Romae die Junii MCCCCLXXXXIIIJ

Pontificatus nostri anno secundo.

Copia di una lettera scritta per il Gran Turco a papa Alexandro sexto.

Sultan Baixeth fiolo del Sultan Maometh chan[84], per la Dio gratia imperatore et signore de l'Asia e de la Europa e de le loro marine, al padre et signore de tutti cristiani Alexandro sexto per la Dio gratia de la Romana Chiesia degno Pontifice. Da poi la debita et humana salutatione di buono animo con puro core, significamo a la Vostra Grandezza come per Georgio Buzardo servitore e nuntio di Vostra Potentia havemo inteso de la buona convalescentia di quella, et così quello ne ha referito da parte di Vostra Grandezza; dil tutto mi son allegrato et presone gran consolatione. Fra le altre cose me ha referito come el Re di Franza è inanimato di prendere Gem nostro fratello di le mani di Vostra Potentia, che seria molto contra la voluntate nostra, e Vostra Grandezza ne haverà grandissimo danno e mancamento, e tutti i vostri cristiani ne patiriano detrimento. Però insieme con el sopra ditto Georgio habbiamo pensato che, per riposo et utile di Vostra Potentia, e per mia gran satisfattione, seria bene che ditto Gem nostro fratello, el quale ad ogni modo è sugieto a la morte, e stà in pericolo de esser tratto de le mani di Vostra Grandezza, li fusse fatto accelerare la morte, la quale a lui seria vita[85], et a Vostra Potentia utile e riposo, et a nui di gran contento. Et (in) questo se contentarà la Vostra Grandezza di compiacerne che ditto Gem sia levato di travaglio a quello migliore modo apparerà a Vostra Grandezza, e transitata l'anima sua ne lo altro mondo, dove haverà migliore quiete. Il che facendo adimplere Vostra Potentia, et mandando il corpo suo in qualunque loco de le marine nostre di qua, prometto io sopradetto sultan Baiaxeth chan de mandarvi in qualunque loco piaccia alla Vostra Grandezza ducati trecentomilia d'oro, acciò che la Vostra Potentia de essi ne faccia comprare qualche poteri a soi filioli, li quali ducati 300 milia farò consignare a quella persona ordenarà la Vostra Grandezza avanti che ne sia dato[86], poi alli nostri debba essere consignato. Ancora prometto a la Potentia Vostra, fin che io viverò, con la Grandezza Vostra haverò sempre bona e granda amicitia senza alcuna fraude, et a quella farò tutta quella gratia e piacere mi sarà possibile. Ancora prometto alla Potentia Vostra che per mi nè per alcun del nostro paese sarà dato impedimento nè fatto altro danno a cristiani, de quale sorte o vero conditione se siano, nè per terra nè per mare, excepto se nol fusse che damnificasse a nui o ad altri del paese nostro, e per più satisfattione della Grandezza Vostra, a ciò quella ne sia ben secura senza altra dubitatione di quello tutto che di sopra li promettiamo, habbiamo jurato et tutto firmato in presentia del soprascripto Georgio, per lo vero Iddio el quale adoriamo, e sopra li nostri veri Evangelii, de observare alla Potentia Vostra, nè in alcuna cosa mancarli, senza alcun fallo nè inganno, quanto gli promettiamo. Et ancora più vogliamo assecurare Vostra Grandezza, a ciò ne lo animo di quella non resti alcuna dubitatione, ma sia certissima, et così di novo io sottoscritto Sultan Baizeth chan iuro per lo vero Iddio che ha creato il cielo e la terra et ogni altra cosa, et in lo quale credemo et adoremo, che facendo far la Potentia Vostra quanto di sopra gli habbiamo richiesto, promettemo per lo fatto juramento de observare tutto quanto quello di sopra contiene, et in altra cosa mai contrafare nè intervenire a Vostra Grandezza. Scripta in Constantinopoli in nostro palazzo adi 12 Settembrio 1494.


