Obbrobrio a voi, che con vostr'arte obliqua
L'ire svegliaste del natal paese,
E d'armi impari, in vana guerra iniqua,
Lo abbandonaste a le nemiche offese;
Obbrobrio a voi, che la temuta, antiqua
Gloria offuscaste de l'onor francese,
Pur che rotta la spada, e infranto e nero
Giaccia il vessil de l'abborrito impero!
Matricidi! A la patria, ai figli suoi,
Qual frutto mai de le vostr'opre avanza?
Duci, guerrier, francesi, uomini voi?
Voi del suolo natio gloria e speranza?
Capi senza cervel, scimmie d'eroi,
Spugne gravi d'invidia e d'arroganza,
Vernici di valor gonfie di vento,
Molluschi in campo e tigri in parlamento!
Oh! viva il nome tuo, viva il gagliardo
Tuo braccio e l'alma a tutte prove invitta,
Primo, solo, raggiante astro Nizzardo
Fra tant'ombre d'obbrobrio e di sconfitta!
Dove che fra le genti io giri il guardo,
Ne la lor libertà tua gloria è scritta,
Gloria miglior del buon sangue latino,
Cui sollevo il pensiero e il fronte inchino!
Oh! viva, unico eroe! Di': quest'altera,
Cui voti il braccio e il vasto animo e i figli,
Colei non è, che a la sorgente e fiera
Lupa de la Tarpèa ruppe li artigli?
Colei che fulminò la tua bandiera,
E fe' i campi del tuo sangue vermigli?
Colei non è, che la tua patria inulta
Co'l piè calpesta, e a la tua spada insulta?
No'l chiede ei già: d'un gran popolo oppresso
Balenan l'armi e il grido al ciel rimbomba;
E dal guardato suo scoglio inaccesso
Tremendo irrompe, e il brando snuda, e piomba;
E, vincendo del par gli altri e sè stesso,
Al superbo oppressor schiude la tomba;
Dal trono de l'error balza i potenti;
Dà spada al dritto e libertà a le genti!—
Così dicea l'Eroe, quando una strana
Vista mirò. Tratto al macel venía
Uno zoppo asinel, che in voce umana
Tapinavasi invan lungo la via.
Folta era intorno a lui la disumana
Turba, che il morso del digiun sentía;
E qual dicea ch'alto miracol fosse,
Chi d'insulti il pungea, chi di percosse.
Sordo da tanto urlar, da' picchi infranto,
E più dal senso del supplizio atroce,
Il poverel movea simile a un santo,
Che tra fieri Giudei porti la croce.
Con l'orecchie dimesse, in suon di pianto
A intenerir la turba alza la voce,
E ragli emette ora profondi or fini,
Ch'àn l'armonia dei versi alessandrini.
L'Eroe gli si fe' presso, e de la doppia
Sua bizzarra natura interrogollo;
Quei leva il muso, allunga gli occhi, addoppia
I sospiri, e fa il greppo, e scote il collo;
E poi che ragli e pianti e voci accoppia,
E di tanto preludio ha il cor satollo,
Digrigna i denti al ciel, gli occhi al ciel fisa,
Batte la coda, e parla in questa guisa:
—Uomo già fui, nè de la plebe: amici
Pria m'ebbi i fati; ai marziali ardori
Fei campo il petto, ed ai ben posti uffici
Non fûr tardo compenso i dolci allori.
Francia è la patria mia; contro ai nemici
Guidai gli altri e me stesso ai primi onori,
Fino a quel dì che prigionier si rese
Nei campi di Sedàn l'Augel francese.
Mi resi anch'io; ma con arguto ingegno
Ruppi la fede, e il Prusso irto delusi:
Fuggo, i campi divoro, e qui ne vegno
Per la patria a pugnar; chi vuol mi accusi.
Già s'appressa il nemico, e d'aspro, indegno
Feroce assedio i nostri muri ha chiusi;
Io vittoria prometto, e, oh! poco accorto,
Ritornar giuro o vincitore o morto.