Tu, assidua e paziente il tempo rodi;
Tu i diradati stami
Dei popoli dispersi ordisci e annodi.

Da l'abisso dei morti anni richiami
L'ossa eloquenti: ritte
Composte in scheltri in sugli altari infami,

Gridan così, che a mezzo il cor trafitte
Da la parlante luce
Precipitan le sacre Ombre sconfitte.

Salve, o diva Scïenza; auspicio e duce
D'ogni grand'opra; ai santi
Regni del Vero e a Libertà ne adduce
La voce tua, che grida sempre: Avanti!

Poi che al veggente immaginar l'altero
Ribellator degli uomini si tolse,
E mirò intorno il vasto Circo, un alto
Silenzio s'assidea sui tenebrosi
Menïali titanici, e fra' rotti
Pilastri ed i corintî archi passavano
Lunghe file di mute Ombre e la luna,
Ei mirava e tacea. Ma tu nei santi
Penetrali del ciel già non tacevi,
Gran signor dei beati: acre e vorace
Ti rodea l'alma una gran cura; e come,
Se fra poche pareti arda un occulto
Foco, di quante masserizie ha intorno
In pria fa preda e cheto si alimenta,
Finchè di sua virtù gonfio e superbo
Tutto divora il chiuso aere, dirompe
L'avverso tetto, e al ciel, mugghiando, esplode;
Così del padre dei Celesti a un punto
Proruppe la repressa ira, nudrita
D'antiche onte e di cure; a mezzo i morbidi
Guanciali alti si eresse, e si folcendo
Del tentennante cubito, in tal guisa
Parlò ai beati ivi a consiglio accolti:
—O beati, se pur lecito è ancora
Con tal nome chiamarvi, or che le pingui
Mense e i tiepidi letti, unica gioia
Di voi sereni abitator del cielo,
Sparecchiar ne minaccia un rio destino,
Beati, a voi di gran stupore obietto,
E il vi leggo su'l fronte, è ch'io vi aduni
A insoliti consigli, io che finora
D'ogni assoluto mio voler fei legge
A le vostre cervici, a cui fu somma
Virtù il tacere e l'ubbidir. Se or muto
Al gagliardo agitar di venti avversi
I propositi miei, già non direte,
Che sopraffatto o paventoso io pieghi:
Fermo son io, siccome il sole; e questa
Picciola libertà, ch'oggi vi assento,
Vuo' che qual liberal dono s'accolga.
Di che perigli il regno mio sia cinto
È noto a voi, che spennacchiato e stracco
Redir vedeste un giorno ai nostri alberghi
L'Arcangelo Michel, lui, già tremendo
Fulmin di guerra e condottiero invitto
De le nostre legioni. A lizza estrema
Col superbo Lucifero si spinse
Ardimentoso, e gli ridea negli occhi
La securanza del trïonfo: inerme,
Rotto dal lungo battagliar co' flutti
Gli si opponeva il gran Ribelle, e un ghigno
Solo, un sol ghigno a debellar gli valse
L'adamantina ira celeste. Io taccio
L'altre sconfitte, e la più grande e indegna
Per avventura e più recente: io stesso,
Io l'eterno Signore, io… ma gagliardo,
Onnipossente ed infallibil sono
Siccome un dì! Solo provar voll'io…
Fu soltanto una prova; e alcun non osi
Ricercar con profano occhio gli abissi
Del mio pensier! Questo saper vi giovi,
Che il mio nemico, il gran ribelle è in Roma!—

Disse, e un sospir traendo, giù di peso
S'abbandonò su le soffici piume,
A cui di sotto scricchiolar compresse
L'agili spire dei cedenti ordigni,
Che di acciaro eran tutti, A quella guisa
Che fra un popolo avvien, che, scosso un ferreo
Giogo di servitù, sfrenasi ai novi
Deliramenti e a l'oblïosa ebbrezza
De l'acquistata libertà: risuona
D'inni ogni via; tuonan le piazze al grido
Dei Catoni d'un giorno; ardon le notti
D'assidui fochi, a cui tripudia in giro
Clamorosa la plebe; ove fra tanto
Spensierato tumulto odasi il cupo
Reböar del cannone, un improvviso
Pallor si sparge in tutti i volti; tacciono
Gl'inni, spengonsi i fuochi, in varia fuga
Mugghia qual mar l'immensa folla, sperdesi
Per le vie, per le piazze; odi a l'intorno
Un chiamar sospettoso; un concitato
Serrar d'usci, e suonar per la deserta
Via dei pochi animosi il passo e il grido;
In simil guisa al favellar del Nume
D'improvviso terror si ricoperse
L'anima e il volto dei Celesti, a cui
Solo è dolce allegrar gli ozî immortali
Di concenti, di danze e di conviti.
Si sgomentâro a la terribil nuova
Anco i pochi gagliardi; ed altri in volta
Diêrsi precipitosi, altri in querele,
Altri in preci. Piangean le vereconde
Dive, e al petto ed al crin faceano offesa;
Battean le picciolette ali indorate
I paffutelli Cherubini, e indarno
I bellicosi Arcangeli in piè ritti
Fan sdegnosa rampogna ai fuggitivi.
Scrollava il capo il divin Padre, e:—Imbelli,
Gridava, imbelli; ecco, qual pregio io traggo
Da l'aver per sì lunghi anni impinguati
I non mai sazî fianchi vostri! Avessi
Nudrito oche! Potrei nei delicati
Èpati almen delizïare il dente!—

