Non dovrei aver coraggio di presentarle una edizione, che io stesso riconosco sì difettosa. Ma la bontà che Ella ha per me, e di cui qualche traccia è in questo stesso volume, mi fa sperare che l'accoglierà come segno dell'affettuosa reverenza e della riconoscente amicizia
del suo affezionatissimo
R. FULIN.
Venezia, Agosto 1883.
AI LETTORI
Nel dare al pubblico, riunita in un solo volume, questa cronaca di Marino Sanuto, debbo giustificare la mia fatica da qualche appunto che mi potrebbe esser fatto. Non è già ch'io possa rimproverarmi difetto di diligenza, ma certamente mi duole di non averla potuta riprodurre così esattamente come uscì di man dell'Autore; e ancora più mi dorrebbe, se alcuno potesse credere diminuito il valore della mia pubblicazione da uno dei plagi più insigni, che la storia della nostra letteratura ricordi.
Prima di tutto debbo avvertire, cosa del resto già nota, che finora di questa cronaca si conosce solamente un codice apografo, custodito nella biblioteca nazionale a Parigi ( ital., num. 1422, Gaignières, 688). Quel commentario, che il Muratori pubblicò nel volume XXIV del Rerum Italicarum, attribuendolo al nostro Marin Sanuto, dopo i dubbi del Foscarini[1] e le osservazioni del Morelli[2], fu riconosciuto fattura di Girolamo Priuli. E parimente le notizie del Darù[3] e del De Cherrier[4] avevano a sufficienza mostrato che il codice parigino contiene la cronaca sanutiana; la quale, essendo ormai fatta di pubblico diritto, rende palese testimonianza dell'Autor suo. Quel codice, per concessione della Francia, fu dato a trascrivere nel nostro Archivio di Stato. E si conobbe allora che il codice non era autografo, anzi si disse (dico «si disse», perchè all'illustre storico Gregorovius e a me, che ne abbiamo fatto preghiera, non fu conceduto pur di vedere nonchè di esaminare quel codice), si disse adunque che era di pessima mano. Ma le angustie del tempo, giacchè non voglio mettere in dubbio la perizia del copista, non permisero che la trascrizione riuscisse sufficientemente accurata. E così, tra gli errori asseriti del codice parigino e quelli incontrastabili del moderno copista, le difficoltà della lezione son sì frequenti e in qualche luogo sì forti, che in più d'un caso ho disperato di restituire la dizione genuina del testo. L'originale, a malgrado di ogni ricerca, non si è trovato finora; giova sperare che perduto non sia, ma che giaccia in qualche angolo dimenticato di biblioteca o d'archivio. L'edizione che ho procurata renderà certamente più facili le ricerche; e una nuova edizione, collazionata coll'autografo, potrebbe essere degno preambolo alla grande pubblicazione dei Diarii, che riproduce per l'appunto gli autografi.
Premesse queste avvertenze, relative alla correzione del testo, debbo aggiungere qualche osservazione a provare che la fatica mia non fu inutile. Potrebbe indurre questo sospetto il sapere che l'opera del Sanuto fu, ancora nel Cinquecento, sfruttata da uno scrittore plagiario. Io spero, ad ogni modo, che il mio eruditissimo amico Bartolammeo Capasso, il quale mi fece avvertito dell'analogia che corre tra il racconto di Marino Sanuto e quello di Marco Guazzo, vorrà nelle sue Fonti della storia napoletana sostituire il nome del Sanuto a quello del Guazzo[5], giacchè le utili ed importanti notizie, che riguardano la storia napoletana al tempo di Carlo VIII, e che furono o non sapute od omesse dagli altri storici, appartengono alla contemporanea cronaca del Sanuto e non alle storie quasi sincrone del Guazzo. Il nome di questo scrittore non è sconosciuto, ma, a dire la verità, non è in grande stima fra gli scrittori: il Foscarini[6] ed il Zeno[7] l'accennano alla sfuggita; il Tiraboschi lo ricorda ma non lo loda[8]; e se lo Scardeone[9] ed il Vedova[10] ne parlano con qualche calore, è facile trovarne la causa, quando si sappia che il Guazzo ebbe mantovano il padre, veneziana la madre, ma nacque in Padova, e lo Scardeone ed il Vedova lo registrano quindi fra le loro glorie. Molte cose il Guazzo pubblicò in prosa e in verso, fossero sue o d'altri non cerco; ma quanto alle Historie.., ove se contengono la venuta et partita d'Italia di Carlo ottavo re di Francia, esse sono da cima a fondo copiate dalla cronaca di Marino Sanuto; guardandosi il Guazzo dal nominarla, anzi dal fare ad essa la più lontana allusione, nell'atto stesso che ne traduceva letteralmente l'ingenuo dialetto in uno sguaiato italiano[11]. Unica fatica del Guazzo, e questo mi preme che ben si avverta, fu quella di escludere le notizie che gli parvero prive d'opportunità o d'importanza. Ma come il plagio di per sè stesso è gran prova della sua molta impudenza, così le omissioni ci danno chiarissimo indizio del suo scarso criterio.
