El Conte de Petigliano, sì come ho scritto, a dì 19 Novembrio, per esser bon zorno, seguendo le dispositione di cieli, seguendo le opinione astrologiche, volsse li fusse consignato lo stendardo et baston di governador di le zente nostre. Et cussì fo ordinato de far, et mandato molti cavallieri, dotori et altri patricii a levarlo di casa con li piati ducal et assa' trombe. Andoe vestito con una veste bianca brocata di soprarizo d'oro, cossa bellissima a veder, longa fino in terra, la qual si havia fatto infra questi zorni. Et menato in chiesia di San Marco, dove vi fo el Prencipe con tutti li oratori, et cantata una solenne messa, ut mos est, per el Patriarca nostro, dil Spirito Santo, da poi, davanti l'altar grando, per el Prencipe, con molte ornate parole, li fo consignato el vexillo, ancora non compido, et il scetro argenteo. El qual esso conte di Petigliano in sustantia rispose, che tanto più fedelmente serà ubligado de operarse nel governo di la militia veneta, quanto che lui conosceva che la Illustrissima Signoria, di presone che lui era dil Re de Franza, l'havea facto libero, et de morto per la ferita, l'havea facto vivo et risanato etc.; promettendo fedeltà. Et andoe per la chiesia de S. Marco, a presso el Prencipe, con el stendardo avanti, et el baston portato da lui in man; demum ne li piati ritornoe a caxa con assaissime trombe, le trombe et pifari dil Prencipe nostro, acompagnato da alchuni patricii; tra li altri vi vidi Thomà Zen, cavalier, Marco Dandolo, doctor et cavalier, Jacomo Contarini, Antonio Pizamano et Zuam Badoer, tutti doctori, et altri patricii, et el conte Alvixe Avogaro, et el conte Bernardin, che dovea dir prima, et altri assa' condutieri, et molti soldati erano tunc in questa terra. Et tutto quel zorno fo facto ivi gran feste de soni et cridar de putti: Marco! Marco! etc. Et sempre fu fino caxa, esso Governador tenia el baston in man. Et poi, habuto danari, a dì 24 ditto, da matina, se partì di questa terra, et andoe versso Padoa, dove fo assa' onorato; demum a Gedi in Brexana, dove fo diputato l'alozasse, per esser loco comodo a tal cosse. Et ivi andato, comenzoe a far la soa conduta.
A dì 19, per lettere di ambassadori nostri al Re de Romani, s'intese el certo de la lianza, sì come ho scripto de sopra, et parentado facto dil dito Re con el Re de Spagna, zoè el Prencipe, fio dil Re de Spagna, primogenito, in la fia di esso Re de Romani, sorella di l'archiducha de Borgogna, che era prima dedicata al Re de Franza; et esso archiducha de Bergogna in la infante donna Joanna, seconda fia dil Re de Spagna; et che, a Vormes, con li ambassadori de Spagna fo facta la solemnità et cerimonie. Et ita certum est; ma di Spagna non si havia niuna nuova, da le lettere di do Avosto in qua, che tutti se meravejavano, tamen vi fusse li corieri lì, et che niuno fusse ritornato. Pur se divulgava, el Re havia voluto... in Franza, et cussì el suo ambassador era qui tenia certo; tamen la verità non se intendea. Et fo decreto nel Consejo de Pregadi, che uno ambassador di quelli erano al Re di Romani, et uno in Spagna, ritornasseno in questa terra, restando l'altro ivi, o per tessera o per acordo. Et fo subito expedito le lettere in Spagna, in Elemagna. Et di quella andoe in Elemagna, essendo li oratori andati seguendo el Re, et, partiti di Vormes, in una terra chiamata Norlinga, feceno dir una messa dil Spirito Santo, et butoe le tessere a chi tocar dovesse di lhoro oratori repatriar; et tocoe a Zacaria Contarini, cavalier, restar, et Benedetto Trivixan, cavalier, ritornar. E quello statim, tolto licentia da la Cesarea Majestà, a dì 6 dil presente mexe, partì e zonse in questa terra a dì 26 Decembre.