El Re di Franza in questo mezzo essendo a Lion dove era venuto l'April, et quivi stette zerca mexi cinque, provvedendo a molte cosse era bisogno a questa impresa, et non tanto lui quanto li soi principali, zoè Mons. Samallo et mons. di Beucher, però che el Re stava su piaceri et innamoramenti, secondo el costume di Franza. Et accidit che se innamoroe in una lì a Lion pur di bassa conditione, a la qual volse dar di molti scudi, tamen li fratelli mai volse sopportar questo, et uno mons. de Olerius, è dil Dolphinà, era quello portava le imbasciate acciò il Re fusse contentato; questo facea per essere amicissimo dil re Alphonso di Napoli, perchè il Re pigliando tal pratica, fortasse la venuta in reame saria disturbata, che zà poco mancava: però che non havea denari da pagar la zente, et quelli baroni erano obligati in tempo di guerra di esser in hordine a la richiesta dil Re con tanti cavalli, dicevano la sua obligatione era non si partendo dil reame di Franza e per defension di quello, et non venir in stranie parte, onde bisognava adattar tutto. Et poi sopravenne la peste a Lion, et fo necessario al Re partirse, et quella pratica ditta di sopra lassoe. Ma in questo tempo dubitando pur che Maximiliano re, el qual era eletto in loco dil padre, come dirò di sotto, Imperatore da li elettori di lo imperio, venendo esso Re di Franza in Italia, per l'odio grando et inzurie ricevute, licet fusse adattate, non facesse qualche novità, deliberoe di esser a parlamento insieme, et mandoe ambasciatore a ditto re Maximiliano el Principe di Orangia, el qual vi stette gran tempo, et ha dato l'ordine di abboccarsi. Et perchè l'uno di l'altro non se fidava, el Re di Franza voleva che Maximiliano venisse a Digion in Borgogna, et Maximiliano voleva el Re venisse a Ginevre in Savoia, terra imperial; ma pur non essendo d'accordo de li lochi, ma terminono venir a una fiumana chiamata la Sonna, partisce la Borgogna da la Franza. Et cussì tutti do Re con gran zente venuti, il Re di Franza alozoe a Chinon (?) et Maximiliano a Biacina (?), et benchè fusseno mia cinque lontano l'uno di l'altro, per ambasadori accordono le cose, et Maximiliano rimaxe lì nella Fiandra a quelli lochi di suo fiol. Et il Re tornò a Lion a seguir l'impresa.

