteraria di Marino Sanuto, la Spedizione di Carlo VIII segna perciò il passaggio della cronaca ai Diarii. Fu, come oggi direbbero, un insuccesso; ch'ebbe peraltro l'inestimabile conseguenza di condurre, quasi insensibilmente, l'operoso cronista al vero suo posto. Laonde, chi s'arrestasse alla forma, dovrebbe dire che la Spedizione di Carlo VIII è la più difettosa composizione che ci abbia lasciato l'infaticabile uomo. Imperciocchè in sul principio, rapidamente tracciando a luogo a luogo la storia dei regni o delle repubbliche di cui gli accade discorrere, egli cerca nelle vicende del passato le cause degli avvenimenti contemporanei; ed aggruppando ed intrecciando come meglio parevagli le notizie, si sforza di dare unità, chiarezza e rapidità al suo racconto; ma, trascinato dall'indole e dalle consuetudini sue, ad ora ad ora s'arresta a descrivere una ceremonia o una festa; interrompe il racconto con citazioni distese di documenti pubblici e di lettere private; anzi talvolta dimentica il suo argomento per lasciar posto ad enumerazioni prolisse e non necessarie, come, per esempio, sarebbe la lista dei cardinali viventi nel 1494; finchè, avendo a prova riconosciuto che mentre la storia si fa non è possibile scriverla, si risolve di notare giorno per giorno gli avvenimenti, riserbandosi a raccontarli più tardi giusta i precetti dell'arte. Tanto egli andava ripetendo a sè stesso molti anni dopo: «quello seguirà per giornata.... ne farò mentione giorno per giorno, perchè poi si metterà ne la ordita et ben tessuta mia historia»[15], la quale, a giudizio suo, non doveva oltrepassare i quattro volumi[16].

Queste osservazioni ci spiegano le disuguaglianze che troviamo nel racconto della spedizione di Carlo VIII lasciatoci da Marino Sanuto, e ci dimostrano ad evidenza l'insigne plagio del Guazzo. L'orditura delle Historie di costui è la medesima del Sanuto: lo stesso principio, lo stesso mezzo, lo stesso fine; anzi, nel corso dell'opera, le stesse digressioni, gli stessi documenti, le stesse liste, perfin la lista già ricordata dei cardinali viventi nel 1494. Solamente allorchè s'accorse che, trascrivendo intieramente il Sanuto, oltrepassava quei limiti che forse i rispetti commerciali gli suggerivano, tentò di abbreviarlo. E cominciò dall'escludere i documenti, dell'importanza dei quali non si accorgeva; onde, p. e., nel solo mese di Ottobre 1495, egli omise nella sua copia una lettera di Francesco Bernardino Visconti al duca di Milano (pag. 626), una di Piero de' Medici ad Antonio Spannocchi (pag. 648), una di Antonio Grimani, capitano generale della Repubblica, all'ambasciatore veneto a Roma (pag. 635), una di Girolamo Contarini, provveditore in armata, alla Signoria[17], due di re Ferdinando II ai suoi oratori a Roma e a Venezia (pag. 637-641), e, non che altro, il trattato della pace conclusa a dì 10 Ottobre fra Carlo VIII e Lodovico il Moro[18], capitalissimo fatto, s'altro ve ne fu mai in questa guerra, e fecondissimo di conseguenze, ma sul quale il Guazzo sorvola (c. 227), senza nemmeno avvertire le circostanze che ne accompagnarono la pubblicazione[19]. Ora l'omissione dei documenti, che il Sanuto conservò e che rendono così importanti i suoi libri, potrebbe mostrarci da sola che le Historie del Guazzo non sono che una imperfetta, manchevole e affatto insufficiente riproduzione della cronaca sanutiana.

