Così a l'entrar ne la Città famosa
Fremeano i sensi de l'Eroe. Solenne
Era quel dì: rinascea Roma. Ornati
Di ghirlande d'allori e d'orifiamme
Splendean ponti, obelischi, archi e teatri;
E dietro a le giganti Ombre dei morti
Ivano al Colossèo festosi i vivi.
Iva anch'esso l'Eroe. Su le rovine
Titaniche di Roma un fiammeggiante
Sguardo mandava alto a l'occaso il sole:
Un incendio parea, da lo cui grembo
Si liberasse una feroce e bella
Vergine che diceva: Io son la grande
Libertà dei Latini!
Immenso e solo
Sovra ai neroniani orti grandeggia
Il vastissimo Circo, a cui da strani
Colori e bizzarre ombre un magistero
Di bengalici fochi; ondeggia il folto
Popolo, e a' plausi armonizzate e agl'inni
Le gagliarde fanfare empiono il cielo.
Non udiva l'Eroe; ben altre voci
Gli suonavan ne l'alma: echi lontani
De le passate età, vaghe armonie
De l'avvenir, preci e bestemmie escluse
Ad orecchio mortal, ghigni e sorrisi
D'idoli nani e d'uomini giganti.

VOCE D'EBREI.

Dai traffici fecondi,
Unico asilo al pertinace ingegno,
Da le folte città, dai fremebondi
Flutti di gonfî mari,
Sempre io sospiro a voi, sempre a voi guardo
Con la speranza mia, rive dilette
Del Giordano natío, raggianti altari
Dei padri miei, terre da Dio promesse.
Come al Libano eterno, a cui ghirlanda
Sono i cari al Signor cedri vocali,
Drizza il fulmineo vol, come a sua meta,
L'aquila pellegrina,
Tal del disio su l'ali
A voi corre il mio core, e in voi s'acqueta.

Voi sul monte di Dio spargete al vento,
Cedri vocali, i rami annosi, e fermi
Sfidate i nembi e i secoli, mentr'io
Per terre e per età, ramingo eterno,
Il suol dei miei nemici
Bagno del mio sudor, del sangue mio;
E al flagel de le avverse ire, a lo scherno,
Che sibila su me freddo e funesto,
Piego le spalle inermi,
Spero, e pugno sperando, e mai mi arresto.

O cedri incliti, invano,
V'intendo, invan voi non mettete eterne
Entro al monte di Dio l'alte radici;
Però ch'eterna, a par di voi, si asside
La speme del trïonfo entro al mio petto.
Voi rivedrò! Da queste infauste arene,
Che del mio sangue tinse
Tito, delizia de l'umane genti,
Da ove sorge la notte e il giorno viene,
Da tutti e quattro i venti,
Quel divino voler, ch'indi mi spinse,
Richiamerà, nè fia lontano il giorno,
Il vincente Isdraello al suo soggiorno!

VOCE DI NUMI.

Esuli affaticati,
Senza speme di vita e senza regno,
Fuggiam, cadiam sotto al flagel dei fati,
Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.

Il serto luminoso
Del poter nostro ov'è? Dove il raggiante
Trono del sole e i sempre verdi alberghi
De l'Ida? Ove il temuto
Folgore e le sedotte
Figlie de l'uom? Tutto d'intorno è muto
A noi; squarciasi il velo,
Da l'inganno tessuto,
Che lieve sosteneaci a mezzo il cielo;
Manca il cielo a nostr'orme: i fior, la luce,
L'amor, la giovinezza, il paradiso,
Tutto a un punto dissolvesi
Al fiero lampo de l'uman sorriso.

Esuli affaticati,
Senza speme di vita e senza regno,
Fuggiam, cadiam, sotto al flagel dei fati,
Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.

O miserando e gramo
L'esser nostro di Numi, ove al talento
Di mortal plebe abietta,
Qual nebbia vana ad agitar di vento,
Sorgere a caso e dileguar dobbiamo!
Ove andrem noi? Di amici astri deserto
È il ciel; d'altari è brulla
La terra; inesorabile si avanza
La Verità; l'Oblio ne inghiotte e il nulla…
Oh! fosse dato almeno
A noi mutar sembianza,
Gioir l'aere terreno,
Scendere in terra e aver con l'uom possanza