Così il lungo digiuno e la fatica
D'una ad un'altra visïon trabalza
Il pensier de l'Eroe, quando, in lui fiso,
Il Signor dei celesti:—Ora è stagione,
Disse in cor suo, che il mio rival conquida!—
Gli aurei letti lasciò, senz'altro aiuto
Che il veloce desio; s'avvolse un manto
Ampio, turchino come ciel d'autunno;
A la fredda canizie un vasto impose
Tricuspide lucente, e, sotto al braccio
Un aureo accomodando orbe stellato,
Simbol de l'universo, al più vicino
Dei presèpi del ciel cheto avvïossi.
Ivi, poichè di Giosuè la verga
Del sole il cocchio a mezzo il ciel sostenne,
E impietriti restâr di sotto al giogo
I fulminei cavalli, una falange
D'umili sì ma intelligenti onàgri
Pasce in greppie d'argento orzi ed avene
Di tal virtù, che nel lor sangue infonde
Gaio tripudio e giovinezza eterna.
Non appena sentîr sovra la soglia
La presenza del Dio, tutti in un punto
Drizzâro i colli ed affilâr le orecchie
Lievemente anelando; e, a lui rivolti
Con dolci e riverenti occhi, la voce
Del comando attendean. Videli il Nume
Lucidi e belli, e ne gioì; ma il cenno,
Che tutto può, volse a te solo, o illustre
Asin di Betelèmme, a cui su'l dorso
(Premio dell'opra, onde immortal tu vivi)
Crescon due luminose ali, per cui,
Pregio da tutti invidïato, e solo
Da Dio concesso a le beate essenze,
Varchi il cielo senz'orme e l'aer fendi.
Tu presentisti il divin cenno, ed ambe
Le ginocchia piegando appo a la ferma
Con chiovi adamantini aurea predella,
Offeristi umilmente il dorso alato.
Fe' forza il Nume, e vi montò; si attenne
Con ambe mani a le pietose orecchie
Del diletto onigrífo; ai ben pasciuti
Fianchi gli strinse le ginocchia inferme,
Gli occhi serrò, diede la voce, e via
Lascia il ciel, passa l'aere, e giunge in terra.
L'Eroe trovò, che scosso il sonno, e, fermo
Più nel pensier che ne le membra affrante,
Ritentava il cammin. Presso a un cespuglio
Lasciò il volante corridor; si eresse,
Quanto potè, su'l curvo dorso; un grave
Cipiglio assunse, e a misurati passi
Movendogli d'incontro, in tuon solenne:
—Lucifero, gli dice, ov'io con l'ira
Dar fin volessi a l'ira tua, me stesso,
Che Dio di tutto e re del ciel pur sono,
Qui non vedresti al tuo cospetto: avvinto
Dal cenno mio sotto al mio piè, potría
Scatenarsi al mio cenno il saettante
Fulmin, che a par d'ogni superba altezza,
Le sdegnose e proterve anime adima.
Ma l'ira mia tu la conosci; or sappi
La mia pietà. Stanco non già, ma schivo
Di pugne io son: di nostre pugne assai
Travaglio ebbe la terra; assai di umane
Vite olocausto ebbe il mio sdegno. Io miro
Con paterno dolor quest'infelice
Schiatta de l'uom, che, lusingata e vinta
Dai tuoi falsi giudicî, erra perduta
Fuor de la via d'ogni salvezza, e il frutto
Di tue promesse e la vittoria aspetta.
Ma, stolta! indarno aspetterà! Smarrito
Fra queste ombre tu stesso, ecco ti aggiri
Tu, che da le fallaci ombre presumi
Redimer l'alme dei mortali, a cui,
Ira e invidia non già, ma provvidente
Consiglio mio gli ultimi veri asconde.
Sgombra adunque la terra; abbian riposo
Le genti alfin; torna ai tuoi regni, e intero
Scenderà su'l tuo capo il mio perdono.—
—Di perdon parli e di pietà, proruppe
Disdegnoso l'Eroe, tu che di tutte
Le sciagure de l'uom colpevol vivi?
Ma stolta è l'ira: ombra tu sei di nume,
Sol vivente in parole; ond'è, che irato
