Così fremeano i prodi. Immenso, orrendo
Ne la vittoria sua Teuta procede,
E i vinti eroi, che maledían morendo,
Strazia co'l ferro, e calpesta co'l piede.
Piega intanto il vessil franco, e tremendo
Piega, e fiammeggia, e n'ha stupor chi il vede;
Piega, si avvolge, al suol lento declina
Qual cometa, che volga a la marina.

Al fero, indegno, inusitato aspetto
Urlano i vinti; e qual leva le braccia,
Qual rompe il brando, e dal ferito petto
Strappa le bende, e fra' morti si caccia;
Chi tra gli estinti, su' gomiti eretto,
Leva in fiero e sdegnoso atto la faccia;
Chi schernisce al suo duce, e con amara
Voce gli grida: A morir, vile, impara!

Mandò allor la francese aquila un grido
Alto così che ne rimbomba il cielo;
L'ale staccò da lo stendardo infido,
Le scosse a l'aria, e ne fe' agli occhi un velo.
L'udì il Borusso, e il trïonfato lido
Guardò geloso, e sentì al petto un gelo;
Da l'ardua rupe, ove sdegnoso stassi,
Lucifero discende, e volge i passi

Pensieroso colà, dove l'irata
Aquila artigliatrice il vol protende;
Ov'ebbra di vendette e di peccata
La fortuna di Francia alza le tende.
Mille de la fatal Senna a l'entrata
Trova l'Eroe strane chimere orrende,
Sfingi fallaci e sozze furie immani,
Mostri di cento bocche e cento mani.

Vede la Ciarla in pria, gonfia e linguarda
Furia fra quante mai vivono al sole,
Che l'Assurdo brïaco e la bugiarda
Fola al mondo lanciâr, turgida prole.
Molta a lei diè l'Error stirpe bastarda
D'anfibî mostri e tumide figliuole,
Che, nutrite di fango e di vendette,
Nome portan di gazze e di gazzette.

Ruzzan torbide intorno, e son cotante,
Sì varie son di fogge e di favelle,
Di color, di costume e di sembiante,
Che tante voci non udì Babelle:
Quante locuste ebbe l'Egitto, o quante
Zanzare ha il luglio assai son men di quelle;
E ciascuna di lor tanto un dì gracchia,
Quanto un anno non fa corvo o cornacchia.

Gracchiano tutto dì folte, importune,
Voci e aspetti mutando e usanze e vie,
E al latrar de le vaste epe digiune
Aguzzan gli estri, e ruttan profezie:
Apostoli da piazze e da tribune,
Ch'àn di coniglio il cor, l'unghie d'arpie;
Bolle, che, di livor gonfie e di ciance,
Pensan coi labbri, e senton con le pance.

Or lisce e chete, or bieche, ispide, incolte
Non pur turban le vie, ma i sensi e i cori:
Inquiete, ansanti, curïose, folte
Corron, s'urtan le turbe a' lor clamori.
Sorgono a mille intorno a lor le stolte
Menzogne alate e i pallidi Timori
E il cieco Ardir, che ne l'error gavazza,
E il Dubbio inerte, e la Discordia pazza.

Libertà v'è; su l'abborrita reggia
Alza il suo trono, ed al caduto impreca:
Trono di nubi, in cui siede e galleggia,
E in tumide promesse il tempo spreca;
Nebbiosa Dea, che, non che senta o veggia,
Sorda alla legge, ed ai perigli è cieca;
Tremenda Dea, che a l'armi a lei funeste
Scudo oppone di frasi e di proteste.

Turba sta intorno a lei, che in lei si sfoga,
E d'idropiche ciarle impregna i venti,
E onor, giustizia e fin sè stessa affoga
In un mar d'aforismi e d'argomenti:
Aërostati eroi, rabule in toga,
Frontespizî di libri e cavadenti,
Tutti saltati a l'imperar supremo
Qual dal fòro mendace e qual dal remo.