A dì 24 ditto, nel conseio de Pregadi, in locho di Hieronimo Lion, cavalier, ambassador a Milan, fo electo Nicolò Michiel, dotor etc., era stà capetanio a Brexa; et per esser dil conseio di X se excusò; unde, el zorno driedo, fo creato Marco Dandolo, dotor et cavalier, che alias era stà orator in Hongaria, et acceptoe. Ancora Hieronimo Zorzi, cavalier, orator nostro a Roma, essendo stato assai a la soa legatione, et con grandissima faticha di andar quotidie dal Pontifice, expedir ogni 3 zorni lettere a la Signoria, come facea, esser vigilante et inquerir et advisar le cosse, adeo che prendeva molta faticha, più che l'età vi potesse portar, però che havia anni 64; et havendosi assa' exercitato in questi zorni, scrisse exortando la Signoria nostra fusse facto in suo loco, et dato in questi carghi ad altri patritii, perchè quasi lui già non potea portar la faticha, più che mai si affaticava. Unde li padri di Collegio, a dì 11 Dezembrio, nel conseio di Pregadi messeno parte di far orator a Roma in loco suo, et li Senatori, considerando el buon portamento facea, et a li fastidii di la Republica esser necessario haver tal sapientissimo homo e pratico in corte, e maxime essendo in gratia dil Pontifice, come era, et altri reverendissimi cardinali, et, conclusive, benissimo si portava; unde, pro nunc, non li volseno dar licentia, ma etiam che fusse creato in locho suo...
Fo decreto, a dì... Novembrio, nel ditto conseio, che niun cavalier di zente d'arme vi fusse, di altre terre che di quelle subdite a la Signoria nostra; et questo per buon rispetto.
A dì 23 ditto, zonse in questa terra uno secretario dil re Ferando da Napoli, licet vi fusse do ambassadori, chiamato....; et, fo divulgato, cum amplo mandato dil Re. Poi, a dì 16 Dezembrio, venne uno ambassador di esso Re, nominato domino Hieronimo de Totavilla, et alozoe a San Polo, et venne incognito et non con alchuna pompa. El qual, prima venisse qui, fo a Milan; se judica a pregar el Ducha non fusse contrario. Poi venne in questa terra per acordar che la Signoria volesse mandar el soccorso al suo Re, senza il qual non potria mantegnirsse nel Regno. Quello seguirà forse, lector, scies. Et in questo medemo zorno, a dì 16 Dezembrio, se partì... a Napoli, Antonio di Zenari. Etiam venne Alvise Ripol, era a Roma, stè tre zorni, poi se partì. In questi zorni tornò le galie di viazi, primo Baruto, poi trafego et Alexandria, cariche di mercadantie et senza danno.
Domente queste cosse a Venexia si fanno, non voglio restar scriver quello acadete in Fiorenza, che, volendo pur al tutto ritornar nel stato Piero de Medici, el qual con zente era a li confini; el qual, sì come ho scritto nel primo libro, questa caxa di Medici per la venuta de Carlo Re de Franza.... e non per errori che lui, Piero, havesse comesso contra el stato, unde Fiorentini deliberorno, da poi la privation sua, in questi zorni, che l'anno sequente, eodem die che fu scazato, si congregorno tutti i mercenarii, el popul in piaza et li... di Fiorenza in su la renga. Et uno de dicti signori declamoe Piero di Medici per usurpator et per tiranno, commemorando come quel zorno proprio fu scazato quello, mediante el qual con soi antecessori el proprio dil comune era andato zerca anni 60 in oblivione, dicendo che la plebe dovesse exclamar al cielo tre volte, ringratiando il motor dil cielo che quel zorno compiva l'anno, zoè a dì 6 Novembrio, la liberation di la libertà de la Republica, et perhò haveano decreto dover quel zorno celebrar in tal memoria. El qual per non haver facta niuna... nominata, lo dovesseno chiamar la festa de San Caza Pietro, et che tutti dovesseno far festa, facendo molti convivij et grande jucundità. Alcuni altri de li seguazi, non dil populo ma più presto de la casa de' Medici, vedendo el mondo non esser stabile, se la ridevano di tal cossa, andorono in alchuni colloquij tra lhoro, dicendo questi pronosticavano la festa di Pietro deve ritornare nel stato. Et vedendo Fiorentini poi che Pietro procedeva, e veniva con zente contra, feceno di lo stado di dieci di la guerra, primo Filipo Pandolfini et Paulo Antonio Soderini, i qualli erano di seguazi di esso Pietro. Et questo feceno non sine causa; o vero perchè questi si contentasse di esser dil stado, e più non favorizasse Pietro; o vero che non vi havesendo questi huomeni primarii, aproximandosi Pietro a la terra, non si sublevasse el populo, et non intravenisse qualche novità; ergo etc.