E tanto più se si avverta che, ad abbreviar la fatica della sua copia, credette il Guazzo di escludere addirittura quanto il Sanuto ricorda avvenuto in questo tempo a Venezia. Imperciocchè se si trattasse di avvenimenti affatto stranieri all'argomento del libro, le omissioni del Guazzo potrebbero stimarsi degne di lode; ma esse dimostrano invece che al Guazzo mancava del tutto quel senso istorico, che nel nostro Sanuto era si vivo e sì perspicace. Ne recherò qualche esempio. Noi sappiam bene che la politica era a Venezia maneggiata esclusivamente dall'aristocrazia; ma c'inganneremmo a partito se noi credessimo altresì che il popolo di Venezia fosse straniero o indifferente al contegno politico dell'aristocrazia dominante. Il Sanuto ci rappresenta più volte la piazza di S. Marco gremita, durante questa guerra, di popolo, e ci racconta che «tutti, quando era Pregadi suso, mormorava» (pag. 460). Era molto naturale che il popolo di Venezia seguisse con ansietà l'andamento delle pubbliche cose, giacchè la guerra rendeva necessari nuovi sacrifizi ogni giorno, e «la Terra era quasi suspesa et in magnum quid» (pag. 435). Eppure questo popolo dava di sè agli stranieri uno spettacolo meraviglioso, offerendo spontaneamente alla patria le sue fortune. Il sig. d'Argenton, che in quel tempo era ambasciatore di Carlo VIII a Venezia, si recò un giorno alla Camera degli imprestiti «per veder el modo se pagava et scodeva. Et visto in quel zorno gran moltitudine de brigata che portava danari, adeo el cassier non poteva suplir de scuoder, ste' molto admirato, che in li altri luogi si stenta assa' avanti che si possa haver una minima quantità, et qui scodevano tanti danari portati da' cittadini nostri voluntarie (pag. 269);... sì che per questo», conchiude trionfalmente il cronista, «si puol conjecturar la magnanimità de Venetia» (pag. 435). Vero è che il Governo non lasciava da parte sua di svegliare le passioni generose del popolo, e colle pubbliche preghiere (pag. 453) e colle pubbliche pompe, fra cui dev'essere ricordata la processione solenne, la quale attirò sulla piazza quasi settantamila persone, e fu condotta con sì pittoresca magnificenza che non ce ne potremmo fare un'idea senza la descrizione minuta che ne ha lasciato il cronista (pag. 299 e segg.). Alimentavasi così l'entusiasmo del popolo, il quale prorompeva talvolta in parole ed in atti che dispiacevano forte all'ambasciatore francese. Questi ne porse anzi querela alla Signoria, ma il «sapientissimo principe» gli rispose: «Non vi meravigliate; in questa terra nostra il popolo è libero e liberamente parlano, et hanno gran ragione» (pag. 309). Nè fu questa l'unica volta che il sig. di Commines dovesse uscire mortificato dalle stanze della Signoria. Fervevano in Venezia le pratiche, riuscite finalmente alla lega del 1495. L'ambasciatore francese sentiva apparecchiarsi qualche gran fatto, nè sapea quale; onde, pien di sospetto, recossi al Collegio per averne schiarimenti e notizie. Il principe, dice il Sanuto, «rispose sapientissimamente, secondo il solito»; sì che, badate alla conseguenza, «sì che, senza saper altro, Arzenton tornò a casa» (pag. 271). Ma venne il giorno nel quale il Doge annunziò al non abbastanza destro francese, che la lega era già stata conchiusa. Mi sembra prezzo dell'opera riferire come l'Argenton accogliesse l'inaspettata notizia, tanto più che il Guazzo credette bene di omettere questi particolari che il Nostro avea registrati[20]. L'Argenton adunque soggiunse: «Serenissimo principe, io mel suspettava di questo za gran zorni, ma mai lo criti (credetti) dovesse essere... Et ditto oratore molto maninconico tolse licentia, et vene zo per la scala senza saludar niuno, smorto assa'. Et come fo a piedi di la prima scala di l'audientia, ritornò suso a la porta dil Collegio, et fece chiamar Gasparo da la Vedoa, secretario nostro de' primi, et li disse: Replicate un poco quello ha ditto el Prencipe; come andato fuor di fantasia. Et cussì iterum li disse la sustantia di questa naratione. Et poi ritornò in barca per andar a San Zorzi[21], butando la bareta in terra, facendo segni de haver gran maninconia: la qual cossa fo mal fatta, nè seppe fenzer, come si suol far. Ma, judicio meo, questo processe non tanto per el Roy quanto per lui; perchè è da judicar scrivesse, che mai de qui non se concluderia tal liga, per le operatione sue faceva. Perchè lui dimandava a li oratori de Milano: Sarà el vostro duca in questa? Et loro li rispondevano: Non crediate mai, monsignor. Et fevano come li savii fanno nel governo de' Stadi, che dimostra a li nemici voler far una cossa, poi ne fanno un'altra. Or ditto Arzenton molto se lamentava dil sig. Ludovico, dicendo che se lui non era stato, mai el Roy non passava in Italia, et che lo haveva tradito[22]. Et di tanto fastidio si buttò al letto, et la collera li mosse, et have alquanto di fastidio, benchè li fusse mandato medici per la Signoria, quali concluseno non sarebbe mal niuno, ma era alquanto contaminato; come cussì fo», (pag. 285 e seg.).

