Vince intanto il nemico; e l'armi e l'arte
Usa egualmente, e desta ire e litigi;
Fra' trïonfi procede, e d'ogni parte
Versasi, e irrompe a circondar Parigi.
Pugnano ancor, benchè deluse e sparte,
Le franche genti, e son tanti i prodigi,
Che dir non puoi, se sia de' due maggiore,
Chi pugna e vince, o chi pugnando muore.

Ahi! miracoli vani! E che mai giova
Disperato valor, cui manchi il forte
Senno, che le falangi ordina, e a prova
Le guida e regge a dominar la sorte?
Già il vincitor superbo di Sadòva
De la reggia di Francia urge a le porte,
E l'accerchia, e la serra, e con orrenda
Fame di strage intorno a lei si attenda.

Etna così, quando dai fianchi immensi
L'infocata trabocca onda vorace,
E di sabbie infiammate e zolfi accensi
I campi opprime, e l'aria accende e inface,
Al povero pastore, in men che il pensi,
Cinge di fiamme il campicel ferace,
E, fatta isola intorno a lui che fugge,
Lento e crudel tutto divora e strugge.

Muta e sdegnosa a quell'ardir nefando
Stette Europa e guatò; stetter gl'infidi
Regi, e nullo è di lor che snudi il brando,
E pace imponga, e il dritto invochi, o gridi.
Nè però il cor perdono i Franchi; e quando
Men lungi è il male, ognun par che più fidi:
Generosa fidanza, eroico inganno,
Che l'alme abbaglia, e fa più grave il danno.

Ferve il popol ne l'opre, e mai non resta
Per mutar d'ore o per mancar di giorno,
Ed armi e ordegni e vettovaglie appresta,
E boschi incide, e spiana campi intorno;
Di su, di giù, da quella parte a questa,
Gente industre che va, che fa ritorno,
E s'ingegna, e s'adopra a far sicuri
Le contrade, le vie, le case, i muri.

Fra cotanto agitar d'opre e di cose,
Cui segue il canto e mai non giunge al vero,
Ad accender vieppiù l'alme vogliose
Il popolar rimbomba inno guerriero:
Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose,
Forti ne l'ira, ardenti in un pensiero,
Mescon l'opre e l'ardir, l'anime e i carmi,
E incuorano alla pugna, e veston l'armi.

E rompendo talor, pari a torrenti,
Fuor da le mura, a tanto ardor già strette,
Gittansi in mezzo a l'avversarie genti,
E scompiglian lor piani e lor vendette.
Ben dei mille che uscîr non tornan venti,
E rimangon le madri orbe e solette:
Paghi son tutti, ove la patria possa
Un riparo innalzar di scheltri e d'ossa.

Quinci fulmina l'oste, e impiaga e uccide,
E fiamme ai tempî, a le magioni avventa;
Quindi fra le macerie alto si asside
L'orrida Fame, e gli ancor vivi addenta;
Quel che l'uno non può, l'altra conquide;
L'un vince i corpi, e l'altra i cor sgomenta;
Vola intorno la Morte, e in doppia guerra
Le mura oppugna, e i difensori atterra.

Pur, tra' morti e le fiamme, e dagli amati
Ruderi, e dai men noti ermi recessi,
Balzan novelli eroi, pugnan coi fati,
E sembran dal valore i fati oppressi:
O che pulluli il suolo armi ed armati,
O fecondin la vita i morti istessi;
O a difender la patria, integri e forti,
Per miracol d'amor, tornino i morti.

—Salve, o popol di prodi! A sorger primi,
Primi a pugnar, soli a morir voi siete;
Se fia che lo straniero oggi vi adimi,
Egli avrà l'onta, e voi la palma avrete;
Vestiti di valor, di gloria opimi
A le più tarde età splendidi andrete,
Sprone ed esempio ai generosi petti,
Rampogna ai vili, obbrobrio ai duci inetti.