Per lettere de Antonio Bon, conte et capetanio a Dulzigno, se intese come Albanesi era sta mal menati da Turchi, per le novità haveano cercato de far a presso Crose, et che molte aneme erano sta menate via et fatto gran danno Camalli turco, corsaro nominatissimo, el qual za alcuni anni in mar dannizava molto; unde fo mandato galie et barze, tamen nostri mai ha potuto metterli le man adosso, che summamente desideravano, et sempre è fuzito. Et prima al tempo de Hieronimo Contarini, essendo capetanio di le galie de Barbaria, et Sebastian et Marco Antonio Contarini fradelli, patroni, et ritrovando ditto corsaro a Tripoli in Barbaria lo investiteno, prese alcune barze, et lui si butò a l'aqua, et montato in una fusta fuzite. Unde ditto capetanio fo remunerato, che essendo fuora fo eletto capetanio al colpho, et nunc rimase Proveditore in armada, Sebastian Contarini fo fatto capetanio di le galie dil trafego in questo anno, et Marco Antonio suo fradello fo eletto sopracomito: sì che tutti quelli si porta bene da questa inclita Republica nel Senato sono rimunerati.
Ancora da Andrea Loredan, essendo capetanio di le nave armade, lo andò a trovar in Barbaria, et have certo danno et perse qualche legno de li soi, et lui fuzite in terra. Or al presente, intendando Zuan Francesco Venier come ditto corsaro era venuto sul mare, quello andò seguitando fino in Canal di Negroponte, ma el Bassà de lì, passato che fo ditto Camalli di là, bassò il ponte, et non volse ditta galia li andasse driedo. Et ditto soracomito volse dar a quel Bassà ducati 500, et lui minime volse accettar, licet questo fusse contra i capitoli di la paxe si havea col signor Turco. Et cussì Camalli fuzite di le man di nostri.
In questo mexe di Marzo a Venetia fo gran pioze, adeo pareva volesse ritornar l'inverno, dove veniva l'istade, et a dì 27 ditto nevegò, ma durò poco la neve sora la terra.
Quello seguite a Roma in questo tempo.
A Roma el Pontifice temendo che, si era in liga, essendo el Re de Franza vicino et potente in le arme, lui dovesse esser el primo che havesse a patir, benchè era ragionamenti dovesse partirsi di Roma et venir in Ancona, dove staria securamente, et in ogni tempo porave trasferirse in loco più securo, ma pur li doleva lassar Roma; et consultando con el cardinal Ascanio vicecancellario, con el qual era pacificato; et scrisse brievi a la Signoria et al Duca de Milano, che le fusse mandato 500 cavalli lezieri per uno et 1000 fanti, a ciò che la città de Roma fusse custodita, et maxime la soa persona; et che si havea pensato el meglio era non partirsi de Roma, sì per non lassar quella città cussì, come etiam perchè li Cardinali non lo seguitarebbe, et remanendo tra loro havriano potuto crear uno altro Papa, et poner scisma in la Chiesia de Dio; et che molti Cardinali li era contrarii, et non desideraveno altro. Et di qua veniva che questo Pontifice non si lassa intender chiaro di voler esser in sta liga, tamen ne havea voglia grande. Li prelati de Roma occultavano se intendeva el Re de Franza dovea venir di brieve ivi[126].
Et venuto lo ambassador dil Re de Franza a Roma, come scrissi di sopra, et habuto audientia, dimandò la investisone et cetera; etiam in narratione tocò alcune parole, che 'l suo Roy intendeva di una liga si praticava a Venetia, et che era certo Soa Santità non li saria nè faria cosa alcuna contra el Roy. A le qual parole, usate le debite risposte, el Papa tolse rispetto di voler far concistorio et responderli; et che inteso l'opinione de Cardinali li risponderia; et scrisse in questa terra et a Milano quid respondendum. Unde li fo rescritto dovesse Soa Beatitudine darli bone parole fino fusse sigillata la liga; et poichè conclusa fusse, più largamente li poteva dar la repulsa, et che per niun modo lo investisse. Et pur ditto ambassador continuamente dimandava risposta, onde a dì 29 Marzo el Pontifice chiamò concistorio, dove notificò quello ditto oratore li havea richiesto, et che havia exposto come el suo Roy havea acquistato col nomine di Cristo tutto el Reame de Napoli. Secondo che l'era de opinione de andar contra infedeli, et per questo Soa Beatitudine, come capo di la Christianità dovesse exhortar li potentati de Italia a questo, perchè lai era promptissimo. Tertio che dovesse investirlo dil Reame ditto, acquistato et de jure a lui pervenuto, et mandar uno Cardinal a Napoli a coronarlo, quello Regno pacifice et quiete possedendo, etiam sì come per li capitoli li era sta promesso. Et cussì in concistorio el Pontifice volse che tutti li R. mi Cardinali dicesse la soa opinione zerca a la risposta. Unde el Cardinal di Napoli, amico molto dil Re de Franza, disse che si dovea risponder cussì: alegrarsi con Soa Majestà di la vitoria, et che zerca a l'andar contra infedeli era util cossa; demum che si dovesse dar la investisone, et mandarli a incoronarlo a Napoli, sì come fo fatto a re Alphonso, dicendo la ragione che 'l moveva a dir questo. Poi parlò el Cardinal...... et laudò la prima parte di alegrarsi di la vitoria. A la seconda molto vehemente exclamò: era bona et perfetta opera de andar contra infedeli. A la tertia che non era de opinione di darli la investisone sì presto, nè mandarlo a incoronar, se prima non se intendeva quomodo lui