Dai maledetti avelli
Balzan gli eroi; splendono al Sol gli acciari;
Quei che avversi morîr, sorgon fratelli:
Arde la pugna; stride
L'Arpía de l'Istro; dai venali altari
L'irto Levita invan s'adopra e freme…
Viva il Sabaudo allòr; vivan le fide
Schiere dei nostri eroi,
Viva tu pur, che a noi
Desti i tuoi prodi, e a noi vincesti insieme!

Dove sei tu? Non odi
L'aura del generoso inno, che, schivo
Di tanti ingrati, osa innalzar tue lodi?
Leva dal tuo recente
Sepolcro il capo, e guarda ove ancor vivo.
Più del ricordo, è dei tuoi prodi il sangue.
Qui pugnâr, qui morîr, qui di fulgente
Serto ornò Italia il crine,
Qui le genti latine
Si unîr d'un patto in su'l nemico esangue.

Mira! Un sol tempio accoglie
L'ossa delle due genti, e a lor confuse
Del domato stranier dormon le spoglie.
Dormite! Una parola
Fremono i vostri sonni; e da le chiuse
Ombre di morte una gran luce emerge:
Vivono al raggio d'una fiamma sola
Le umane anime; ed una
Morte le gente aduna,
E ne l'onda del Ver tutte le terge.

Dormite! Al santo amplesso,
Che in una morte e in un amor vi serra,
Tragge Italia gli auspicî. Il brando ha cesso
A la guaína, e cinta
Sol di virtù suoi baluardi atterra.
Regna Amor l'alme, Amor varca gli abissi,
Penetra il mar: cade al suo soffio estinta
L'ira dai petti; e, al pari
Che nei confusi mari
Vedi gl'istmi cader squarciati e scissi,

Cedono al nume il passo
Le domate montagne; a lui da lato
Scende l'italo genio. Odo il fracasso
De le divelte rupi;
Rugghia per li rotti antri il vento irato;
Al martellar degl'inventati ordigni
Tuonan l'opre pe' negri anditi cupi:
Ecco, ne l'ardua gola
Fischia il vapor che vola;
Echeggian gli antri; gli ultimi macigni

Crollan; concordi e pronte
Gridan le ciurme; il Sol s'affaccia, e cinge
Due raggi a un tempo a due Gagliardi in fronte.
Oh! viva! In armi avvolto
Altri pugni e trïonfi: Amor costringe
In gara industre il genio italo e'l franco!
Ma qual fragor d'orridi bronzi ascolto?
Ne la sanguinea gora
Brenno gavazza ancora?
Di stragi ancor non è satollo o stanco?

Cessa! Di fatuo nome
Tal che ti aggira a l'oprar suo fa scudo,
Pur che la man ti cacci entro le chiome,
E al giogo ti strascini
D'onor, di libertà, di posse ignudo.
Speglio Italia ti sia, che la severa
Alma composta a' liberi destini,
Già spada, or cuore e mente
De la latina gente,
L'alpe dischiude, e ne la pace impera!

