Vide le fiamme e l'ultimo periglio
Lucifero e l'orrende ire e il gran lutto,
E, lo sdegno nel petto e il pianto al ciglio,
Fuor dei lidi infelici erasi addutto.
Qual uom che muova a volontario esiglio
Di fieri casi e di giust'ira istrutto,
Tal ei si parte, e la diletta e grama
Terra saluta, e dolorando esclama:
—Dove ti cercherò, se qui non sei,
O intemerata e splendida
Reggia dei sogni miei?
Luminosa Ragion ch'ardi e ravvivi
Ogni terrena cosa,
Se qui non regni, in qual region tu vivi?
Pur io da l'abborrite ombre ho veduta
La maestà dei tuoi passi e la luce,
Che dai vigili, acuti occhi tu spandi
Sovra il mar dei destini; io l'amorosa
Voce ascoltai, che l'anime riduce
Agli amplessi del Vero, io la solenne
Voce di libertà, che a voli arditi
Del pensiero de l'uom sferra le penne.
Di tenebrosi troni e di ferrati
Gioghi e di fronti umilïate e vili
Lieta non vai, bella non vai di fiori,
Che di pallidi servi il pianto edùca;
Nè tuo serto è il terrore. Inclita e ferma
Tu ne l'alme ti assidi, e l'alme e i fati
Previdente governi. Ardon nei tuoi
Limpidissimi sguardi
Quante spemi ha il futuro, e quanti ha raggi
L'onnipossente libertà, ch'è dono
Tuo primo e non caduca
Gloria di umani e tua miglior parola.
Tu di sensi gagliardi
Le umane alme alimenti,
E sè stesse a sè stesse insegni e sveli,
Perchè libere alfin corran le genti
A la vittoria di più fidi cieli.
È sogno il mio? M'illude,
Vôto fantasma, il desiderio, e fingo
Larve di spirto ignude?
Dai ciechi abissi invano
A combatter con Dio l'ultima pugna
Sorse il mio spirto? Ombra incompresa, ignota
Correrò questi lidi, infin ch'io piombi,
Fulminato Titano,
A divorar ne l'ombre il mio dolore?
Ne l'ombre io tornerò? Quest'infinita
Luce, che il mio pensier valica e pasce,
Questo perpetuo fluttuär di cose,
Quest' impeto di vita
Non son mio regno e vita mia? Non sono
Consorti mie le mobili
Genti, cui la vital morte rinnova,
Come opportuna piova,
Ch'apre la terra, e svolge
La ritrosa virtù del germe inerte?
E tu, tu che le incerte
Nubi diradi, ed ogni ben mi sveli,
Santa Ragion, tu indarno
Entro al petto de l'uom levi il tuo trono?
O forse ai regni tuoi,
Diva maggior, presiede
La tiranna Natura,
O, sconsigliato e inutile
Poter, che ne le ignare anime hai sede,
Fuor che altere lusinghe, altro non puoi?
Che dissi? Il dubbio indegno
Sperdano i venti, e il mar vorace inghiotta!
Qui sei, qui regni: io sento,
Unica dea, la tua presenza in questa
Splendida reggia degli umani affanni.
La terra è tua; su' simulacri infranti
Di sbugiardati iddii sorge la possa
Dei regni tuoi: da fiere alme son còlte
Le tue leggi inconcusse, e fermi e santi
Di perenni olocausti ardon gli altari,
Che cementan co'l sangue i figli tuoi!
O generosi, o cari
Apostoli, o gagliarde ostie ed eroi,
Voi non cadeste indarno! Ecco, su queste
Ingombrate di stragi inclite rive
La nova alba diffondesi
D'una sorgente età; spiran le meste
Genti educate dal dolor le vive
Aure di libertà; vigili e pronte,
Di fieri casi esperte,
Al sorriso del Vero ergon la fronte;
E dal sangue fraterno, onde coverte
Son queste piagge illustri,
Coronata di lauri e di baleni
Tu balzi, o dea; chiami la Pace, e vieni!—
CANTO NONO.
ARGOMENTO.
Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla vista dell'incendio di Parigi.—Pettegolezzi divini.—Profonda risposta di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la ragione.—-Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per l'America.—Apostrofa alla Spagna.—Arriva nel nuovo mondo.—Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.—S'interna in una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella del genere umano.