Da le nevate cime
Di quest'alpe famosa io ti saluto,
Di gloria e di dolor magion sublime!
Ti veggio alfin! Qual suole
Nocchier che lungamente erra perduto
Per l'irata del mare onda funesta,
Se da lontan vede la terra e il sole,
Crede a speranza il petto,
Tale al tuo primo aspetto
Dice il mio cor: la nostra patria è questa!

Non io, perchè più terso
S'apra il ciel su' tuoi campi e il Sol sorrida,
D'egregie lodi accenderò il mio verso.
Fra gl'iperborei geli
Avvien talor che rigorosa e fida
Splenda virtù, quando per liete rive,
Ch'àn fragranza di piante e amor di cieli,
Superbe e infeminite
Volgon le umane vite
D'ogni ardito operar pavide e schive.

Chiede animosi petti
L'Eroe ch'io canto ed operosi ingegni,
A cui pari in virtù fervan gli affetti.
E tu che il doppio mare,
Coronata sovrana, inclita regni,
E fra il riso de l'arte e i fior t'assidi,
L'opre gentili e le gagliarde hai care
Così, che altera e grande
Per quadruple ghirlande,
Sorgi su le rovine, e il tempo sfidi.

Te di sottili e forti
Studi educâr gli Etruschi padri, il cui
Pronto ingegno temprâr gli Egizii accorti.
Splendea fra le temute
Armi e gli altari minacciosi e bui
L'aureo foco di Vesta, e fean leggiadre
L'ardue cure del ciel le Muse argute;
Fin che del Tebro al lito
Un fiero ululo udito,
Volâro in grembo a la Cecròpea madre.

Calò dal cielo estremo
L'augel fulvo di Giove, e le saette
A l'audace apprestò lupa di Remo.
Sorge Quirino; al lampo
Del suo brando forier d'aspre vendette
Crollano i troni; da la terra a l'etra
A le vittorie sue piccolo è il campo;
Mentre fra'l suon de l'armi
Echeggian d'Ennio i carmi,
Di Plauto il riso e di Maron la cetra.

Chi siete voi, che a guisa
Di affamati leoni or prorompete
Da le nordiche selve, e, a la conquisa
Madre squarciando il petto,
Sì fier costume d'ogni strage avete?
Ma qual non apre ad avvenir lo sguardo,
E de l'istante ha sol tema o diletto,
Impallidisca e gridi
Al suon dei matricidi
Brandi, e vesta di lutto il cor codardo.

Cantor, che a la palestra
De la vita allenò l'alma e l'ingegno,
I casi ad indagar la mente ha destra;
Spregia il parer fallace,
Che fa pago ed esalta il vulgo indegno;
Sol nume ha il Vero; ombre non teme; sfida
Del presente favor l'aura fugace,
E, profeta a le genti
Di ragionati eventi,
Guarda il passato e a l'avvenir le guida.

Ecco, fuggir dal truce
Cozzo vegg'io dei sanguinosi acciari
Faville che da poi diêr fiamma e luce:
Arde una forte e nova
Anima i petti; a non segnati mari
Gonfia immenso un desio le vele industri;
Fervon le menti e le fatiche a prova;
A chetar l'ire orrende
La libertà discende
D'armi gagliarda e di commerci illustri.

Sorge a la Diva accanto
Disdegnoso uno Spirto, a cui nell'ira
Divien foco il pensier, fulmine il canto.
Superba aquila al nembo
Fida il volo, e combatte; e allor che mira
L'etereo Sol, che d'amoroso dardo
Punge e ravviva al vasto essere il grembo,
Per l'aere ardente e pura
Spaziar gode secura,
E nel fuoco del cielo appunta il guardo.

Egli così le inferne
Sfere lasciando e le pugnaci erini,
Che mortali accendean l'ire fraterne,
E d'ombre orride e d'ossa
Tarda e incerta facean l'orma ai destini,
Errò, divo mendico; al ciel co' carmi
Surse, e attinta del Ver l'aura e la possa,
A inaspettati eventi
Chiamò l'itale genti,
Lor diè vita e parola e patria ed armi.