la dimandava, maxime essendo adhuc re Ferandino in parte di Stado in Reame. Poi parlò el cardinal S. Dyoniso, franzese, largamente, che si dovesse far quanto el Roy dimandava, dicendo molte alte parole, le qual ad plenum non se intese, et cussì altri Cardinali è da judicar dicesseno el parer loro. Unde parse al Pontifice de far chiamar dentro ditto orator franzese, et dimandarli el modo lui dimanderia tal investisone et coronatione. Et cussì venuto dentro li dimandò; et esso orator disse do volte nè mai mutò parola, se non: io la dimando che 'l mio Roy sia investido, come colui che pacifice possiede ditto Reame, et mandar uno Cardinal a Napoli a incoronar Soa Majestà, et non lo volendo mandar disse havea in commissione di notificar a Soa Beatitudine, come lui in persona vegneria a Roma a tuor la corona, perchè el vol esser coronato juxta la promessa. Et el Papa rispose: nui havemo consultato con li fratelli nostri Cardinali; se alegremo molto di la soa vittoria habuta, et zerca a l'andar contra infedeli metteremo ogni nostra forza; ma quanto a la investisone et coronatione, se vol saper come el vostro Re la dimanda; et, se niuno ne ha prejuditio, se vol aldir le parte, et far le cosse passino con el debito di la rasone et muodi di la Sedia Apostolica, sì come comanda li sacri canoni et decreti. Et che scrivè al Re in bona forma et dixè che nui ge la volemo dar, et che per questo el non vegni qui a Roma, perchè venendo forsi el non ge troverà; et advisè Soa Majestè come siamo stimolato di esser in una liga si trama da li primi potenti dil mondo. Queste parole disse perchè za havia scritto al legato et suo ambassador Alvise Becheto dovesseno sottoscriver a li capitoli, et za reputava fusse fatta. Ancora mandò a dimandar al Re preditto a Napoli el corpo de Gem sultan, el qual el Re non lo volse dar et quello custodiva.
Et a dì 25 Marzo intrò in Roma et a tutti se dimostrò el Cardinal de Valenza, el qual da poi fuzite dil Re fin hora era stato ocultato; al presente, non timendo più el Re, ritornò a Roma.
A dì 30 Marzo, che fo la quarta Domenega de Quaresima, havendo in consueto el Pontifice ogni anno in tal zorno de dar o mandar a donar la Ruosa d'oro a quel Re o Potentia a lui più grata; unde, in questo anno 1495, ditto la messa in San Piero dove era li Cardinali et oratori, chiamò Hieronimo Zorzi cavalier ambassador veneto, al qual, nomine Reipublicæ suæ, li presentò la ditta Ruosa in mano, dicendo molte parole in laude di la Signoria nostra, et che era Republica christianissima et molto devota alla Chiesia Romana; unde, merito li presentava ditta Ruosa, la qual lui voleva mandarla per uno suo familiar a posta fino in questa terra a presentar in man del Prencipe. Et cussì scrisse a la Signoria de voler far. Et è da saper che questo è uno degnissimo presente, et, ut plurimum, suol mandar a donar a Re; et l'anno passato la mandò a donar al Re de Franza fino in Franza, et l'altro avanti al Re di Romani. Et za una simile Ruosa fo donata a tempo di Antonio Donato del 1475, che se ritrovò orator a Sisto quarto Pontifice, et fo fatto kavalier; el qual successe a la legatione dil carissimo Lunardo Sanudo genitore mio, che dil 1474 a dì 11 Ottubrio a Roma morite. La qual Ruosa repatriando ditto oratore la portò, et, presentata a la Signoria, fo posta ne le zoje di S. Marco, dove etiam questa fo posta, nè avanti più in niun tempo Venetiani hanno habuto tal presente. Et a dì 21 April che fo el Marti de Pasqua, essendo zonti in questa terra domino Jacobo fiol natural dil Duca di Cardona, di nacione cathelano, con la Ruosa d'oro mandava el Pontifice a la Signoria come ho ditto; et venuto el Prencipe con li oratori in Chiesia de S. Marco, dove per el patriarca Thoma Donato nuovamente eletto in loco de Maphio Girardo cardinal di la Romana Chiesia tituli sancti Sergii et Bacchi, el qual da poi la creatione di questo Pontifice ritornando a Venetia a..... morite. Or fo mandato alcuni patricii a tuor ditto messo era alozato a san Greguol, dove alozava Alvixe Becheto ambassador dil Pontifice, tamen a sua posta et spese di S. Marco; et venuto presentò la ditta Ruosa su l'altar di san Marco, et ditto che fo la messa, lui medemo la tolse in mano et venne davanti el Prencipe; et prima li aprexentò uno brieve apostolico, la copia dil qual sarà qui sotto scritta, et poi presentò in man dil Prencipe la Ruosa, et disse alcune parole latine. Unde el Prencipe, tenendola in mano, li rispose sapientissimamente; poi andono con quella pur in man in processione per la piaza a torno di la chiesia, et andò fino in palazzo; poi tolse licentia et con la Ruosa etiam in man fino nel suo palazzo andò. Et ditto Jacobo de Cardona have luogo di ambassador dil Papa, mentre stete in questa terra. Et benchè questo non fusse suo loco per l'ordine de' tempi, pur ho voluto qui scriver; et poi fo decreto nel Consejo de Pregadi de donar a ditto portator di la Ruosa ducati 300 d'oro venetiani, et darli una vesta damaschin cremesin fodrà di raso. Et poi a dì 28 April partì di questa terra, tolto licentia da la Signoria, et ritornò a Roma.
Exemplum brevis Sanctissimi Domini nostri ad Illustr.
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Principem et Senatum Venetum
Alexander Papa VI