In questo mezo, Guido Guerra da Bagno, assa' nominato di sopra, et cupido di nove mutatione in Romagna, non li bastando di quello havea fatto sæpius in Cesena, che etiam contra l'arzivescovo nostro di Ravenna volsse mostrar il poter suo, benchè male li advenisse. Et un zorno dimandoe alchune zente al sig. Pandolfo di Rimano, nostro soldato, non dicendo quello voleva far; et venne a un loco di la jurisditione di ditto arzivescovo, nel territorio de Ravena, chiamato Castel Nuovo, et quello prese et aquistoe, perchè era senza custodia. Et inteso ditto arcivescovo, che tunc se ritrovava ai soi castelli, questo, scrisse ad Andrea Zancani, podestà et capetanio de Ravenna, dolendossi non tanto de Guido Guerra, che lo cognosceva suo nimico, ma di la zente dil signor di Rimano; et etiam si dolse a la Signoria nostra, la qual hebbe molto a mal che, con le zente nostro medeme, fosse seguito tal inconvenienti. Et scrisse al signor de Rimano che si dolevano molto di questo, et facesse provisione fosse reso ditto castello, et dimostrar a Guido Guerra havia facto assa' dispiacer a la Signoria a far questo. Et zonte ditte lettere a Rimano, el signor deliberoe monstrar la fideltà havia, et mandò a chiamar ditto Guido Guerra venisse a parlar. Et zonto ivi in castello, li fo ditto come era presone de la Signoria. Et esso Guido disse: Non so haver facto cossa alcuna contra di Soa Serenità, et al manco habbi questa gratia che li parli. Ma, indubitante Senatu, senza dir altro, a dì 13 Novembrio fo strangolato, et cussì finite la sua vita dolorosamente, et messe fine a tanti mali, quanti havia commesso. Era tamen valentissimo homo et di gran cuor, et favorizava le cosse franzese; unde, questa morte non solum a la Signoria nostra, ma etiam al summo Pontifice..., per le molestie deva a Ravena, terra di la Chiesia, come di questo di sopra ho assa' scritto. Et morto che 'l fu, madona di Forlì, fo moglie dil conte Hieronimo, femina quasi virago, crudelissima et di gran animo, mandoe alcuni fanti a questo Castel Nuovo, et vi mandoe Achiles, capetanio di le soe zente ivi, et tolse ditto castello. Et benchè la Signoria scrivesse fusse renduto, per esser cossa del territorio di Ravena, et lei diceva esser di Forlì; unde fo necessario scriver al signor di Rimano vi mandasse alchune zente, et a Bernardo Contarini, provedador de Stratioti, era con 850 stratioti a Ravena, che statim andar dovesse a recuperar ditto castello, et far sì ch'el si havesse; et scritto a Andrea Zancani, podestà de Ravena, facesse ogni provisione. Et statim questo receuto, Bernardo Contarini, licet non fusse ancora ben risanato dil mal acutissimo havia habudo, pur disposto di metter la vita per questa Republica, a dì 28 Novembrio partì con stratioti et fanterie di Ravena, et con lui vi era Jacomo da Veniexia, Jacomo da Tarsia et Antonio di Fabri, capi di fantarie. Et la sera, a hore 24, arivono a Mendula, loco dil signor di Rimano, ordinato per lozamento lhoro. Et non havendo quelli facto alchuna preparation per espugnar Castello Nuovo, tutta quella notte nostri steteno in exercitio, in far far scale et far preparar 4 spingardele; et fo facto 30 scale. Et a dì 25 a l'alba, montoe ditto provedador a cavallo con li stratioti, et aviate le fanterie avanti, a hore 17 si presentò atorno ditto Castello Nuovo, et dismontoe a piedi, e con tutti li stratioti, per esser mal loco su quel monte a cavallo; et mandò el suo trombeta con Jacomazo, capetanio di le fantarie preditto, el qual fusse a parlamento con el castellano, e notificharli era venuto ivi per haver ditto castello o per amor o per forza; prometandoli che, si aspettasseno la bataia, tutti sariano tagliati a pezi, et le sue robbe messe a saco. Li quali risposeno, volentier parleriano col suo Provedador. El qual, visto esser richiesto, andoe e si presentoe a l'incontro di la porta. Et el castellan disse, come ditto castello era tolto e tenuto per la Chiesia, et che facesseno venir el governador di Cesena, che li comandasse che desse el