È noto infatti che Marino Sanuto, nato nel 1466, ed entrato nel Maggior Consiglio innanzi all'età legale, non per favore di sorte ma per opera d'ingegno[12], aveva fin dai prim'anni coltivata assiduamente la storia. E lasciando pure da parte i lavori meno importanti, che non mancano di pregio ma di cui non debbo ora occuparmi, il Sanuto nel 1494, cioè dire a ventott'anni, aveva già scritto la grande cronaca delle Vite dei Dogi. Questa cronaca parve al Muratori degnissima della pubblica luce; e accompagnandola di molte lodi, specialmente per ciò che riguarda gli avvenimenti posteriori al secolo decimo, le diede posto nella grande raccolta degli scrittori delle cose italiane[13]. Eppure il Muratori non ben conosceva quella parte delle Vite dei Dogi che comincia col 1474: ultima parte la quale, abbracciando i tempi di cui il cronista era stato testimonio oculare, è più ricca e più degna di fede, ma sventuratamente è ancora quasi del tutto sconosciuta agli studiosi[14]. Se non che in quest'ultimi vent'anni la storia di Venezia era stata la storia di Venezia e non più; nel 1494 invece accadevano avvenimenti, nei quali si trovava impegnata non la sola Repubblica di Venezia ma tutta intera l'Italia. Sentì bene il Sanuto che l'argomento incomparabilmente cresceva non pure di mole ma d'importanza, e che descrivere i nuovi fatti non era più còmpito del cronista d'una città per quanto grande e famosa, ma dello storico che imprendesse a raccontar le vicende della gran patria italiana. Interrotta adunque la cronaca, volle dettare una storia. Vero è che se egli aveva la sincerità e l'imparzialità, non aveva le altre virtù dello storico. Egli era sempre un cronista: un cronista infaticabile, un cronista giudizioso, un cronista sincero, ma nulla più che un cronista; onde noi lo vediamo interrompere subitamente la cronaca e tentare la storia, ma poi, trascinato dalla sua indole, a cui per sua e nostra buona ventura non fece ostacolo, discendere dalle vietate altezze all'utile benchè modesta fatica dei Diarii, i quali riusciron infine quel monumento meraviglioso che tutti sanno. Nella vita letteraria di Marino Sanuto, la Spedizione di Carlo VIII segna perciò il passaggio della cronaca ai Diarii. Fu, come oggi direbbero, un insuccesso; ch'ebbe peraltro l'inestimabile conseguenza di condurre, quasi insensibilmente, l'operoso cronista al vero suo posto. Laonde, chi s'arrestasse alla forma, dovrebbe dire che la Spedizione di Carlo VIII è la più difettosa composizione che ci abbia lasciato l'infaticabile uomo. Imperciocchè in sul principio, rapidamente tracciando a luogo a luogo la storia dei regni o delle repubbliche di cui gli accade discorrere, egli cerca nelle vicende del passato le cause degli avvenimenti contemporanei; ed aggruppando ed intrecciando come meglio parevagli le notizie, si sforza di dare unità, chiarezza e rapidità al suo racconto; ma, trascinato dall'indole e dalle consuetudini sue, ad ora ad ora s'arresta a descrivere una ceremonia o una festa; interrompe il racconto con citazioni distese di documenti pubblici e di lettere private; anzi talvolta dimentica il suo argomento per lasciar posto ad enumerazioni prolisse e non necessarie, come, per esempio, sarebbe la lista dei cardinali viventi nel 1494; finchè, avendo a prova riconosciuto che mentre la storia si fa non è possibile scriverla, si risolve di notare giorno per giorno gli avvenimenti, riserbandosi a raccontarli più tardi giusta i precetti dell'arte. Tanto egli andava ripetendo a sè stesso molti anni dopo: «quello seguirà per giornata.... ne farò mentione giorno per giorno, perchè poi si metterà ne la ordita et ben tessuta mia historia»[15], la quale, a giudizio suo, non doveva oltrepassare i quattro volumi[16].
Queste osservazioni ci spiegano le disuguaglianze che troviamo nel racconto della spedizione di Carlo VIII lasciatoci da Marino Sanuto, e ci dimostrano ad evidenza l'insigne plagio del Guazzo. L'orditura delle Historie di costui è la medesima del Sanuto: lo stesso principio, lo stesso mezzo, lo stesso fine; anzi, nel corso dell'opera, le stesse digressioni, gli stessi documenti, le stesse liste, perfin la lista già ricordata dei cardinali viventi nel 1494. Solamente allorchè s'accorse che, trascrivendo intieramente il Sanuto, oltrepassava quei limiti che forse i rispetti commerciali gli suggerivano, tentò di abbreviarlo. E cominciò dall'escludere i documenti, dell'importanza dei quali non si accorgeva; onde, p. e., nel solo mese di Ottobre 1495, egli omise nella sua copia una lettera di Francesco Bernardino Visconti al duca di Milano (pag. 626), una di Piero de' Medici ad Antonio Spannocchi (pag. 648), una di Antonio Grimani, capitano generale della Repubblica, all'ambasciatore veneto a Roma (pag. 635), una di Girolamo Contarini, provveditore in armata, alla Signoria[17], due di re Ferdinando II ai suoi oratori a Roma e a Venezia (pag. 637-641), e, non che altro, il trattato della pace conclusa a dì 10 Ottobre fra Carlo VIII e Lodovico il Moro[18], capitalissimo fatto, s'altro ve ne fu mai in questa guerra, e fecondissimo di conseguenze, ma sul quale il Guazzo sorvola (c. 227), senza nemmeno avvertire le circostanze che ne accompagnarono la pubblicazione[19]. Ora l'omissione dei documenti, che il Sanuto conservò e che rendono così importanti i suoi libri, potrebbe mostrarci da sola che le Historie del Guazzo non sono che una imperfetta, manchevole e affatto insufficiente riproduzione della cronaca sanutiana.