E tanto più se si avverta che, ad abbreviar la fatica della sua copia, credette il Guazzo di escludere addirittura quanto il Sanuto ricorda avvenuto in questo tempo a Venezia. Imperciocchè se si trattasse di avvenimenti affatto stranieri all'argomento del libro, le omissioni del Guazzo potrebbero stimarsi degne di lode; ma esse dimostrano invece che al Guazzo mancava del tutto quel senso istorico, che nel nostro Sanuto era si vivo e sì perspicace. Ne recherò qualche esempio. Noi sappiam bene che la politica era a Venezia maneggiata esclusivamente dall'aristocrazia; ma c'inganneremmo a partito se noi credessimo altresì che il popolo di Venezia fosse straniero o indifferente al contegno politico dell'aristocrazia dominante. Il Sanuto ci rappresenta più volte la piazza di S. Marco gremita, durante questa guerra, di popolo, e ci racconta che «tutti, quando era Pregadi suso, mormorava» (pag. 460). Era molto naturale che il popolo di Venezia seguisse con ansietà l'andamento delle pubbliche cose, giacchè la guerra rendeva necessari nuovi sacrifizi ogni giorno, e «la Terra era quasi suspesa et in magnum quid » (pag. 435). Eppure questo popolo dava di sè agli stranieri uno spettacolo meraviglioso, offerendo spontaneamente alla patria le sue fortune. Il sig. d'Argenton, che in quel tempo era ambasciatore di Carlo VIII a Venezia, si recò un giorno alla Camera degli imprestiti «per veder el modo se pagava et scodeva. Et visto in quel zorno gran moltitudine de brigata che portava danari, adeo el cassier non poteva suplir de scuoder, ste' molto admirato, che in li altri luogi si stenta assa' avanti che si possa haver una minima quantità, et qui scodevano tanti danari portati da' cittadini nostri voluntarie (pag. 269);... sì che per questo», conchiude trionfalmente il cronista, «si puol conjecturar la magnanimità de Venetia» (pag. 435). Vero è che il Governo non lasciava da parte sua di svegliare le passioni generose del popolo, e colle pubbliche preghiere (pag. 453) e colle pubbliche pompe, fra cui dev'essere ricordata la processione solenne, la quale attirò sulla piazza quasi settantamila persone, e fu condotta con sì pittoresca magnificenza che non ce ne potremmo fare un'idea senza la descrizione minuta che ne ha lasciato il cronista (pag. 299 e segg.). Alimentavasi così l'entusiasmo del popolo, il quale prorompeva talvolta in parole ed in atti che dispiacevano forte all'ambasciatore francese. Questi ne porse anzi querela alla Signoria, ma il «sapientissimo principe» gli rispose: «Non vi meravigliate; in questa terra nostra il popolo è libero e liberamente parlano, et hanno gran ragione» (pag. 309). Nè fu questa l'unica volta che il sig. di Commines dovesse uscire mortificato dalle stanze della Signoria. Fervevano in Venezia le pratiche, riuscite finalmente alla lega del 1495. L'ambasciatore francese sentiva apparecchiarsi qualche gran fatto, nè sapea quale; onde, pien di sospetto, recossi al Collegio per averne schiarimenti e notizie. Il principe, dice il Sanuto, «rispose sapientissimamente, secondo il solito»; sì che, badate alla conseguenza, «sì che, senza saper altro, Arzenton tornò a casa» (pag. 271). Ma venne il giorno nel quale il Doge annunziò al non abbastanza destro francese, che la lega era già stata conchiusa. Mi sembra prezzo dell'opera riferire come l'Argenton accogliesse l'inaspettata notizia, tanto più che il Guazzo credette bene di omettere questi particolari che il Nostro avea registrati[20]. L'Argenton adunque soggiunse: «Serenissimo principe, io mel suspettava di questo za gran zorni, ma mai lo criti ( credetti ) dovesse essere... Et ditto oratore molto maninconico tolse licentia, et vene zo per la scala senza saludar niuno, smorto assa'. Et come fo a piedi di la prima scala di l'audientia, ritornò suso a la porta dil Collegio, et fece chiamar Gasparo da la Vedoa, secretario nostro de' primi, et li disse: Replicate un poco quello ha ditto el Prencipe; come andato fuor di fantasia. Et cussì iterum li disse la sustantia di questa naratione. Et poi ritornò in barca per andar a San Zorzi[21], butando la bareta in terra, facendo segni de haver gran maninconia: la qual cossa fo mal fatta, nè seppe fenzer, come si suol far. Ma, judicio meo, questo processe non tanto per el Roy quanto per lui; perchè è da judicar scrivesse, che mai de qui non se concluderia tal liga, per le operatione sue faceva. Perchè lui dimandava a li oratori de Milano: Sarà el vostro duca in questa? Et loro li rispondevano: Non crediate mai, monsignor. Et fevano come li savii fanno nel governo de' Stadi, che dimostra a li nemici voler far una cossa, poi ne fanno un'altra. Or ditto Arzenton molto se lamentava dil sig. Ludovico, dicendo che se lui non era stato, mai el Roy non passava in Italia, et che lo haveva tradito[22]. Et di tanto fastidio si buttò al letto, et la collera li mosse, et have alquanto di fastidio, benchè li fusse mandato medici per la Signoria, quali concluseno non sarebbe mal niuno, ma era alquanto contaminato; come cussì fo», (pag. 285 e seg.).

