—Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte,
Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
Come ad olmo consorte edera o vite
L'alme unirem sovra a le bocche unite.—
Ed Ebe amò. Fatto più forte e puro
Gioì l'Eroe, che ben conobbe il segno;
Lampeggiò tutto al suo sguardo il futuro;
Splender mirò de la Ragione il regno;
Vacillò de l'Error l'idolo impuro;
Svelto il Nume dal sonno arse di sdegno,
E, vôlto il ciglio a quella parte e a questa,
Empio ognun trova, e a fulminar si appresta.
Sconosciuta fra tanto a la ventura
L'innamorata coppia oltre cammina,
E or d'un côlto villaggio entran le mura,
Or cercano la valle, or la collina;
Posan or su la sponda, or ne l'oscura
Selva, e pronubi han gli astri e il ciel cortina:
La vita, il mondo, il ciel tutto è un accento
Per essi: amor; l'eternità un momento.
Ma poi che sovra a lor dieci albe e sei
Le nitide versâr perle dal crine,
Fra il Saronico golfo e i flutti Egei
Il sacro Attico suol videro alfine;
E, i Bëozii varcati e i monti Onéi,
Le Cecropie toccâr mura divine,
Che avean, benchè or le copra oblio profondo,
Sfidato il cielo ed abbracciato il mondo.
Siede Atene nel mezzo, e a lei nel grembo
L'urne riversa il vigile Cefiso,
Ove, caro a le Dee, su 'l doppio lembo
Crescea corone un dì l'aureo narciso.
Qui al Sol torreggia acuta, e sfida il nembo
La pelasgica rupe appo l'Illiso,
Or rupe incolta, ma d'illustre prove
Già campo a la fatal figlia di Giove.
Di pentelici marmi, in su la cima,
L'inconcusso delúbro alto sorgea,
E d'opre egregie e sagrificî opima
Ivi ebbe l'ara la terribil dea:
Fra l'argive falangi inclita e prima
Sovente essa l'invitta asta scotea;
E al lampo sol del venerando aspetto
Venía prode ogni vil, rupe ogni petto.
Ma, se scevra de l'armi, ond'era onusta,
Temprate in Lemno a le celesti incudi,
E libera de l'irto elmo l'augusta
Fronte splendea fuor dei funesti ludi,
Ne l'alta d'Erettèo sede vetusta
Spirava il riso di men ferrei studi;
E a l'ombra del vocal delfico alloro
Venían le Muse, e s'assidea fra loro.
Tra i ruderi famosi e le dirute
Moli anch'ei venne un giorno il mio Titano;
Pensieroso guardò l'are cadute
E i fòri e del deserto ágora il piano
E il monte del tremato Are e le mute
Stoe d'Academo e l'Erettèo sovrano;
E d'un dio su la testa infranta e nera
Umor versò, che nettare non era.
Sorge la notte; ei là, presso al Pecile,
S'asside; Ebe è con lui. Sparuta e scema
Pende la luna, e sovra a la gentile
Bionda testa di lei sorride e trema.
Pensoso egli è più de l'usato stile;
È in lei mestizia, oltre ogni dir, suprema;
E nuotando le vanno incerte e scure
Cento memorie in cor, cento paure.
Sovra i ginocchi ei se l'asside, e cuna
Del sen le fa con le protese braccia;
E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna
De le stelle del cielo essa l'abbraccia.
Velò la fronte ipocrita la luna,
Chè tanta voluttà par che le spiaccia,
Come vecchia pinzochera far suole
Al caro suon di lubriche parole.