Si destò, balzò in piedi, al dir beffardo,
Lucifero, arse d'ira, i pugni strinse,
Minaccioso rotò d'intorno il guardo,
Vide Ebe, e di pallor muto si tinse.
Poi chinò il mento al petto, e mesto e tardo
Mosse, e il destin più che il suo cor lo spinse,
Mentre avvolta nei suoi sogni fallaci
Nuovi amplessi ella sogna e nuovi baci.
CANTO SESTO.
ARGOMENTO.
L'Eroe s'imbarca per la Francia.—Rivolge superbe parole alla Natura.—Aurora boreale.—Sermone di frate Iginaldo.—Tempesta e naufragio.—Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano salvarla.—Morte di frate Iginaldo.—Lucifero co'l cadavere della fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.—Iddio, che vuoi perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.—Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.—L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta.
Fra le chete e fiorenti isole o ninfe,
Cui bacia il flutto de l'icario mare,
Passa il Genio de l'uom sovra gli abissi
Tenebrosi de l'acque. Erto su l'ardua
Prora egli sta: spazia fra l'onde e il cielo
L'ala del suo pensiero; e per le ardenti
Regïoni dei suoi sogni, vestita
Di crescenti speranze e di fulgori
Non toccati giammai, vede una sponda,
Che, libera e temuta in fra le genti,
L'ampia de la Ragione arbore edùca.
Gallia ebbe nome un dì; Francia l'appella
L'abietta lingua popolar, ma schiva
Com'è d'umili cose, ella a buon dritto
Titol di capo assume e di cervello.
Ivi la tenda ei pianterà: superba
Patria di sogni ella a sè chiama e attira,
Qual per forza d'istinto, il venturoso
Arcangelo umanato, a cui nel petto
Con eterno bollor balzano i sogni.
Sotto al suo piè monotona fra tanto
Brontola la rotante èlica; fischiano
Gli euri a l'antenne; mormoran confuse
Voci di meraviglia e di vendetta
Le solcate, saltanti acque; al governo
Veglia il nocchier silenzioso, e avvolta
Nel suo madido manto alzasi al cielo
Coronata di muti astri la notte.
Mira il Dèmone il ciel vasto e le vaste
Onde, su cui passa leggera e certa
Con le fiamme nel sen quella nuotante
Fra tanta immensità piccola prora,
E ai solenni ardimenti inorgoglito
Dei suoi cari mortali, osa con questa
Baldanzosa jattanza alzar la voce:
—Piega al cenno de l'uom, piega la testa,
O superba di nomi Iside antica,
E leggi e ceppi a sopportar t'appresta!
V'è tale abitator su questa aprica,
Ultima sfera, che al tuo passo intorno
Volge ignorata, e tu scemi a fatica,
V'è tal, che dal raggiante aureo soggiorno,
Ove chiusa nei tuoi pepli ti assidi,
Ti scaccerà, sì come ancella, un giorno.
L'idra orrenda del male erra quei lidi,
Siede immoto l'affanno, e ferrea incombe
Prematura e fatal morte a quei nidi;
Ma dal sen degli affanni e de le tombe
Giovin sorge il Pensiero, e s'alza tanto
Quanto più giù la vil creta procombe;