Questa scena, che pare a me così viva, parve insignificante al Guazzo, il quale per conseguenza la omise con tutte l'altre particolarità che ho ricordato poc'anzi, e con quelle assai più che dovrei citare se non si trattasse qui che d'un cenno. Non posso peraltro non avvertire, che le omissioni poco ponderate del Guazzo avrebbero privato gli studiosi di una quantità di notizie, minuziose, se vuolsi, ma che potevano riuscire a più d'uno singolarmente care e preziose. Tale, per esempio, sarebbe la notizia relativa al vicentino Basilio della Scola. Di quest'uomo, che rimase più di tre secoli sconosciuto quantunque fosse uno dei più grandi ingegneri del Cinquecento, il padre Alberto Guglielmotti fu il primo a raccogliere, nella sua storia della Guerra dei pirati, quante più notizie potè; e, giovandosi della cortese amicizia della famiglia Scola, la quale vive ancora in Vicenza, molte ne trasse dai Diarii, allora inediti, del Sanuto. Ma la cronaca della spedizione di Carlo VIII l'avrebbe messo in sulla via di scoprire una particolarità, che nella vita di Basilio è molto importante. Imperciocchè l'ingegnere vicentino non abbandonò la patria soltanto «per seguire la milizia nelle guerre di quel tempo», come dice il Guglielmotti[23], ma perchè ne era «bandito»[24]. Per qual motivo fosse bandito, non dice in questo libro il cronista; ma bastava il suo cenno per indurre lo storico ad altre indagini[25]. Assai più spesso le notizie del Sanuto completano gl'imperfetti ragguagli che si raccolgono altronde. Il compianto Camillo Minieri Riccio, parlando delle opere d'arte di Castel Nuovo, ricorda le famose porte di bronzo lavorate da Guglielmo Monaco, «che vi ritrasse la congiura dei baroni». E, a proposito di quelle porte, aggiunge «una preziosa notizia», che il cav. Angelo Angelucci, direttore del Museo d'artiglieria di Torino, trasse dall'archivio Gonzaga di Mantova. È una lettera del 16 Aprile 1495 da Napoli a Francesco Gonzaga, nella quale si dice: «Vostra Signoria de sapere che la M. del S. Re Ferante havea facto fare al castello novo dui porte de bronzo istoriate e questui (Carlo VIII) li ha facte tore et guastare et charichare per condure via donde ogneuno ne sta suspesso...». Oggi, soggiungeva il Minieri Riccio, «le porte stando al loro posto, è da credersi che per la precipitosa partenza dal Regno di re Carlo furono dimenticate, e quindi furono rimesse al ritorno di re Ferrante II»[26]. Il fatto non era sconosciuto al Sanuto, il quale aveva detto che Carlo VIII «fece levar le porte di Castelnovo, che era di bronzo, bellissime, et voleva farle cargar su dite galeaze[27], per mandarle in Franza, et metterle a Paris, a ciò se vedesse queste spoglie ivi a eterna memoria» (pag. 314). Ma questa notizia, poco poi confermata dagli oratori veneziani (pag. 340), è resa compiuta dalle particolarità relative alla battaglia di Rapallo (13 Luglio), dove l'armata genovese sconfisse quella di Francia. Di fatti qui, tra il bottino, erano «le porte enee di Castelnuovo di Napoli» (pag. 510), le quali per conseguenza non erano state dimenticate, ma furono restituite a Napoli dall'armi di Genova[28].