Non ti temo, e pietoso io ti dispregio.
Lasciami adunque a le mie cure: avranno
Pace le genti, e non da te; nè pace
Neghittosa e servil; di guerra stanco
L'uom non sarà pria di saper che vuota
Larva sei tu senza subbietto, e quale
Or t'addimostri al guardo mio. Potessi
Questi sordi, confitti arbori intorno
In uomini cangiar! Vedrían qual vana
Risibil cosa e imbelle ombra tu sei!—
Tacque, e torse le spalle. Un vampo d'ira
Salì al volto del Nume; e la bollente
Rabbia del cor tutta in un punto avría
Fuor versata nei detti, ove non fosse
Sopravvenuta al suo pensier la luce
D'un prudente consiglio. A mala pena
Ei si contenne, e gl'iracondi sguardi
Figgendo al suol, morse le labbra, e disse:
—Sei forte, il so; ma de la tua fortezza
La superbia è maggior, minore il senno.
Odimi; sai, che da nemico petto
Sorge talora util consiglio, e saggio
Io non dirò chi lo rifiuta. Ha un segno
Anche l'ira dei forti, e chi si ostina
A produrla oltre inutilmente, indegne
Sciagure ad altri, e a sè perigli ordisce.
Or credi a me: son paventose e fiacche
L'anime umane, e han di servir mestieri.
Ad uom cresciuto in servitù mal giova
Spirar liberi sensi: a sua rovina
Va tosto incontro; perocchè di tutti
Malnato istinto è il dominar; nè vale
Esser libero d'altri, ove ad un tempo
Di sè stesso è ciascun servo e tiranno.
Però, se il ben cerchi de l'uom, nè stolta
Ambizïon move i tuoi sensi, al mio
Giogo abbandona i servi miei: la forza,
Qual ch'ella sia, legge è del mondo; il resto
Altro non è che nome vuoto e nulla!—
Sorrideva Lucifero, e un sol detto
Non gli fuggía. Con subito consiglio
Pone allora il buon Dio l'aureo emisfero,
Dal manto ampio si svolge, e, simulando
Fra labbro e labbro un giovïal sorriso,
Per man prende il nemico, obliquo il guarda
Con gioconda malizia, e:—Inver, gli dice,
Vecchia golpe tu sei! Che tu mi cianci
Con codesti tuoi fumi? A par di me
Tu gli uomini conosci, e di sonanti
Nomi li gonfî, sol che a Dio ribelli
Spingan la fronte, e tu su lor ti assida!
Giù dal volto la larva! Hai di me al pari
Desio di regno; e, di regnar mal pago
Sovra il trono de l'ombre, una più bella
Sede nel mondo e maggior gloria ambisci.
Or ben: regnar vuoi su la terra? Affido
La terra a te. Vuoi che tremanti e prone
Pendan le genti dal tuo labbro? il fronte
Pieghin popoli e re sopra la polve
Del tuo santo calzàre? Abiti e modi
Cangia. V'è tal sovra la terra, a cui
Nullo agguaglia in poter: brando che uccide
È la parola sua, fulmine il guardo;
A lui d'umani sagrificî intorno
Vaporano gli altari; incatenato
Ai carri suoi geme il Pensier. L'aspetto
Di lui tu prendi, e nome e gloria e regno
Di pontefice avrai!—
Commiserando
Scotea l'Eroe la testa, e in cotal guisa
Con voci amare rispondea:
—Nemico
Che scenda a patti è mezzo vinto; e a patti
Non sol tu scendi, e vinto sei, ma involto
In una cieca illusïon mi desti
Ira insieme e pietà. Quella gagliarda
Possa d'uom, che tu vanti, io già la vidi
Regnar nel mondo: le facean sgabello
Le cervici dei re, luce la fiamma
D'umane ostie brucianti; or su la terra
La cerco invan. So che una turpe e vôta
Larva, inutile ingombro, occupa i templi
Di Vatican: stupida larva, il cui
Frollo capo cadente invan protegge
Co'l sozzo manto il precettor Loiola;
Ma in lei, me'l credi, è da gran tempo estinto
Il pontefice e il re!—