castello, che lo daria volentieri. Et per el Provedador li fo risposto, che tal parole non era a proposito; et che se intendeva bene, Achiles capetanio di le zente de madona de Forlì havea preso ditto castello, et quello si teniva ad instantia de madona; et che li deva termine do hore li dovesse consignar le chiave, altramente lo daria a sacomano. Et li dimandò el castellano li desse termene tutto doman, per poter mandar a Cesena, et per intender el parer dil governador. Et visto el Provedador le artilarie non esser zonte, ita che li huomeni non potevano dar la bataia, fo contento darli tutto ozi termine. Si tolse una chiesia a presso le mure, et lì fece alozar el capetanio et tutta la fantaria, et lì volleva metter le artilarie. Et esso Provedador scrisse a la Signoria, come la mattina li volleva dar la bataia, non si rendendo. Et cussì Stratioti alozoe a uno loco se chiama el Monte dil Vescovo, circondato da molte neve. Et a dì 28 Novembrio, in lo borgo di Mendula, le nostre fantarie fonno a le man tra loro; et fo amazato uno de' provisionati de Antonio di Fabri; et questo per cridar: Favri! Favri! e Tarsia! Tarsia! El Provedador, adunata la matina la fantaria, fece far una crida, pena de la forcha, che niuno chiamasse altro che: Marco! Et poi a dì 30 ditto, da matina, a hore 13 de notte, fo compito de far uno poco de riparo, dove erano alozati a l'incontro di la porta dil castello. Et a questa hora andò el Provedador, con tutti li capi de Stratioti, a piedi, un poco di arzer a canto le mure dil castello, et stavano coperti da bombarde. Et la caxon andoe avanti zorno, fo perchè le bombarde et archibusi bateva tutta la strada dove nostri haveano ad andar. Et messo le poste, el Provedador con li stratioti et Antonio di Fabri da una banda, et il resto da l'altra, et havendo promesso aspetar fino la matina, et come fo levato el sol, mandoe ditto Provedador missier Zorzi Paleologo et Nicolò da Nona, capi de Stratioti, con Antonio di Fabri, contestabelle, a notifichar che li daria la battaia, sì come li haveva promesso. Et questi apresentadi fonno salutati di molti sassi, et, nel levar dil sol, fo deserato una bombarda e le spingarde tutte a le difese. Mettendosi in hordene nostri per darli la bataia, li contadini, che erano dentro, fece segnal soprastesse, dicendo volleva dar la terra, la qual era per loro guardata, con condition fusseno salvi l'haver et le persone, et che daria ogni aiuto per haver etiam la rocha et la torre. El Provedador mandoe ditto Zorzi et Nicolò da Nona et Antonio Fabri con 50 fanti dentro la terra, i qualli gridò: Marco! Marco! Quelli di la rocha et di la torre comenzono a trar a li ditti di fora et di dentro; et Bernardo provedador, considerato el poco numero di zente vi era dentro, in tutto numero 25, et per nome di la Madona de Forlì, et 50 contadini, volse intrar im persona in la terra con stratioti e fanti numero 100, con la bandiera de San Marco protetor nostro; et quella fece metter sopra la torre con molte alegrezze. Et quelli contadini subito si poseno a li piedi, dicendo volevano morir per San Marco. Poi el Provedador fece adunar gran numero di fassine, et tutti con li... andono versso ditta rocha, mostrando voler brusarla. Et quelli di la terra li salutono con sassi. Et stando in questa scaramuza, quelli di la rocha dimandoe pacti di darsi, salvo l'haver et le persone. Et el Provedador fo contento. Et aperta la porta di la rocha, introno nostri dentro, et fo a parlamento con quei di la torre, la qual era inexpugnabelle, havendo vittuarie: et li persuase volesse render, altramente li daria la bataia, et li faria segar vivi. Et steno per un quarto d'ora a risponder. Et poi uno si fece a una fenestra grande, li saria vergogna renderse; et che, per suo honor, a ciò Madona non li facesse apichar, dovesseno nostri trar tutte le artilarie. Cussì fo trato do colpi de bombarda, et a la terza l'andò in pezzi. Et cussì, dimandato si rendesseno, fonno contenti, et veneno tutti zoso, excepto do, li quali