Questa scena, che pare a me così viva, parve insignificante al Guazzo, il quale per conseguenza la omise con tutte l'altre particolarità che ho ricordato poc'anzi, e con quelle assai più che dovrei citare se non si trattasse qui che d'un cenno. Non posso peraltro non avvertire, che le omissioni poco ponderate del Guazzo avrebbero privato gli studiosi di una quantità di notizie, minuziose, se vuolsi, ma che potevano riuscire a più d'uno singolarmente care e preziose. Tale, per esempio, sarebbe la notizia relativa al vicentino Basilio della Scola. Di quest'uomo, che rimase più di tre secoli sconosciuto quantunque fosse uno dei più grandi ingegneri del Cinquecento, il padre Alberto Guglielmotti fu il primo a raccogliere, nella sua storia della Guerra dei pirati, quante più notizie potè; e, giovandosi della cortese amicizia della famiglia Scola, la quale vive ancora in Vicenza, molte ne trasse dai Diarii, allora inediti, del Sanuto. Ma la cronaca della spedizione di Carlo VIII l'avrebbe messo in sulla via di scoprire una particolarità, che nella vita di Basilio è molto importante. Imperciocchè l'ingegnere vicentino non abbandonò la patria soltanto «per seguire la milizia nelle guerre di quel tempo», come dice il Guglielmotti[23], ma perchè ne era «bandito»[24]. Per qual motivo fosse bandito, non dice in questo libro il cronista; ma bastava il suo cenno per indurre lo storico ad altre indagini[25]. Assai più spesso le notizie del Sanuto completano gl'imperfetti ragguagli che si raccolgono altronde. Il compianto Camillo Minieri Riccio, parlando delle opere d'arte di Castel Nuovo, ricorda le famose porte di bronzo lavorate da Guglielmo Monaco, «che vi ritrasse la congiura dei baroni». E, a proposito di quelle porte, aggiunge «una preziosa notizia», che il cav. Angelo Angelucci, direttore del Museo d'artiglieria di Torino, trasse dall'archivio Gonzaga di Mantova. È una lettera del 16 Aprile 1495 da Napoli a Francesco Gonzaga, nella quale si dice: « Vostra Signoria de sapere che la M. del S. Re Ferante havea facto fare al castello novo dui porte de bronzo istoriate e questui (Carlo VIII) li ha facte tore et guastare et charichare per condure via donde ogneuno ne sta suspesso... ». Oggi, soggiungeva il Minieri Riccio, «le porte stando al loro posto, è da credersi che per la precipitosa partenza dal Regno di re Carlo furono dimenticate, e quindi furono rimesse al ritorno di re Ferrante II»[26]. Il fatto non era sconosciuto al Sanuto, il quale aveva detto che Carlo VIII «fece levar le porte di Castelnovo, che era di bronzo, bellissime, et voleva farle cargar su dite galeaze[27], per mandarle in Franza, et metterle a Paris, a ciò se vedesse queste spoglie ivi a eterna memoria» (pag. 314). Ma questa notizia, poco poi confermata dagli oratori veneziani (pag. 340), è resa compiuta dalle particolarità relative alla battaglia di Rapallo (13 Luglio), dove l'armata genovese sconfisse quella di Francia. Di fatti qui, tra il bottino, erano «le porte enee di Castelnuovo di Napoli» (pag. 510), le quali per conseguenza non erano state dimenticate, ma furono restituite a Napoli dall'armi di Genova[28].

