Di l'aquisto di San Zermano per Franzesi.

A dì 12 Fevrer, monsignor di Mompensier capetanio di parte di le zente franzese, intendando di certo che in quelli zorni el campo aragonese, di squadre 40 et 4000 fanti, era partito di San Zermano et tiratosi verso Capua, tamen pur ancora ivi era restato qualche zente a custodia, se partì da Varoli con 600 lanze e 5000 pedoni, et andò a Pontecorbo, dove fu benigne ricevuto per essere terra di la Chiesia; poi andò verso San Zerman, et li custodi senza aspettar altra bataia liberamente li aperseno le porte di tanta fortezza et passo primo di Reame. Et cussì introno dentro, et inteseno che re Ferando, quando si partì di qui, comise a li custodi non dovesseno resister, ma che facesseno quello havia fatto. Et intrati che fonno dentro, Franzesi intendendo che el conte di Petigliano con alcune squadre fuziva a Capua li dete driedo, assà chariazi preseno in le coazze (le code, la retroguardia) con alcuni presoni soldati; tamen el Conte andò in loco salvo, e loro ritornò. Et poi la persona dil Re a dì 13 venne a Pontecorbo, demum a dì 14 intrò in San Zerman. Li andò contra la chieresia, però che ivi era una bellissima Badia in comenda al cardinal de Medici, dà de intrada ducati 3 milia a l'anno. Or el populo, et puti vestiti di bianco con rami de olive in mano cantando el Te Deum laudamus, et Benedictus qui venit in nomine Domini, et sotto una ombrela con grandissimo triumpho quello fo menato in la terra. E li ambassadori veneti si andono a congratular con Soa Majestà dil felice principio, di esser comenzato a intrar in Reame. Et quivi subito el Re con li suoi consultò qual via havesse a tenir. Adoperavano molto li disegni. Erano in dubio di tre vie, o di Capua o di Aversa o di Napoli. Ma in questo mezo Franzesi non stavano a dormir, andavano per tutti quelli lochi, e molte terre et castelli aquistono senza desnuar spada, ma presentadi levaveno le insegne dil Re preditto. Adeo continuamente veniva nuova a Soa Majestà che havevano li sui habuto qualche fortezza. Le qual per esser assà, li nomi quivi non mi extenderò di scriver, ma unum dicam che il pover re Ferandino a dextris, a sinistris et in facie havea Franzesi, li quali erano per circondar la città di Napoli. Et monsignor di Mompensier et monsignor de Obegnì molto si faticava, araldi regii andavano a torno dimandando le terre da parte di Dio et del Roy, et quelle havevano. Tutto l'Apruzo era aquistato al Prefetto. Colonnesi et altre zente franzese attendevano ad aquistar in Terra di Lavoro. Filippo monsignor ritornò dal Re, el qual era stato a Roma come ho ditto, et fo chiamato per haver el suo conseglio, etiam mandò per el cardinal San Piero in Vincula era a Grota Ferata che ritornasse per esser a parlamento con Soa Majestà.

Le zente franzese parte andavano a Roccasecca, et loro volendosi tenir forte li deteno una battaglia, tamen poi l'haveno a patti. Ancora uno altro loco di la Raina chiamato Sulmona aquistono, dove era el Cardinal di Aragona con tre baroni Aragonesi, et poco mancò non fusseno presi, ma fuzino a Napoli. El Prefetto era zonto in l'Apruzo con 150 homeni d'arme e 2000 fanti, et feze molti danni, et dimostrò grande inimicitia a casa di Aragona.

Ma intrato che fo el Re in San Zermano, fece far uno edito che tutti li fora ussiti di qualunque grado et conditione se sia, et etiam li bandizati libere poteseno ritornar a possieder li loro castelli, lochi et signorie, case et possessione in Reame, e per tutto el regno de Napoli, et cussì tutti li baroni, secondo che come possedevano al tempo di la raina Zuanna, et non a tempi di Ferdinando di Aragona et successori, el qual tyrannicamente et indebite havia possesso ditto Reame, et che convenisseno da Soa Majestà a tuor le investisone, che libere li prometteva di far. Ancora per gratuir quelli habitanti di San Zermano, li fece liberi et exempti perpetualmente di ducati 1500 erano ubligati a dar annuatim al re di Napoli, et li assolse di una altra ubligation havevano per anni 25 tanto, et cussì in molti altri castelli et terre levò angarie, facendo assà privilegii de inmunitade, come al loco suo sarà scritto.

