E s'avventò. Da le sonanti Ardenne
Lucifero lo vide. Allora a un punto
Di Turenna balzò l'Ombra, e il rattenne,
Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto!
Si volse il duce, il fier caval contenne,
D'ira non men che di stupor compunto,
—E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardi
Cadono i prodi, e non vuo' giunger tardi.
Lasciami, sgombra: a la battaglia il loco,
La speme al petto, al dir l'ora già manca;
Mi assegna il fato un breve istante, e poco
Forse è a morir, ch'anco la morte è stanca.
Mira; in un cerchio di strage e di foco
Ne serra il vincitor da destra a manca;
Pria che cedere a lui questa mia spada,
Lascia ch'io pugni, ed imperando io cada!—
—Non è ancor tempo di morir, riprese
L'Ombra, e negli occhi balenò; gagliarda
Alma non ha chi de l'avverse imprese
Non sostien l'ira, e ad avvenir non guarda.
Uom, che a ferma virtù tutt'opre intese,
Spregia il fulgor d'una virtù bugiarda;
Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorte
Viltà è la fuga, ed è fuga la morte.
Non io, che la superba alma fiaccai
Ne le mobili Dune al fermo Ibero,
Non io, quel dì che il mio destin mirai
Di Marindàl sui piani avverso e nero,
Piansi perduto il mio nome, o spronai
Negli abissi di morte il mio destriero;
Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsi
Ad imprese più belle, e venni e vinsi.
Cedi così. Nè libero, nè solo,
Come al comando, oggi al morir tu sei:
Di generosi petti inclito stuolo
Pugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi.
Freme la patria tua, che mira al suolo
I figli suoi; questi almen serba a lei;
S'ella ha piagato il cor, la fronte ha rossa,
Abbia almen chi per lei combatter possa!
Tu piega e va: la via del trono è chiusa;
Sorge ne l'ira il popol tuo rubello;
Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa,
Far tue vendette con l'oprar suo fello:
Gente, che, al regno e a servitù mal usa,
Predica in piazza, e traffica in bordello;
Sovrani, che saran servi al più destro,
Frolli eroi da polenta, o da capestro!—
Disse, e ridendo un cotal riso altero,
Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto,
E ratto s'involò come il pensiero
Dove il nembo di morte era più folto.
Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fiero
Girò lo sguardo, in mar di dubbî avvolto,
Quando tra l'armi e il fumo e i morti e l'ira
Nuova vision, nuovo portento ei mira.
Cheta pe'l mar d'Atlante irto di scogli
L'isola illustre al suo sguardo apparío,
Splendida del fulgor di mille sogli,
Riverita sì come ara d'un dio:
Ivi, fiaccati a' Re l'ire e gli orgogli,
La fortuna posò del suo gran Zio,
Simile al Sol, che da l'eteree tende
In grembo a l'oceàn placido scende.
—Salve, allora esclamò l'alma dubbiosa,
E consolata al ciel la fronte eresse;
Han pur luce i tramonti, e glorïosa
Voce di fama han le catene istesse!—
Tal disse, e a la guaína disdegnosa
Il fiero acciar con man lenta concesse.
Un'orribile voce allor fu udita:
Reso è l'Imperator, Francia è tradita!
—Chi di resa parlò? L'empia parola
Chi proferì? Parola infame è questa!
Finchè una spada è in pugno, un grido in gola,
E guarda una pupilla, e un'alma è desta,
Finchè un palpito al cor, finchè una sola
Stilla di sangue ed un respir ne resta,
Vil, chi deporre il brando ai prodi indìce,
Traditor chi il suäde, empio chi il dice!—