Si chetarono alquanto, e vergognosi
Stettero. Allor dal radïoso scanno
Rizzossi in piè la diva Cate, illustre
Italo germe, e dei tuoi monti onore,
O belligera Siena, a cui più volte
Diè femmineo valor soccorso e grido.
Girò il guardo a l'intorno, e, nel capace
Petto premendo una gagliarda impresa:
—Arrossite, sclamò, voi non già eterni
Spiriti, non pur uomini nè donne,
Ma ventri e piedi senza sesso! Oh! foste
Tutti esclusi dal ciel! Ma già di voi
Cura io non ho: d'incliti spirti ancora
Forte presidio ha il paradiso, e quando
Fosse infranta ogni spada, infranta al certo
Non saría la mia lingua! Or tu mi ascolta,
Eterno Padre, e voi mi udite, alteri
Spiriti: in terra io scenderò soletta,
Inerme, come il dì, che a pace astrinsi
Di Pier le chiavi e di Fiorenza il giglio;
O come allor che a l'interdetta chioma
Di Clemente strappai l'aureo triregno,
E a schiacciar la fischiante Idra sospinsi
Sul carro de la Fede il saggio Urbano.
In Roma andrò; starò di fronte al fiero
Lucifero; e se ancor serba qualcuna
Di sue virtù questo mio labbro, ho fede,
O d'indurlo a tornar nel derelitto
Regno de l'ombre, o persüaso e vinto
Rendergli l'ali e ricondurlo in cielo.—

Tacque; e del suo parlar paga si assise
In sua beltà. Fremean d'assenso intorno
L'auree sedi del ciel; quando con voce
Di tutta tenerezza, e la mirando
Con dolcissimo sguardo:—Oh! che tu speri,
Che tenti mai? l'esperto Iddio rispose;
Lucifero domar? lui che de l'ira
Di tutto il cielo e di me pur si ride?
Tutta non fosse congiurata ai nostri
Danni la terra, agevol cosa invero
Il domarlo saría; ma come rupi
Stanno le fronti dei mortali erette
Contro ai fulmini miei; sfrenato e baldo,
Qual cavallo che irrompe a la battaglia,
Corre il Pensier, che, divorato il breve
Tramite de la terra, al ciel si lancia.
Annientarlo io potrei, ma me'l divieta
Un'occulta prudenza! Oh! sì ti fosse
Dato il frenarlo e ricacciarlo ai neri
Báratri, là dove il mio sdegno un tempo
Fitto l'avea con ferrei chiodi! Il cielo
Non avría stella mai che fosse degna
D'incoronarti! Ma timor mi accora,
Ch'opra vana tu tenti, e de l'ardito
Generoso tuo cor vittima resti!—
—E vittima sia pur, balzando disse
La divina Sanese: un dì potevi
Ricondurre vincente al patrio albergo
Una mortale di Betulia; io diva
Imploro a te pari soccorso, e parto!—
—Ma egli è un vecchio barbogio, egli è un fantoccio!—
Gridò in quel punto una stridula voce,
Bizzarramente modulando il verso.
Si conversero tutti a l'empio grido
Inorriditi, e ignuda in su la soglia
Videro sghignazzar ballonzolando
L'insanita Teresa. Era già il fiore
Del paradiso; ora istecchita e nera,
Rapata il crin, gli occhi sbarrati e pazzi,
Salti facea sugli spolpati stinchi,
Come scimmia strillando. Avvinto a un refe,
Che a' vizzi fianchi le facea cintura,
Giù pendevale un foglio, o fosse un brano
Del vangelo di Marco, o un'ispirata
Lettera, ch'ella avea nei suoi bei giorni
Fra l'isteriche ambasce a Dio già scritta.
Tremâr di sdegno a tanto osceno aspetto
Gli angioli santi, e gracidâr commosse
Le stagionate vergini, che assise
Qua e là pe' remoti angoli, a Dio
Biasciano tutto dì salmi e preghiere.
Drizzâro a stento l'aggobbite schiene,
E, sguardando di sopra a' tentennanti
Su la punta del naso argentei occhiali,
L'infelice avvisâr; brandîr con fiero
Piglio i lunghi rosarii e i crocifissi,
E già già si avventavano; ma stesa
Il buon Dio con pacato atto la destra:
—Perdonatele, disse, e a la sua cella
Dolcemente traetela. Infelice!
Troppo osò co'l pensier farsi vicina
A la fiamma del Vero, e in questa guisa
Del suo folle ardimento or paga il fio.—
Così dicendo, con paterno affetto
Schiuse le braccia, strinse al cor la bionda
Testa di Cate, e le concesse in fronte
Il caro bacio del commiato. Altera
Di cotanto favore ella si avvìa
Fra' plaudenti Celesti; inni e saluti
Le mandan l'arpe. Ai suoi custodi intanto
Sguizza di man la santa pazzarella,
E, sovra il naso il pollice appuntando,
Ghigna, sgambetta, e saltellando involasi.

CANTO TREDICESIMO.

ARGOMENTO.