Ancora a Colonesi, zoè al sig. Prospero et Fabritio Colonna, per esserli stati fidelissimi, li donò alcuni castelli vicini a li soi, zoè el contado de Fondi, per gratuirli de soi benemeriti et beneficii ricevuti, et li fece privilegii et investisone. Etiam al Prefetto donò tutto el stato dil Marchese di Pescara, ch'è quel Monte Santo Joanni et altri castelli. El qual Marchese era con Ferando, come ho scritto.

Ad Aquilani fece molti privilegii, sì de exemptione quam di altro: et in questi zorni Aquilani fece stampar una moneda di rame da spender a menudo, la qual da una banda era una crose con lettere a torno: Civitas Aquile; e da l'altra 3 zii (gigli) con la corona, et lettere a torno: Carolus rex Francie. Et cussì concesse che Aquilani potesse stampar ditta moneda; tamen in Napoli lui non stampò niuna moneda.

Et essendo venuti ambassadori a Soa Majestà dil Re de Romani et dil Re di Spagna, a ciò non facesseno questi Re qualche novo pensier contra di lui, come feno, deliberò di mandarli sui ambassadori, sì in Spagna quam al Re di Romani; et a ciò fusseno più presto, scrisse a suo cugnato monsignor di Borbon, rimasto governador in Franza, dovesse mandar al Re di Romani monsignor de Busagia (Du Bouchage) nominato di sopra, era lì in Franza rimasto al governo di suo fiol, et li mandò la commissione, et etiam che uno altro barone vicino al Re di Spagna, di quelli stavano in Linguadoca andar dovesse a ditto Re et Raina di Spagna, notificandoli la sua imbassada, et cussì fece, ma tanto steteno ad andarvi che poi non fonno a tempo di reparar a quello voleva. Ma li ambassadori di Spagna, come ho ditto, tornati che fonno a Roma, non havendo habuto la commissione di andar al Re di Romani, mandono a dimandar al Re de Franza salvo conduto di poter andar a Napoli a visitar la Raina sorella di loro Re, et poi che havrebbeno fatoli reverentia volevano passar in Cicilia e tornar in Spagna. Ma el Re non volse per non dar reputatione a Ferando. Quelli veramente di Maximiliano, uno rimase a Roma et l'altro ritornò in Elemagna a referir la sua imbassada; li quali oratori, a ciò el tutto chiaro se intenda erano questi, D. Zuan Bontemps, texorier di Bergogna, et D. Petro Gialon avvocato pur di Bergogna.

Di la venuta de quattro ambassadori dil Re di Romani a Venetia.