Mentre io canto così, fuor dal recente
Varco de l'Alpi glorïando passa
L'alto Amico de l'uomo, a cui ridonda
Di lampeggianti entusïasmi il petto.
Al meriggiar de le populee rive,
Da secreta virtù vinto, si asside
Là dove con selvaggio impeto corrono
Gli eridànei cavalli, e sveglian tanta
Pei settemplici campi eco di guerra.
Passan su le solenni onde, equitanti
Guerriere ombre di re; svolgesi al cielo
L'allobrogo vessillo, e, tutte chiuse
Ne l'acciar de l'altera indole invitta,
Brillan di pugna le sabaude schiere.
—Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!
A piè de la famosa alpe, che pàrte
Le due genti latine, argentea e pura
La tua gemina fonte al Sol risplende,
E di origin comune e d'amistanze
Ne fa sacra la terra. Ivi il fuggiasco
Tra il fraterno furor Genio latino
Auspicando si addusse, e custodía
Bella e secura una speranza in core.
L'ombre cercò, di cheto obblio si avvolse,
Ma non così che al balenar del guardo
No'l ravvisasse una gagliarda e fida
Prole di Berengario, a cui fu grato
Di saggio culto e di pietose offerte
L'alma allegrar de l'esule divino.
Santo allor fu il suo scettro; ara divenne
L'alpe ospitale, e sovra il picciol trono
D'Ausonia il core e l'avvenir si assise.
Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!
Ben che d'eccelsa e non ignobil fonte
A te accorrono i fiumi; a te dan vasto
Tributo di sonanti acque; a te, padre
Di feconde pianure, ove nei cheti
Argini la natía possa governi;
Padre d'alte rovine, allor che in ira
Terribilmente imperversando abbondi
Fuor degli ardui ripari, e fosco, immenso
Possiedi i campi, e sugli abissi imperi.
Pari a te da la doppia alpe ne venne
Di Libertà l'almo sorriso: al grido,
Che le pedemontane aure percosse,
Tutti echeggiâr gl'itali petti, e ad una
Sorsero a sgominar le schiere ostili.
Pari ai tuoi flutti è Libertà: feconda
D'anime educatrice, ove al governo
Sieda la Legge, e ne rattempri il corso;
Torbida madre di rovine, quando
Oltre ai segni prorompe, e gl'inconcussi
Campi del Dritto pazzamente invade.—

Così dicendo il Pellegrin, la terra
Bellicosa lasciava; e, la commossa
Alma schiudendo a la serena luce,
Che da l'italo ciel l'Arte diffonde,
S'avvïava colà dove tra' fiori
Gareggian di beltà le Grazie etrusche.

Ben avverso alle Grazie e al Bello in ira
Vive, Italia, colui che, su l'ingorde
Arche seduto, in tuon lugubre intuona
L'epicedio de l'Arte! Ignaro, al certo,
Fra la plebe ei si aggira, e mai non pose
L'orma su queste etrusche inclite rive,
Dove tanto su l'Arno arde e sfavilla
Glorïoso splendor, qual mai non ebbe
Ne le trascorse età. Quante su l'orlo
D'un angusto, ritondo orcio, che abbonda
Al sol d'agosto il liquefatto miele,
Con smemorato ardir giran le mosche;
E altre ronzan d'intorno impazïenti
Del ghiotto cibo, altre sparute e gravi
Strascinan le inveschiate ali pe'l vase;
Tanti, e con simil ressa, a l'Arno in giro
Stanno gl'itali genî; e qual più vivo
Del toscano Ippocrene il fonte attinge,
Quel sentirà qual siero entro ogni vena
Scorrere il sangue, e tramutata in latte
Dolce fluïr del fegato la bile.
O arëopago de la patria, o illustri
Apostoli de l'Arte, io vi saluto;
E tu accogli il mio culto e il canto mio,
Città sacra del fior! Chè se ancor vive
Entro a l'itale carte un qualche suono
De la celeste melodia, che corre
Spontanea al labbro de le tue fanciulle;
E s'han grido finor le vereconde
Muse d'Italia, a te dobbiamo il vanto,
A te il pregio, a te il nome. Aspre e robuste
Proli, de l'opre e de le pugne avvezze,
S'abbian Adige e Po; s'abbiano industri
Colòni e pingui campi ed auree mèssi
Le contumaci al culto arduo del bello
Sicule piagge, ed a l'ignobil remo
Sudi il Ligure audace: a voi, d'Etruria
Morbidissimi figli, unico vanto
Sia la storia dei padri, e pregio intatto
La lingua! A noi diseredati ed orbi,
A cui nascendo non ombrò le fasce
La gran torre di Giotto, a noi, se prude
Alcun genio villano entro al cervello,
Altra via non rimane, altra salute,
Che mendicar dietro al vostr'uscio il tozzo
De le vostre merende e qualche cencio
De la vostra di frange auree guernita
Ducal librèa. Qual poverame abietto,
Che per entro a l'altrui vigna, tremante
Dopo il ricolto a raspollar sen viene,
Noi veniamo tra voi, nudi e digiuni,
Cui l'avara fortuna ibrida e grezza
Assentì a mala pena la parola,
Duro e barbaro gergo, atto a fatica
A dir del male ed a non esser muti.