Disse alfin la fanciulla:—Oh! se sapessi
Che paure ho nel core! Ai giorni miei
Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi,
E amore e vita ed avvenir mi sei.
Se un giorno abbandonar tu mi dovessi,
Come rondin deserta io mi morrei,
Io mi morrei così!—Tacque, e gli avvolse
Le braccia al collo, e il freno al pianto sciolse.

Poi riprendea piangendo:—Era fatale
Quest'amor, più di te, più di me forte;
Pria mi ridiede e poi mi bruciò l'ale,
E infranse e ribadì le mie ritorte.
Sento che tu non sei cosa mortale,
Ma ne le braccia tue sento la morte;
Nel foco dei tuoi baci il cor si strugge,
L'alma s'eterna, e il viver mio sen fugge.—

Non risponde colui: torbido, immoto
Per le tenebre lunghe il guardo intende;
Chè un agitar di strane Ombre e un ignoto
Di larve brulicar l'aria comprende:
Rizzansi i sassi, i marmi, e van pe 'l vuoto,
E incerta su di lor la luna splende;
E a lui d'intorno in apparenze strane
Prendon fogge e sembianze e voci umane.

Parla un'Ombra così:—Socrate fui,
E tra' mortali un'altra volta io vegno,
Chè contro a questi nebulosi e bui,
Che mal di saggi han nome, arde il mio sdegno.
Solo del vero io parlerò, di lui,
Ch'unico iddio su la natura ha regno;
E, perchè al fronte suo l'ombra sia tolta,
Beverò la cicuta un'altra volta!—

Sorge un'altr'Ombra, e dice:—Al vulgo iniquo,
Che tanto omai del suo poter presume,
Tal esempio darò, che da l'obliquo
Calle il ritragga d'ogni rio costume;
Chè ove manca a virtù l'ossequio antiquo,
Splender non può di Libertade il lume;
E ognun, che insorga al patrio onor rubello,
Sappia ch'io vivo, e Focïon m'appello.—

Sparve, e un'altra a dir prese:—O voi ch'eletti
Foste in terra a portar le regie some,
Al patrio ben primi volgete i petti,
E le stranie falangi allor fien dóme.
Codro son io; dei popoli soggetti
Fui padre, e l'aureo serto ebbi a le chiome;
Ma a salvar Grecia, inesorato e forte,
Gittai quel serto, ed abbracciai la morte.—

S'avanzarono altr'Ombre. A la fanciulla
Su le stanche pupille il sonno scese,
E sovr'esso a la terra arida e brulla
Le strenue membra il Pellegrin distese.
Gli aleggiò intorno un sopor dolce, e nulla
Per lo pian solitario o vide o intese;
Ma al dileguar de le notturne larve
Novo prodigio in su 'l mattin gli apparve.

Mostro ei mirò, che lungo e macilento
Viengli incontro per tòrto aspro sentiere:
Come punta di falce adunco ha il mento,
D'asin le orecchie e il naso ha di sparviere;
Tien l'ali a tergo, e le svolazza al vento,
Intrecciate di scope ispide e nere;
Gambe ha di ragno e membra irsute e viete,
E su la testa un gran cappel da prete.

Qual trampolier, che da la ripa a un tratto
Dentro al placido rio salta e gavazza,
Così intorno al dormente agile in atto
Balla quel mostro, e per l'aria svolazza;
Gracchia qual corvo, miagola qual gatto,
Sbuffa, ride, saltella urla, schiamazza;
Or tentenna, or sgambetta, or gira e aleggia,
E così lo deride e lo sbeffeggia:

—Questo dunque è l'ardir, questa la possa,
Di cui tremar dovean l'alme e le stelle?
Così la fede dei mortali hai scossa?
Così fatta hai la terra al ciel rubelle?
Oh! lotte, oh! pugne, onde ogni zolla è rossa!
Oh! il gran trofeo d'una fanciulla imbelle!
O eroe de la Ragione, o Re dei forti,
Torna meglio a regnar fra l'ombre e i morti!—