—V'è tal, che avviva
Anche la morte, Iddio gridò: tu puoi
Resuscitarlo. Torneranno i tempi
Di Gregorio e di Sisto!—

—Ai tuoi soggetti,
Se alcun pur n'hai, serba tal gloria: io sono
La libertà. Se udir non vuoi la voce
Del mio dispregio, a me parla siccome
Si conviene ad un Dio: fulmina!—

Un grido
Mise il Nume a tal dir; ne l'ampio manto
Fremebondo si chiuse, e, le beate
Groppe al divino corridor premendo,
Per li campi de l'aria alzossi e sparve.

Torna intanto il mattino, e un'aurea luce
Con lo sparir del Dio penetra in mezzo
A la densa foresta. Il luminoso
Auspicio accolse e giubilonne in core
Lucifero; tra' folti alberi un varco
Esplorò disïando, e il passo stanco
A un villaggio contenne: un mucchio informe
Di povere capanne, una su l'altra
Addossate su'l fianco a una montagna,
Che di bosco e di nubi il capo ombreggia,
E giù giù fino al mar scende e digrada.
L'abita e còle una diversa gente,
Varia d'usi e di lingua, a cui, nel nome
De la croce di Cristo, una pietosa
Missïone d'apostoli e di santi
Giogo impone di ferro e il pan contende.
Di doppia mèsse a lor biondeggia intorno
L'usurpata campagna; s'inghirlanda
Di gemina vendemmia il poggio e il clivo
Lussureggiante, e terre e mandre a gara
Recan primizie a le lor mense. Al solco
Durissimo fra tanto, a l'aere impura
Suda il magro colòno; e, se la verga
Del discreto signor non gli distende
Le bronzee terga e lo flagella a morte,
Ben felice esser dee, che possa un giorno,
Dai travagli consunto e dal digiuno,
Cader sovra l'aratro, e con le ignude
Ossa impinguar del pio padron la gleba.