Da queste osservazioni si vede che, pure raccontando l'impresa di Carlo VIII, il Sanuto, come nei suoi libri soleva sempre, raccolse notizie da ogni parte e d'ogni natura; onde la spedizione francese non deve stimarsi manco preziosa di tutte l'altre opere sue, nelle quali gli studiosi riconobbero una inesausta miniera che di raro ricercasi inutilmente. Ora il Guazzo, colle improvvide omissioni, non solamente privò la scrittura sanutiana di questo suo pregio caratteristico, ma talvolta, sopprimendo poche parole, anzi una sola, riuscì a travisare la fisonomia dell'autore o il senso del suo racconto. Anche qui darò qualche esempio. Parlando del privilegio, attribuito ai re di Francia, di guarir dalle scrofole, dice il Guazzo, copiando, che Carlo VIII «quivi in Italia molti di quel male, segnando, fece liberi» (c. 104 t.º). Ma il Sanuto aveva detto: «qui in Italia molti del mal preditto, segnando, varite, ut dicitur» (pag. 245). Il Guazzo omise questa riserva, non accorgendosi dell'ironia di quel dicitur. Parimenti, descrivendo la cerimonia dell'investitura del Moro, dice il Guazzo, copiando, che Lodovico aveva un corteggio di quattrocento persone, «fra molte voci che Duca! Duca! gridavano» (c. 141 t.º); mentre il Sanuto aveva detto: «cridando i soi servitori: Duca! Duca! ma pochi del popolo» (p. 159). Anche qui il Guazzo omise l'ultima frase, che dà una diversa significazione al racconto. Insomma il Guazzo copiò, ma copiò male il suo testo; e quando non omise del tutto le descrizioni, come quella di Napoli, che uno dei più eminenti eruditi napoletani, l'illustre Bartolameo Capasso, dice piena di particolari «che sono taciuti dai nostri cronisti ed ignorati dai patrii scrittori» (pag. 237 in nota), ne soppresse senza discrezione veruna i tratti più significativi. Basti l'entrata di Carlo VIII a Firenze, nella quale egli passa sotto silenzio la circostanza ricordata dal Nostro, che, «subito zonto, el Re dimandò di le medaie, cammei et porzellane di Piero (de' Medici), che erano cose di grande estimatione, però che Lorenzo suo padre (il Magnifico) molto si deletava; ma perchè erano stà strafurate da li soi, et scose in li monasterii, non le potè haver» (pag. 136).

So che il plagiario avrebbe potuto conservare alla cronaca sanutiana la sua integrità sostanziale, quand'anche ne avesse escluso i particolari che intimamente non si connettono al filo della narrazione. Ma ho voluto accennare soltanto ad alcuni di questi particolari, perchè se fossi entrato nel vivo dell'argomento, avrei dovuto analizzar tutto il libro. Ormai la cronaca sanutiana è stampata come le Historie del Guazzo; le confronti chi ne ha la pazienza. Basti perciò che sull'andamento generale di tutta l'impresa, ma specialmente nell'esposizione delle trattative riuscite alla lega del 1495, nella descrizione della battaglia di Fornovo[29], e nella storia dei maneggi che precedettero la pace tra Carlo VIII ed il Moro, il Sanuto ci diede uno straordinario numero di ragguagli che il Guazzo omise, ma che avrebbero dovuto parergli, come sono di fatti, caratteristici, importanti, essenziali a farci conoscere pienamente gli uomini e i fatti. Conchiuderò adunque dicendo che un superficiale confronto delle Historie del Guazzo e della cronaca del Sanuto dimostra il plagio anche ai ciechi; ma che un esame più attento dimostra pure che il plagio è riuscito così imperfetto da lasciarne tutta la vergogna all'autore, senza togliere alla cronaca sanutiana la novità e l'importanza che gli studiosi vi hanno riconosciuto[30].

R. Fulin.


Augustino Barbadico Venetorum principi invictissimo Marinus Sanutus Leonardi filius patricius tuus venetus se plurimum commendat et optat Reipublicae felicitatem.