Et ritrovandosi el Re a Lion, venne uno ambasador dil Re e Regina di Spagna chiamato don Alonso de la Sylva[87] cavalier casigliano uno di 34 capitani dil Re, el qual exposto la sua ambasada ivi dimoroe et venne con el Re preditto di Franza in Italia fino a Pavia, dove da esso Re li fu detto non venisse più avanti perchè non era bisogno, facendo poco conto, ut mos est Francorum: unde ditto ambasciator si partì et andò a Zenoa per poter meglio advisar di questo el Re suo, el qual li rescrisse dovesse ritornar in Spagna, et cussì fece, et li mandono do altri li quali el trovò a Roma, come di sotto sarà scritto. Et il sig. Ludovico vedendo la dimora dil re a Lion vi mandoe Galeazzo di S. Severino, che fu figliol del sig. Ruberto, et genero suo carissimo, et conclusive il primo appresso di lui, con zerca cavalli 40 benissimo in hordine; el qual per nome dil ditto sig. Ludovico, vel ut melius dicam dil Stato di Milan che lui governava, li offeriva tutto il Stato in ajuto, promettendoli passo et vittuarie et zente, le qual zà havea, come per la liga era obligato, fatte metter in ordine, et datoli prestanze, exhortando Soa Maestà dovesse venir a seguir tal impresa, mostrando esser facile, havendo Milan con lui, et che esso Galeazzo era venuto per essere con Soa Maestà sempre a morte et vita, unde el Re have molto accepto. Et volse lì a Lion intender meglio el voler de Fiorentini, et come fu divulgato da li ambassadori erano ivi, Fiorentini ebbeno bona risposta: et etiam certi danari tolse a cambio da mercadanti lì a Lion, o vero l'imprestassero gratis, o pur sopra zoje. Et zà comenzava far adunar le sue zente, et avviarse parte a poco a poco verso Italia: et il governo veramente di tutto l'exercito nel principio di queste novità dette a mons. di Cordova (Crèvecoeur des Querdes), che era il primo suo marescalco in la Franza. Però che quattro gran marascalchi vi sono: zoè primo era questo mons. di Cordova, mons. marascalco de Giae (de Gié), mons. marascalco de Borgogna et mons. marascalco de Bretagna. Questo mons. di Cordova sempre fu contrario a questa venuta dil Re in Italia, et mentre si poneva tal cose in ordine, esso partito da Lion per andar a casa soa, di età di anni da 80 in suso, si amaloe et morite in uno loco chiamato la Brella (L'Arbresle) lige tre di là da Lion, avanti il Re da Lion partisse, ergo fu necessario di elezer uno altro capitano a sta impresa, che fu mons. di Monpensier. Et mandoe 6 ambassadori in Italia, uno alla Signoria di Venetia, el qual fu mons. de Citem, el qual dovesse star fermo fino el Re fusse di qua da monti, et dinotar alla Signoria al tutto la sua venuta esser prestissima, et intender si erano fermi Venetiani in l'alianza promessa. El qual ambassador zonse adi do April, alozoe a s. Gregorio a l'abacia, et stette quattro mesi fermo, et da Venetiani fu assà honorato. Et a Milan era zà venuto per suo ambassador mons. de Buzagia (Du Bouchage), el qual stette a Milano fino che ditto mons. di Citem passò per venir a Venetia, et stette cerca uno mexe a Milan, poi tornò in Franza al governo dil fio dil Re, signor di Dolphinà. Ma sapiando il Re certo che Alexandro pontifice, benchè a soi ambassadori havesse promesso, zoè a Peron, come ho scritto di sopra, di dar la investisone dil reame, sì come Innocentio suo predecessor et altri 22 Pontifici havea data, tamen al presente era certo per el parentado fatto con re Alphonso non la daria. Unde usoe questa stratagiema gallica, che mandò 4 ambassadori a dimandar a Soa Santità tal investisone; et subito habuta la risposta di no, dovesseno partirsi di Roma et far tutti vari exerciti. I quali oratori sono questi: mons. de Obignì (Stuart d'Aubigny), el general de Bidante[88], lo presidente di Provenza, et etiam Peron di Basser, che prima era scudier di scuria (écurie) dil roy, et è hora chiamato mons. et maistro di caxa dil Re, habuto gran intrada. Et foli ordinato che il general de Bidante et Peron de Basser ussiti di Roma andasseno a trovar il sig. Prospero et Fabricio Colonna, i quali sono potentissimi romani et signori di castelli, a quali dovesseno dar scudi vinti milia, erano stà mandati lì a Roma in banchi per lettere di cambio, perocchè zà Colonnesi erano con il Re di Franza accordati, mediante li Cardinali teniva da Sua Maestà, et che 'l presidente di Provenza restasse ambassador a Fiorenza, et mons. di Obignì venisse a Milan, et restasse in Italia al governo di le zente veniva di qua da' monti, et così feceno.

L'armada a Zenoa si preparava continuamente, la qual, come si divulgava et se intendeva per lettere di Zenoa, era grossissima, et fo comenzata di April. Doveva uscir al principio di Lujo; erano galie 30, nave grosse 12, nave di 8 milia cantari in 25 milia numero 30, galioni 15, albitozi[89] 6, sopra le qual si diceva sarebbe lanze 150 franzese, a 6 cavalli per lanza, et anche 1600 combattenti, cosa che pur ad udirla faceva tremar. Tamen non fu la mità, come tutto di sotto leggendo intenderete. Et prima andoe lì a Zenoa do Baroni dil Re, i quali fonno mons. el gran scudier[90] et mons. de Biamonte (Beaumont) con danari: et era decreto capitano di ditta armada mons. duca di Orliens, zerman cusino dil Re, et quello a chi aspetta el reame di Franza si questo Carlo re non havesse figlioli: el qual venne prima di qua da' monti cha il Re, et andò a Zenoa et ritornò, come di sotto sarà scritto.

Ritorniamo al re Alphonso, el qual in questo tempo sollecitoe molto l'armada soa, acciò dovesse ussir, come ussite, avanti di quella dil Re di Franza si faceva a Zenoa. Et cussì adi 22 Zugno ditta armada partì di Napoli, capitano don Fedrico suo fratello, el qual have el stendardo et ussite dil porto. Il numero di la qual armada qui sarà posto, habuto la verità da chi vi era presente.

Questo è il numero di l'armada di re Alphonso: