A dì 24 Fevrer continuamente bombardando, quelli dil castello, sì etiam Pizofalcon et Torre S. Vincenzo, la terra, adeo non si poteva andar per Napoli. Et el Marchexe di Pescara era già partito et andato in castel di l'Uovo, dove conferite con Ferandino; et poi tornato in Castelnuovo dove era, et questa è la verità, a custodia todeschi 350 et biscaini 150, forniti di vittuarie per anni do, formenti, farine, carne salade et formagi; et li mortari erano molto operati, perchè sfondrasseno le caxe. Franzesi veramente etiam loro bombardava ditto Castelnuovo, maxime la parte di la cittadela, tamen faceva poco danno, et poco più basso che li merli si poteva bombardar el castello, et solum da una banda. Et vedendo el Re de Franza non lo potendo haver per forza, et che non stimavano forche nè altro, havendo però li soi in questo zorno preso la cittadela vicina al castello, et con fuoghi artificiadi ruinò qualche parte de ditte muraglie, et con grandissimo impeto introno dentro et amazò alcuni custodi, che non poteno fuzir cussì presto, et trovono do bombarde grosse, le qual le vastano, non havendo tempo de far altro mal, et quelli dil castello molestandoli con le artegliarie, conveneno Franzesi ritornar in loco più securo, a li repari havia fatto. Et el Re deliberò di veder si poteva haver a patti, et si comenzono a parlar con quelli dil castello. Andava persone in colloquio dentro con ditto Marchexe, el qual in questo zorno ussite et andò in Castel dil Uovo, demum a Yschia; et tra i altri Zuan Jacomo di Traulzi andò a parlamento con ditti custodi, dicendo che in termine almeno di hore 20 si dovesse render, altramente che, havendolo, li jurava, nomine Regis, de far el Marchexe di Pescara in quattro parti; ma si se rendevano li daria tutto el suo stato et li fece altre promessione, et che accettasseno el partito, altramente, havendolo per forza, tutti anderia per el fil di la spada. Al qual ditto Marchexe rispose: volersi tenir 20 hore, 20 zorni, 20 mexi et 20 anni et in eterno, si tanto el vivesse, per el Re suo et per caxa di Aragona, per la grande fede lui portava, per esser loro arlevato, et che voleva che più fede se ritrovasse in lui solo che in tutto el resto de Italia; che in fina mo, havia el Re de Franza prosperato, ma che d'indi non haverebbe cussì, perchè eran tutti disposti di mantenir caxa di Aragona in piedi, cridando tutti tutti: Ferando! Ferando! Aragona! Aragona! Et el Traulzi li rispose come la roca di Gaeta si havia reso, et che non sperasse soccorso. Et lui disse: nol credo, come era la verità; però che sapeva ben lui, esser ivi fidatissimo per il suo Re; et in Gaeta era come in Napoli, la terra per Franza, li castelli per Ferando. Et conclusive ditto Marchexe disse: ve ne andate, nè più tornate, nè mai si pensa el Re de Franza che mi renda; et pregate Soa Majestà che, havendomi vivo ne le mani, faci quello mi ha mandato a dir; perchè disposto son al tutto di voler terminarme. Tamen poi si parti, et andò in Castel dil Uovo, come ho ditto di sopra. Ma el Re de Franza stava con molta paura; per le continue bombarde et mortari venivano trati, per la terra non si andava: era una cossa molto oscura veder quella degna città in tanta terribilità. Tamen Franzesi per questo non restava con le sue artegliarie far danno a li castelli.
A dì 25 ditto la torre di S. Vicenzo in Napoli, vicina al Castel nuovo si rese a Franzesi, et con quelli dil castello feceno trieva per tutto ozi et doman a mezo dì, per veder se si potevano acordar. Et la notte zonse tre galie, et messe in ditto castello fanti 150. El cardinal S. Piero in Vincula era in Napoli alozato ne l'arciepiscopato. Et in questo zorno li ambassadori veneti andono a visitar Soa Signoria, el qual mostrava esser molto amico de quella. Et è da saper che uno zorno el Re li mandò fino a caxa a far uno prexente di la badia di San Zermano, era dil Cardinal di Medici, con pensione de ducati 2000; et ditto Cardinal disse: non creda la Majestà dil Re che io lo siegua per haver abatie, ma solum per l'amor et fede porto a Soa regal Majestà. Et mostrò refutarla; tamen el Re mandò a dir voleva l'havesse.
Intrato el Re in Napoli, tutto el Reame era sottosopra; tutte le terre di la Puia, et quele di la Calavria, Terra di Lavoro etc. da loro medeme levavano una † bianca in campo rosso che, come ho ditto, non sapevano far l'arma de Franza: et dove andava suo araldo era il ben venuto. Pur Camillo Pandon, vice re per Ferando in Puja, habitava in Otranto, et fo causa che alcune terre non se rendesse, come quando scriverò l'acquisto, dirò il tutto.
In questo zorno di XXV Fevrer acadete cosa in Napoli molto acerba, ut ita dicam, a tutta la christianità: che Giem sultam, fratello dil gran Turco, el qual questo Re tolse dal Pontifice et lo menò con lui; et in camino avanti el Re intrasse in Capua si amalò, fo divulgato da cataro, el qual li era disceso in uno ochio et nel stomego, o vero fusse reuma; tamen intrò in Capua, et stava sempre apresso dil Re. Et pur crescendoli el mal, fo portato in bara in Aversa, poi in Napoli, dove li medici li feno molte provisione, cavando sangue et altri remedii, et alquanto migliorò. Pur la febbre li cressete, onde non volle provisione alcuna che, ita volente fato, in questa matina expirò, fermo e costante ne la fede soa. La qual morte fo grandissimo danno sì al Re de Franza, quam a tutta Italia, et maxime al Pontifice; che lo privò de ducati 40 milia d'oro haveva ogni anno da suo fratello, per caxon havesse custodia de lui. Et a hora, non dubitando più dil fratello, si inanimerà contra cristiani, che Dio nol voglia: che se niuna cosa teniva Turchi a passar in la Puja, era che 'l Signor non voleva mandar gran quantità, a ciò che non si levasseno poi contra di lui, sublevando questo suo fratello, ch'era amato da li populi, et huomo assà bellicoso et de grande animo. Nè ancora voleva mandar poche persone, a ciò non fusse rotte: sì che questo suo fratello era buona causa di far star basso ditto signor Turco. Et pur ogni anno veniva de Turchia in Italia ducati 40 milia venetiani. Et el Re di questa morte dimostrò haver gran dolor, et sospettavano el Pontifice non ge l'havesse dato attossicato a termene: la qual cosa non erat credendum, perchè sarebbe stato suo danno. Or, come si fusse, morite; et fu poi in deposito mandato a Gaeta. Questo, mentre era in camino, era custodito da 1000 franzesi et altre generatione; havia con lui turchi che lo serviva, et havea libertà de andar per el campo a suo piacer.
A dì 26, passato mezo zorno, fo molto bombardato el castello fino la sera, non havendo voluto acordo. Et el Re andava ogni zorno fuora di la terra per quelli zardini et lochi ameni et colletti ( colline ) a la caza con grandissimo piacer, et lassava bombardar a li soi. Ma Ferandino, come fo a Yschia, et che messe zoso la soa brigata, volendo passar in Cicilia, convenne per fortuna restar et ritornò a Castel dil Uovo, sì per inanimar li soi di le fortezze, quam per sopraveder. Et andava inanzi et indrio a suo piacer, zoè da Yschia a Napoli, et poi la sera ritornava a Yschia; et fo ancora a Gaeta a sopra veder quelle cose dil castelo.
A dì 27 et 28 ditto fo pur bombardato per Franzesi; tamen con poco danno dil castello; et erano più fermi che mai.
A dì primo Marzo 1495 la notte venne Villamarin con cinque galie al muolo di Napoli, et brusò uno galion et una galia de le rimaste in porto; poi tornò da re Ferando; et ancora una galia, la qual fenze di esser fuzita et venuta dal Re de Franza, tolto assà robbe di la Rayna et di don Fedrigo, insieme con le ditte ritornò dal suo Re. El qual fo divulgato havia 14 galie, tamen non andava a torno se non con tre. Et za li zorni passati havea mandato uno suo dal Re de Franza, per veder se poteva acordarsi, et haver qualche stato lì in Reame; ma ditto re de Franza non voleva udir parola per darli stado in quelle parte, ma ben li prometteva in Franza. Et vedendo le cosse cussì disperate al tutto, Ferandino deliberò de andar in Cicilia a trovar el padre, e forsi passar in Spagna, lassando don Fedrigo a Yschia, a ciò facesse quello lui faceva per inanimar li custodi de li castelli, et etiam di quello di Gaeta. Ma el Re de Franza dolendosi molto di la morte dil fratel dil Turco, deliberò di tenirla secreta quanto più potesse, et non volse per alcuni zorni se sapesse la verità, o fosse vivo o morto, ma ancora da poi sepolto fece far quella custodia medema a la caxa come prima, et star lì sui deputadi a la guarda, et vi andava medici; et fin a li ambassadori veneti non volse dir alcuna cosa, benchè ditti oratori la verità sapesseno, et havia subito advisato la Signoria. Tamen non molto da poi per Napoli ogni uno intese el certo, et Franzesi diceva el papa ge l'havea dato atossicato, perchè post mortem li fu trovato alcuni segni di veneno sul corpo; et siccome scrivono li dottori, maxime quelli tratano de venenis, come Piero di Abano et altri, che si puol dar veneno a uno, et non farà l'operation se non al termene constituto. Or sia come si voglia, questa nova subito per molte vie fo notificata al gran Turco, tamen non lo credea, come dirò più avanti. Et el Pontifice sopra tutti li altri mostrò haver grandissimo dolor, et etiam come sì presto el Reame era perso.
Questo Re de Franza era devotissimo, et ogni terra dove l'intrava, prima andava in chiesia, et ivi stava do hore in oratione, ringratiando Dio; ogni prima domenega di mexe se confessava et comunicava; non cavalcava la festa; varisse di mal di scrovole, secondo el costume regio de Franza, disceso da Santo Ludovico re, et qui in Italia molti del mal preditto segnando varite, ut dicitur. È magnanimo perchè dona e fa molti presenti, et tra li altri, da poi intrato in Napoli, conferite assà privilegii et fece molte exemptione ad alcune terre che li dimandono; restituite a molti baroni li loro stadi, et quelli li investiva et si faceva jurar omazo; et quelli contadi, che non si trovava heriedi veri et antiqui baroni, li conferiva a soi benemeriti franzesi, ita che sempre era in conferir gratie, doni et beneficii; et in questo li soi cancellieri et secretarii erano molto occupati, maxime uno chiamato Rubertet ch'era di primi. Et havendo za fatto uno dei soi capetani in uno ufficio in Reame, zonto che fo el Principe di Salerno, inteso che ditto offitio a lui aspettava, revocò dal suo barone, et libere dette a ditto Principe, el qual ritornò nel suo stado, come dirò di sotto. Et ancora per angarizar manco Napolitani, molte di le sue zente, oltre quelle si sparpagnò in la Puja et Calavria con le zente italiane, volse, che molte erano in Napoli, uscisse et andasse ad alozar a Aversa, Nola, Capua et Gaeta, licet ancora la roca si tenisse, o vero castello, et in altri lochi ivi vicini, et pur si sforzava di haver le fortezze di Napoli. Ancora fece molti editi, tra i qual, che tutti quelli habitanti in Napoli, che havesseno formenti et farine, si dovesse dar in nota in termene limitato, altramente quelle fusse perse, et restino condennati di pena per saco ducati 100; et tutti quasi si andono a dar in nota, unde par la farina crescesse un poco più, et venne grandissima bondantia di ogni cosa. Tamen Napolitani subito comenzono a esser mal contenti de Franzesi: questo perchè erano li vassalli in le sue caxe, et Franzesi li patroni. Creteno ( credettero ) haver exemptione, et li capitoli a loro modo, et nulla ebbeno: ymo el Re vuolse scuoder avanti el tempo una gabella pagavano da Pasqua, come dirò di sotto. Li Zudei fonno scaciati, et messi a saco quelli pochi erano restati, da Franzesi; licet essendo edito dil Re non li fusse dato noja:ma non poteva obviar a la furia di le sue zente. El stato dil Principe di Squilazi, fiol dil Pontifice, andato con Ferando via, dete a suo barba Filippo monsig. Fece monsig. de Citem, za fo qui ambassador, sopra le artegliarie et munitione de Napoli. El ducato de Ascoli dete a monsig. di Beucher, licet li fioli dil signor che era fusse in la roca di Gaeta. A monsig. di Arzenton, era qui suo ambassador al presente, li dete la trata di trazer di Reame, et etiam li resalvò un buon officio in Napoli. Et gran siniscalco del Regno, monsig. di Lignì suo cusino. Et gran armiragio, monsig. di Beucher nominato di sopra, o vero governador dil Regno, zoè di l'intrade. Monsig. di Mompensier, come ho ditto za, era instituido dovesse romagner Vicerè di Napoli; et de la Calavria Vicerè monsig. di Obignì; et di la Puja Vicerè monsig. di la Spara ( de l'Esparre ); et cussì a tutti li soi conferiva de beneficii de ditto Reame; a alcuni baroni etiam erano scaciati, tra i qual el conte di Mariano have el suo stado, per esser sta antiquo suo. A Colonesi, come di sopra scrissi, dete el contà de Fondi, rende de intrata ducati 12 milia, et qui in Napoli li fece la investisone et privilegii. Al conte de Fondi dete el contà d'Albe et de Zelano. La badia de San Zermano dete al cardinal S. Piero in Vincula. È da saper Medici havia solum ducati 2000 di pensione, et el resto re Alphonso godea; et però San Piero in Vincula contento de dar al ditto cardinal tanti altri beneficii de ditta quantità, et a lui restasse libera ditta Abatia. El cardinal de Zenoa con domino Obieto dal Fiesco che, come dissi, erano montati su le nave et slargati in mar, habuto salvo conduto dal Re, dismontò, et volendo andar el Cardinal per Napoli, cadete di cavallo, si fece mal a la spala, adeo fo portato a caxa: et li oratori veneti andono a visitar Sua Signoria et poi, varito, si fece più amico dil Re cha li altri, et quello seguitò et per li sui operò insieme con ditto Obieto per esser cai di parte di Zenoa.
El sig. Virginio Orsini et el Conte di Petigliano in questo tempo erano a Castelamar, retenuti per el re de Franza, ma el Traulzi si acordò col Re nel numero di soi cinque capitani con ducati X milia a l'ano et 100 homeni d'arme.
Non restava continuamente el Re de Franza de far bombardar Castelnovo, et quasi una parte era vasta et brusata, ma poco li custodi si curavano, ymo li respondevano gagliardamente, danizando la terra, et fonno amazati de quei dentro zerca 40. El Re stava in Castel de Capuana, occupato in dar audientia, confirmar privilegii et sottoscriver donationi: pur andava a la caza, et talhora sopra li repari, et a quelli faceva bona bota con le bombarde molto li laudava, ut dicitur, li donava danari per inanimarli. Unde loro, vedendo el Roy, feva el dover; et li fo manifestado come a uno monasterio, chiamato le Madalene, in la città, era sta scose 4 bombarde grosse per Aragonesi sotto terra, et quelle mandò a tuor et fece piantar per bombardar el castello. Et mancando polvere et ballote de ferro, perchè li soi passavolanti non trazeno se non balle di ferro molto grosse, mandò a tuor a Hostia di le soe galeaze per terra, a ciò fusseno portate più presto. Le qual galeaze veniva a Gaeta, demum a Napoli di longo. Et mandò alcuni commessarii franzesi con 4 cavalli per uno et non più, per più magnificentia, a molte terre sì di la Puia quam di la Calavria, a dimandar dovesseno levar le sue insegne, et ivi tuor el possesso: et cussì zente italiane, zoè Colonnesi, andavano ivi dintorno. Manferdonia levò le soe insegne. Trani et Leze feceno in questi zorni alcune moveste, perchè erano tutti levati a romore, et messeno a saco li Zudei, et li dette alcuni tormenti, a ciò confessasseno dove era il suo haver. Qui a Leze era Polo di Priuli, di Domenego fiol, patricio nostro, in questo tempo. Da lui intesi che vene monsig. di la Spara Vicerè prima a Monopoli, et fo a mezo quaresima, dove fè zurar omazo al Re; demum la Domenega di Lazaro fo a dì 5 April, ditto Vicerè intrò in Leze con 160 cavalli et havia con lui uno zerman dil gran maistro de Rodi, chiamato monsig. de Libret, et andò in chiesia col Vescovo, perchè fo honoratamente ricevuto, poi in castel fe' zurar omazo ai sinichi di la terra et a li baroni, prima fe' lezer la patente publice in chiesia. Et è da saper che antiquitus el Signor di Leze si chiamava Duca di Leze et conte di Matera. Or fece uno edito che tutti li debitori havesse do anni di comodità di pagar, et cussì ordinò fusse publicato per tutta la Puja. Poi andò a Otranto, come dirò di sotto. Et questo Vicerè havia gran libertà; tamen in le concessione che faceva sempre diceva: essendo cussì la volontà dil mio Roy. Qui a Leze vi sta consolo venetiano, et etiam a Trane per antiqua consuetudine. Ma basti zerca a ste cose di Puia; le qual, licet non sia a hora il suo tempo seguito di scriverle, pur ho voluto commemorarle, a ciò ogni cossa inquerita habbi memoria. Molfeta mandò li soi ambassadori a Napoli a fermar li capitoli col Re; si levono le insegne preditte di Franza, et cussì continuamente acquistava qualche terra: et se niuna restava, era perchè li castelli ancora si teniva per re Ferandino, et non volevano romper l'omazo zurato di observar a caxa di Aragona. In Bari se ritrovava el Cardinal di Ragona, zoè nepote di re Alphonso, et don Fedrigo non restava di voler acordo col Re de Franza; era contento di haver la sua baronia, che era di la dote di soa moglie l'ha al presente, che fo fia dil Principe di Altemura. Ma el Re non voleva darli per niente alcun stato de qui, ma ben do volte tanto in Franza.