pregò di gratia el Provedador li desse quelle spingarde de Madona. Et cussì le donò, et andono via. Et el Provedador messe do caporali con 25 compagni de Antonio di Fabri, et ne la rocha et torre lassoe ditto capetanio con fanti 100, al qual consignoe le chiave, et comandò le dovesse custodir a instantia di la Signoria nostra, per far quello comanderà. Et adunato contadini, raccomandoe a ditto contestabile, et feze far una cria, a son de tromba, che sotto pena di la forca niuno, provisionato o fante, posto in ditta custodia, non ardisca torre alchuna cossa, riservato pane et vino per suo viver; et se a li contadini niuno li fazesse oltrazo, se venghi a doler a Ravena, li sarà fatto rason. Et a hore 15 se partì ditto Provedador con li stratioti, et venne ad alozar quella sera a Mendula, et scrisse a la Signoria quello havia fatto, et el sito dil Castello Nuovo, el qual è posto sopra un monte distante da Cesena mia 8, et di la terra Romea mia 3, dall'altro canto, versso Forlì, mia 6, et al passo de Fiorenza mia 3, et è la chiave de tutti i castelli fo de Guido Guerra, et tutti li altri castelli, che è circonstanti, sì come de la Chiesia, come di l'arzivescovo di Ravena, che sono sotto a questi monti. Conclusive, è sito molto excellente, e degno, e si tenia con pochissima spesa. Et poi el zorno sequente, lo primo Dezembrio, esso Bernardo Contarini con questa vittoria ritornoe in Ravena, con li stratioti et fanterie.
Dil romper guerra el Re et Raina de Spagna col Re de Franza juxta li capituli di la liga.
Domente queste cosse in Italia intravengono, la Majestà dil Re et Raina di Spagna, essendo sollicitati da Francesco Capello, cavalier, et Marin Zorzi, dotor, oratori di la Signoria nostra, etiam da li do oratori dil duca de Milan, che dovesse romper guerra in Franza, a ciò per questo el Re lassasse l'impresa de Italia, et convegnisse ritornar in Franza a difender el suo regno, el qual pur da' monti in qua se ritrovava, sì come ho scritto di sopra; unde el Re et Raina di Spagna, ordinato grande exercito per tutti i suoi regni, mandoe assa' zente a la volta de Perpignan, capetanio zeneral uno castigliano, chiamaro Enriques de Gusman. Et etiam el Re ditto se partì di Burgos, come più avanti difusamente sarà scritto. Et più volte a Venetia fo divulgato, che 'l Re de Spagna havia rotto; tamen la verità non se intendeva, perchè non vegniva lettere da li oratori de Spagna, ni, da 4... in qua, di lhoro se havia inteso alchuna cossa. Et a dì 4 di Dezembrio, per lettere di Roma di... Zorzi, cavalier, orator nostro, date a dì 30 Novembre, s'intese come don Gracilasso de la Vega, orator yspano a Roma, havia notifichato a la Santità di Nostro Signor, Alexandro Sexto Pontifice, che havia habudo lettere dil Re suo, per la via de Sicilia, et capitate a Napoli, come era rotto su quel de Franza, et fatto per Spagnoli gran danni vicino a Perpignan; et cussì etiam certificoe ditto orator nostro. El qual expedite subito lettere a la Signoria de questo, et quasi certificoe esser la verità, licet prima avanti più volte fusse stà divulgato questo romper, et niuna fermeza poi si havea. Et ancora domino Lorenzo Soares de Figarola, horator yspano a la Signoria nostra, andoe in questa matina in colegio, notifichando che 'l suo Re et Raina dil certo havia rotto in la Franza, et che lui di questo havia lettere. El qual romper fo principiato a dì XV Octubrio, sì come per una lettera data a esso ambassador di Spagna, la qual sarà qui sotto scritta, chiaro il tutto si vede. Tamen, da' nostri oratori in Spagna non era lettere, che molto ognuno se meravigliava; et questo perchè la Signoria havia expedito diese corrieri, et niuno era ritornato. Tamen, et per lettere da Roma, et per parole de questo orator, nostri crete dil romper, et con desiderio aspettavano lettere de li oratori nostri.
Così finisce nel nostro manoscritto la cronaca. Seguono alcune pagine, le quali evidentemente appartengono al primo libro, raccontando gli avvenimenti degli ultimi mesi del 1494.