Intendando a dì 15 Fevrer la Signoria come erano zonti 4 ambassadori dil Re de Romani a Trevixo, venivano quivi per consultar gran cose, venuti per la via di Feltre con cavalli 55 e pedoni 25, et da Thoma Mozenico podestà et capitano a Trevixo fonno honorifice ricevuti, et venuti di longo a Mestre, per Zorzi Zorzi era ivi Rettor li fo usato le debite parole, et quivi steteno alquanto a dimorar. Per honorarli, essendo Domenega, fo dismesso Gran Consegio, che ogni Domenega si assueta di far, dove si fanno li officii et rezimenti. Or mandono 70 patricii senatori, tra li qual molti cavalieri et dottori, incontra con le soe barche fino a Margera, ch'è mia cinque lontano di Venetia. Ancora vi andò contra l'ambassador di Napoli et la fameglia del Legato Apostolico, però che lui era ammalato. Altri oratori de Franza, Spagna, Milano et Ferrara non vi andono. Et zonti ditti oratori, li fo fatto per uno dottor una oratione, come erano mandati dalla Ill.ma Signoria per honorar quelli; et poi a San Secondo montati ne li piati ducal, perchè per le acque non havevano potuto andar più avanti, veneno per el Canal Grando fino alla Zuecha, alozati in cà Marcello a presso la chiesa di San Zuanne Battista, dove li era benissimo preparato. Et zonti che fonno, li andono a visitar l'ambassador de Milano insieme con quello di Mantoa, excusandosi non erano venuti contra perchè erano stati tardi; poi etiam li venne a visitar l'ambassador de Spagna che era alozato in cà Diedo ivi vicino. Et usate in piedi le debite accoglienze, ditti oratori tolseno licentia. Quello di Franza per quel zorno non andò, ma ben l'ambassador de Napoli ritornò a conferir con questi alcune cose, et questi come disseno aspettava la commission dil Re loro, la qual di hora in hora dovea zonzer. Et però non volevano il Luni haver audientia, ma ben el Marti. Questi oratori erano: primo lo Episcopo di Trento chiamato Hodolrico de Letistaner (Udalrico di Lichtenstein); el resto Zuan Graidener (Gredner) preposito di Brexenon, et li altri do baroni cavalieri de Ispruch, conseieri et governadori dil Ducato de Austria, zoè Lunardo Felz (Vels) et Gualtier de Stadia (Stadion); da quali se intese come la Majestà dil Re de Romani essendo in Antorff, terra a presso Anversa, a li confini di la Bergogna..., li baroni dil ducato preditto, zoè el Duca di Goler, lo Episcopo de Lexe o vero Leodiensis, et el conte Ruberto de Arburs havevano rebellato al ditto Duca, et facevano gran danni, non volendo star contenti di l'accordo haviano fatto; et che Maximiliano preditto atendeva a conzar ditte cosse; le qual erano state cagione di la indusia faceva di la dieta si havea a far a Vurmes, terra franca in Elemagna bassa sopra il Reno tra Magonza e Spira a presso a Colonia, la qual al tutto voleva far a dì 12 Marzo, et poi venir in Italia per andar a Roma a coronarse; et che tutte le terre franche erano disposte di far ogni cossa in augumento di l'imperio et di soa Cesarea Majestà.