Da queste osservazioni si vede che, pure raccontando l'impresa di Carlo VIII, il Sanuto, come nei suoi libri soleva sempre, raccolse notizie da ogni parte e d'ogni natura; onde la spedizione francese non deve stimarsi manco preziosa di tutte l'altre opere sue, nelle quali gli studiosi riconobbero una inesausta miniera che di raro ricercasi inutilmente. Ora il Guazzo, colle improvvide omissioni, non solamente privò la scrittura sanutiana di questo suo pregio caratteristico, ma talvolta, sopprimendo poche parole, anzi una sola, riuscì a travisare la fisonomia dell'autore o il senso del suo racconto. Anche qui darò qualche esempio. Parlando del privilegio, attribuito ai re di Francia, di guarir dalle scrofole, dice il Guazzo, copiando, che Carlo VIII «quivi in Italia molti di quel male, segnando, fece liberi» (c. 104 t.º). Ma il Sanuto aveva detto: «qui in Italia molti del mal preditto, segnando, varite, ut dicitur » (pag. 245). Il Guazzo omise questa riserva, non accorgendosi dell'ironia di quel dicitur. Parimenti, descrivendo la cerimonia dell'investitura del Moro, dice il Guazzo, copiando, che Lodovico aveva un corteggio di quattrocento persone, «fra molte voci che Duca! Duca! gridavano» (c. 141 t.º); mentre il Sanuto aveva detto: «cridando i soi servitori: Duca! Duca! ma pochi del popolo » (p. 159). Anche qui il Guazzo omise l'ultima frase, che dà una diversa significazione al racconto. Insomma il Guazzo copiò, ma copiò male il suo testo; e quando non omise del tutto le descrizioni, come quella di Napoli, che uno dei più eminenti eruditi napoletani, l'illustre Bartolameo Capasso, dice piena di particolari «che sono taciuti dai nostri cronisti ed ignorati dai patrii scrittori» (pag. 237 in nota), ne soppresse senza discrezione veruna i tratti più significativi. Basti l'entrata di Carlo VIII a Firenze, nella quale egli passa sotto silenzio la circostanza ricordata dal Nostro, che, «subito zonto, el Re dimandò di le medaie, cammei et porzellane di Piero ( de' Medici ), che erano cose di grande estimatione, però che Lorenzo suo padre ( il Magnifico ) molto si deletava; ma perchè erano stà strafurate da li soi, et scose in li monasterii, non le potè haver» (pag. 136).

So che il plagiario avrebbe potuto conservare alla cronaca sanutiana la sua integrità sostanziale, quand'anche ne avesse escluso i particolari che intimamente non si connettono al filo della narrazione. Ma ho voluto accennare soltanto ad alcuni di questi particolari, perchè se fossi entrato nel vivo dell'argomento, avrei dovuto analizzar tutto il libro. Ormai la cronaca sanutiana è stampata come le Historie del Guazzo; le confronti chi ne ha la pazienza. Basti perciò che sull'andamento generale di tutta l'impresa, ma specialmente nell'esposizione delle trattative riuscite alla lega del 1495, nella descrizione della battaglia di Fornovo[29], e nella storia dei maneggi che precedettero la pace tra Carlo VIII ed il Moro, il Sanuto ci diede uno straordinario numero di ragguagli che il Guazzo omise, ma che avrebbero dovuto parergli, come sono di fatti, caratteristici, importanti, essenziali a farci conoscere pienamente gli uomini e i fatti. Conchiuderò adunque dicendo che un superficiale confronto delle Historie del Guazzo e della cronaca del Sanuto dimostra il plagio anche ai ciechi; ma che un esame più attento dimostra pure che il plagio è riuscito così imperfetto da lasciarne tutta la vergogna all'autore, senza togliere alla cronaca sanutiana la novità e l'importanza che gli studiosi vi hanno riconosciuto[30].

R. Fulin.

Augustino Barbadico Venetorum principi invictissimo Marinus Sanutus Leonardi filius patricius tuus venetus se plurimum commendat et optat Reipublicae felicitatem.

