Fuor proruppi, e pugnai; ma, com'è vero
Ch'asino or sono, io fui sconfitto e vinto;
Morir tosto pensai, ma in tal pensiero
Tremai, gelai, fui per cadere estinto;
Quando rinvenni dal terror primiero,
Qui mi trovai d'una vil turba cinto,
Che gridava, insultando al mio dolore:
Ritornar giuro o morto o vincitore!

Allor, gelo in pensarlo, io non so come,
Tutte raccapricciar le membra sento;
S'alzan lunghe l'orecchie in su le chiome,
E allungasi la testa, e cresce il mento;
Stendesi su pe'l dorso e per l'addome,
Questo cuoio abborrito in un momento;
Pendono a terra ambo le mani, e ognuna
In un zoccolo vil si chiude e aduna.

Credo sognar, cerco fuggir, me stesso
Fuggir che ognun, segno d'obbrobrio, addita;
Ma batter sento in suon quadruplo e spesso
Sul percorso terren l'ugna abborrita.
Sorge il sole, e dinanzi, a fianco, appresso,
L'ombra fatal veggio al mio corpo unita;
Rizzar mi vo', ma star dritto non vaglio;
Vo' domandar soccorso, e metto un raglio.—

Tacque, e poi che più fiera al fiero caso
L'affamata canaglia urla e s'avventa,
Da superbo furor l'animo invaso:
—Vil turba, esclama, or le mie carni addenta!—
Nè briciolo di lui saría rimaso,
Se l'opra del Demonio era più lenta;
Ei la turba contiene, e la captiva
Bestia discioglie, e vuol che soffra e viva.

—Viva, egli dice; e dal suo tristo esempio
Quindi a far senno ogni francese impari;
Oh! se ognun dei suoi duci, o inetto od empio,
Forma assumer dovesse a costui pari,
De la patria non più traffico e scempio
Farían, come finor, volpi e somari;
Che tosto ognun conoscería le vecchie
Golpi a la coda e gli asini a l'orecchie.—

Sorse un grido in quel punto. Il popol forte,
Da l'armi oppresso e da la fame infranto,
Schiude al superbo vincitor le porte,
Che a quest'orrido aspira ultimo vanto.
Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte,
Suo cibo il sangue, sua letizia il pianto;
Piega il ginocchio, e, crudelmente pio,
Chiama a le stragi sue complice Iddio.

Fan monti i morti; a rivi, a fiumi ondeggia
Per le rigide vie torbido il sangue;
Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia,
Là un incendio che sorge, uno che langue;
Là un ebbro vil, che a lo straniero inneggia,
Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue;
Ed armi infrante e sparse membra ed adri
Globi di fumo ed ulular di madri.

Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folle
La polve degli eroi Teuta calpesta:
E sul terreno ancor fumante e molle
La fiera Idra plebea scote la testa;
Drizzasi e fischia, e le non mai satolle
Fauci spalanca, e l'aria intorno infesta;
E su la fossa dei fratelli inulta
La civile Discordia orrida esulta.

Sorge il vil proletario, e l'empia ed adra
Ambizïon la tôrta alma gli addenta;
Libertà invoca, e la man ferrea e ladra
Ne le sostanze altrui superbo avventa.
Fa tribune le piazze, ed orna e squadra
Fiere dottrine, e novo dritto inventa;
E scapigliato, in truce atto di sfida,
Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida:

—Lasciate le servili opre; le glebe
Abbandonate; il profetato giorno
Giunto è per noi, che come abiette zebe
Digiuni erriamo a le ricchezze intorno!
Vendette abbia e trïonfi anche la plebe,
Nè di sua servitù vada altri adorno;
Non più sparga sudor, sangue ed affanni
A crescer l'onta e ad educar tiranni!