Et poi adì 17 fo el Marti, secondo l'ordine dato, volendo venir a la Signoria, fo mandati a tuor per molti cavalieri et degni patricii dil Consiglio di Pregadi; et questi veneno vestiti di negro per la morte di l'imperatore. Prima lo Episcopo con una vesta longa di zambeloto negro, et uno becheto di zendado a torno el collo, perchè cussì fa li episcopi in Elemagna, senza rochetto; poi lo Preposito, con una vesta di veluto negro, et questo havea la lettera credential in mano. Et i altri do baroni pur vestiti di veludo negro, con collane d'oro al collo. Et era ancora in questa terra za più anni uno che za fo ambassador di ditto Re di Romani quivi, et etiam ancora expedisce alcuna cosa, et questo fo el quinto, etiam per la morte di l'imperatore vestito di negro. Poi sequiva altri todeschi, pur vestiti lugubri, homeni de conditione, videlicet Francesco Sbroiavacha, Trando cavalier, Joane Baincher, Jacomo Tropo, Vio da Torre, lo Stainer, Zuan Ripar dottor et X altri zentilhomeni alemani, poi il resto di la fameglia. Era in palazo assà brigata per vederli venir; ma a caxo in quell'hora zonse ivi uno messo dil Turcho, el qual subito volse andar a l'audientia. Li venne contra el Prencipe con la Signoria et, posti a sentare, per quello proposito chiamato domino Joanne Graidener, el qual alias fo qui Rettor di scolari a Padoa, presentato la lettera, expose la sua imbassada; la qual conclusive fo che erano venuti vedendo el prosperar faceva el Re de Franza in Italia, per voler intender l'opinione di questa Signoria, si volevano far provisione, perchè el suo Re era apparechiato a far ogni liga etc. Et el Prencipe juxta el consueto, li rispose: fariano consultatione con loro consegli. Et ditti oratori dimandano presta risposta che 'l bisognava. Stavano a spexe de San Marco; et fo provisto de darli ogni zorno ducati diexe erano con boche ordinarie. Or mons. di Arzenton, el zorno da poi veneno, li andono pur a visitar, et fece le debite accoglienze. Et non molto da poi ditto mons. di Arzenton, andato uno zorno in collegio, perchè saepius andava per cose acadeva al suo Roy, come fevano però tutti li altri oratori, et considerando esser venuti questi oratori elemani, vi era ancora quello di Spagna, uno zorno andò alla Signoria, et disse pregando el Prencipe li volesse advisar la cagione di la venuta de ditti oratori, maxime questi de Maximiliano et tanti: che si eran cose pertinente a confini di la Signoria lui non voleva zercar, ma si cosa fusse che dimandasseno o volesseno contro la Majestè dil Roy, li volesse farglielo intender per poter advisar el Re, a ciò intendesse el tutto; la qual cosa credeva che Soa Serenità la farebbe volentiera, per la bona amicitia era con il suo Roy. Al qual per el Prencipe li fo risposto sapientissimamente; et che erano venuti per cose appartenente a loro; etiam per visitarsi, secondo la bona amicitia nostri teniva con tutti, maxime con el Re di Romani et Re et Raina di Spagna. Et ditto Arzenton disse era da judicar cussì, che ditti ambassadori era venuti a qualche gran fine de sì lontane parte, et cussì come el suo Roy lo teniva lui, et maxime quello di Spagna venuto 1500 mia, tamen poi che non poteva intender, era contento di quello piaceva a la Signoria. Queste parole uxoe, perchè in Venezia pur si parlava che questi ambassadori volevano far liga, zoè Maximiano, re di Spagna et la Signoria; altri diceva etiam el Pontefice, altri el duca de Milano per conservation di loro Stadi: et di questo molto se mormorava: tamen inter patres Senatus erano queste pratiche molto secrete, et Venetiani erano pur in gran reputatione. Sì come scrissi di sopra, a dì 17 Fevrer zonse uno brigantin venuto in 6 zorni da Ragusi in qua con uno messo dil Turco, venuto prestissimo, et era 17 zorni mancava di la Porta dil Turco. El qual, senza dismontar altrove, volse dismontar al ponte di la Paja, et andar di boto a la Signoria, et andava dicendo voleva star solum 3 zorni in questa terra, et ritorna con la risposta, et havea do colli con lui. Questa venuta parse molto di novo a tutti, et stevano con desiderio de intender quello voleva. Et dete che pensar a molti, ma poi intesa la cosa non fu nulla di momento. Questo presentò lettere dil suo Signor in Collegio, le quai diceva come havea habuto molto a mal, che el Signor di Senegaia havesse fatto sì poco conto di lui, di tuorli li ducati 40 milia mandava al Papa; e che la Signoria, per la bona paxe havea con lui dovesse far ogni cossa che li fusse resi, et dimostrar di aver habuto molto a mal, non tanto per la quantità di danari, quanto per suo honor, perchè li era fatto disprecio, el qual voleva esser bon amigo nostro, concludendo se dovesse far el tutto, a ciò si recavasse ditti danari. Ma el Prencipe li dimostrò bona ciera, et disse li risponderia; et che la consuetudine di questa terra era di non far alcuna risposta senza il suo Consegio, et che manderia per lui quando havesseno consultato. Et fo messo ad alozar a l'hosteria di la Serpa ivi a San Marco, et poi rescrisse al Signor Turco che havevano recevuto la sua lettera etc., et che non essendo el prefato Signor di Senegaia nostro homo, per haver l'Avosto passato compito la soa ferma, non li potevano far altro; come li havia mandà uno secretario et non voluto più darli soldo; et che al presente era fatto homo dil Re di Franza; et che non si poteva più: ma si fusse stato sotto il loro dominio, senza questa lettera, per la bona paxe si havea, harebbono provvisto in tal modo, che tutti li danari saria stati resi et lui castigato. Et ditto messo fo vestito di scarlato, datoli ducati 25, la littera la qual vidi, et la mansione quivi sarà posta, ritornò a Costantinopoli.