Havendo non con piccola fatica reduto in fine, Serenissimo et Excellentissimo Principe, l'opera già divulgata degna et di farne extimatione di la venuta di Carlo re di Franza in Italia et successo de tempi fino l'hodierno giorno, et compita, deliberai dedicarla a Tua Serenità, sì per esser capo di la Republica et benemerito, quam perchè sia eterna memoria che sotto Tua Sublimità sia seguito in brevissimo tempo cose in tanto volume descritte. Et non senza summa laude di quella vi si puol scrivere alcuna cosa, per li modi tenuti, per le cotidiane fatiche, sapientissimi consegli, frequenti consultationi, non parcendo alla età septuagenaria, alla complexione nobilissima, alla degnità ducal, ne la qual cercar si doverebbe di conservarsi longamente, ma con ogni diligentia voluto esservi a tutti consegli del Senato, primo a intrare et ultimo a ussire, antivedendo a molte cose per le quale è seguito la grande gloria a questo illustrissimo Stato, et ben è nominata Tua Excellentia da quel divo Augusto Cesare, al quale se attribuisse fusse il primo huomo ne molti secoli. Adonque la città nostra veneta sempre di Augustino Barbadico sarà memore: conciosia che è intervenuto più ardue et importante materie sotto il Tuo ducato, che sotto niuno altro principe che sia stato, però che ho voluto veder li annali et croniche, et etiam qual cosa col parvulo ingegno mio ho descritto, ch'è la Vita di Doxi ab urbe condita fino a Tua Sublimità, la qual con tempo, Domino concedente, si darà fuora. Perchè in questo tempo non solamente vi si combatteva di uno Stato[31], ma, ut ita dicam, tutta Italia vi andava in preda, et si sottoponeva a gente gallica, la qual, secundo l'antiche hystorie, mai hanno potuto longamente dominar in quella, nè mantenir alcuno Stato acquistato da loro, ma sempre sono stà scacciati vituperosamente. Perchè havendo l'eterno Iddio posto le Alpe per termene, che barbari e tal generatione fusseno divise dalla italica gente, la qual parte de Italia secondo cosmographi et scriptori de siti è la più bella parte di la terra habitabile, et più fructifera, licet poca vi sia, cussì mai non li ha lassato Iddio molto in questa parte prosperare: cominciando da Brenno, el qual, come scrive Giustino, venuto in Italia fece molte cose, et Roma brusò, demum da Camillo romano fu scacciato de Italia; et cussì in varii tempi leggendo le hystorie si trova Galli esser stà sempre scacciati, et simile altre generatione barbare venute più volte per quella subjugare, zoè Hunni, Gothi, Ostrogothi, Longobardi, Ungari et altre gente lontane, che per non tediare Tua Sublime Signoria, qui pretermetterò dover narrarle. Quanto aduncha questa Italia e tutti li potentati siano obligati, da poi quello dal qual procede il tutto, a questa inclita Republica, per le cose successe, per mi verissime qui descritte, si vederà, per haver scacciato quello che sotto specie di andar contra infideli voleva depredarla. Quanto re Ferando di Napoli deve adorare il tuo nome come rappresentante del Senato, per esser con le tue forze et sapientissimo governo ritornato nel regno, el qual di voluntà havea lassiato, et parte di quello recuperato et va per giornata recuperando; sed de his hactenus. Concludendo vi si puol dire di Venetia: Dum mare delphinos, dum caeli clara tenebunt sydera; dum gratas tellus dabit humida fruges; dum genus humanum sua deget saecula terris, splendor erit toto Venetum celeberrimus aevo. In questa opera aduncha leggendo si vederà, invictissimo Principe, tutto il successo, giorno per giorno, da poi la partita di Carlo re di Franza fino alla sua ritornata, et non solum quello Sua Majestà seguiva, ma etiam quello in diverse parte de Italia uno et eodem tempore si faceva, cosa non senza grande fatica et continua sollicitudine investigata. Et sopra tutto la verità, perchè questo è potissimo in historia; come etiam feci de la Ferrarese guerra, intitolata al Serenissimo Johanne Mocenico antecessor Tuo, sotto dil qual ducato la fue, ne la qual etiam Tua Excellentia è nominata, per quello che tunc in diverse legationi si adoperò. Or in questa ho tenuto un modo assà chiaro per non confondere li lectori di tempi. Et ancora, Principe Serenissimo, quando da le fatiche publiche harai alquanto di ocio, leggendola, son certo troverai cose degne di memoria et varie, et fortasse a molti incognite, che sarà di summo contento a Tua Sublimità, et a questo mio gloriosissimo Senato, et molto gratissima a quelli leggeranno et hanno piacer de historie, et sapere li facti in Italia seguiti, opera di grande utilità, maxime a quelli che partengon salire al governo publico. Et benchè ne sia molti che tal gallica historia habbi descripto sì in latino, come Marco Antonio Sabellico, huomo litteratissimo et veterano in tal cose, et altri nel sermon materno; et questi o con più alto stile o con nova forma haranno formato loro scritture: ma io non curando di altro che di la verità, ho fatto questa, vulgari sermone, acciò tutti, dotti et indotti, la possino leggere et intendere, perchè molto meglio è faticarsi per l'università che per rari et pochi. I quali, ancora che buona fusse, son certissimo si latina l'havessi descripta, mi harebbeno biasemato; et ben che si havesse potuto respondere quello che alli detractori di questa li dico per mia excusatione: mala sunt, sed tu non meliora facis, secondo il ditto di Marciale poeta. Adoncha con jocunda faza receverai il piccol dono dil patricio tuo, el qual, tal qual è, lo dono, dedico et mando a Tua Sublimità, alla qual quanto più posso iterum atque iterum me commendo. Vale, valeatque Excelsitudo Tua, ut opto.

Ex urbe veneta, in aedibus habitationis, anno MCCCCLXXXXV ultimo Decembris.

Adsit omnipotens Deus.

Marini Sanuti Leonardi filii patricii veneti de Adventu Caroli regis Francorum in Italiam adversus regem Neapolitanum, anno domini mcccclxxxxiiij, regnante Alexandro sexto pontifice maximo et Augustino Barbadico Venetorum duce. Incipit liber primus.