Stanza ospitale il vïator non chiese
A signor ben pasciuto, e non sofferse
D'aver mensa comune ad orgoglioso
Trafficator. Fra poveri pastori
Breve asilo ei cercò; si assise al desco
De la miseria; e a te, povera Sara,
Assentì l'alto aspetto e la sdegnosa
Anima e il dir che umani petti infiamma.
Schiava infelice! Era remota e angusta
Presso al torbido rio la sua capanna;
Era nero il suo volto e nero il crine,
Ma aperto e grande era il suo core, e tersa
Come raggio di Sol l'anima avea.
Fra le miserie di sua vita un giorno
Le sorrise l'amor. Furon men leste
L'opere di sua mano; impazïente,
Immemore divenne; e, sì com'era
Schiava due volte, osò levar la fronte
E agli augelli invidiar libero il volo!
Fischiò sopra a le sue carni la sferza
De l'acerbo signor; percosso e vinto
Dal feroce digiuno a lei da lato,
Sotto agli occhi di lei, vittima cadde
Il giovinetto del suo cor. Qual belva
Ella ruggì; morse ruggendo i ceppi;
Avventossi d'intorno; e allor che in mesta
Calma si assise, e volse il guardo in giro,
S'avvide ognun, che a quella derelitta
Era insieme a l'amor mancato il senno.
Le consentîr la libertà: più tempo
Errò, libera pazza; un dì si accorse,
Che scevra era di giogo; e se di nuovo
Co'l pianger lungo a lei fece ritorno,
Qual fido augello, la ragion smarrita,
Tosto sentì che nel suo cor deserto
Vigile e santa una memoria ardea.
Visse d'allor limosinando, e, aperta
Agl'infelici più di lei, sorrise
Come pòrto d'amor la sua capanna.
Quando giunse Lucifero, sedea
Sovra un poco di strame, appo la sponda
D'un povero lettuccio. Un fanciulletto
Pallido, emunto e con la morte in core,
Disteso, ansante ivi giacea. Poggiata
A la scura parete eravi un'arpa
Lurida tutta e con più corde infrante;
A piè del letto un lacero fardello,
Un nero tozzo, e rovesciata a terra
Una piccola brocca. Il moribondo
Mosse il languido e dolce occhio d'intorno,
E, qual chi una pietosa alma indovina,
Affisò lo stranier tacito, e il biondo
Capo crollando, le sparute e bianche
Mani al petto portò; baciò più volte
Un abitin che gli pendea dal collo,
E:—Vedete, signor, disse, vedete
Com'han ridotto un misero fanciullo!—
E a mala pena sollevando un lembo
De la grezza camicia, insanguinato
Da recente flagel mostrava il petto,
E singhiozzando ripetea: vedete!
Mandò un grido l'Eroe; ferocemente
Rotò il guardo la schiava: il poverino
Mormorava piangendo:
—Eran pur belli
I monti e il cielo de la mia Cosenza!
Ero tanto bambin, povero tanto,
E mi parea d'esser felice! Un giorno
Mi diedero quell'arpa: io canticchiava
Con gli augelli del ciel. Quando lasciai
Il mio tugurio, luccicar su'l desco
Vidi alquante monete: era sì allegra
La mamma mia, ch'io le nascosi il pianto,
Nè le volsi un saluto. Uno straniero,
Ch'altri fanciulli al suo comando avea,
Con sè mi prese: eravam tanti! In giro
Strimpellando le nostre arpe si andava
Per le città, scalzi, soletti, stanchi,
Senza letto, nè pane, al sole, al vento
Alle piogge, alle nevi ed alla sferza
Del rio padron, cui parea scarso il frutto
Di quel nostro accattar cotidïano.
L'altrier, consunto dal continuo stento,
Un fanciullo moriva: e tanti e tanti
N'eran morti così! Ci amavam come
Due fratelli infelici: eravam sempre
L'uno accanto de l'altro. Un dì un allegro
Ritornello io cantava; ei con le scarne
Dita seguía su l'arpa a gran fatica
La mia pazza canzon. Tacquero a un tratto
Le monotone corde: il poverino
Cadde, nè più si rïalzò. Non ebbi
Più memoria di me: fuggii la vista
De l'odiato signor. Mi trovò il crudo
Presso al cantuccio d'una via romita,
Che l'amico piangea; mi picchiò tanto,
Che mi parve morir. Questa pietosa
Da la via mi raccolse.—
Ed additando
Quell'infelice, che gli stava a lato,
Fra' singhiozzi tacea. Tacea pur essa
La sventurata, e si stringea sul petto
L'affannato fanciullo.
In su la soglia
Splende un raggio di Sol; saltella e canta
Un'amorosa cingallegra. Al seno
Le tenui braccia il fanciullin compone,
Guarda in alto, e sorride.
—Oh! non lasciarmi,
Così fra' baci gli dicea la schiava,
Non partire sì presto! Abbandonata,
Vedi? son io; son poveretta e mesta;
Io t'amerò come una madre!—
Un balzo
Diè a tal nome il fanciullo; il moribondo
Sguardo avvivò d'un ultimo baleno,
E fieramente mormorò;—Mia madre?
M'ha venduto mia madre!—
A questa voce
Fuggì il vispo augellino, e a l'aere immenso
De l'oppresso bambin l'alma il seguía.

Tacita, con selvaggio atto, a la sponda
Del letticciòl si accovacciò la schiava;
E tutto ira e pietà fuori a l'aperto
Precipitossi il Pellegrin. Gli ferve
Sotto ai passi la terra; al mar si affida
Subitamente, e ne l'acceso petto
Le remote sospira itale sponde.

CANTO UNDECIMO.

ARGOMENTO.

Canto all'Italia: le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.—Lucifero arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, dove si adunano i più famosi genî dell'Arte moderna.—Le donne emancipate; il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio, gazzettiere; un camaleonte onniscibile.—Il poeta Olimpio e la sua dama.—Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino Poeta; il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.—Olimpio, che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole di superbo disprezzo.