CANTO QUARTO.

ARGOMENTO.

Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte.—Descrizione di Tempe.—Le bagnanti sorprese.—Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa.—Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità.—Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.

Concitato così le spalle tòrse
A la scitica rupe, e dentro al petto,
Siccome vena di sboccanti lave,
Giovane e forte gli bollía la vita.
Solo e pensoso ei va, come solinga
Per gli spazî del ciel tacita nube,
Nè gli cal se la bianca alba gli rida,
Nè se il Sol lo saetti, o lo ravvolga
L'ombra notturna, o lo flagelli il nembo;
Perocchè diva è la sua tempra, e nulla
Di mortale ei non ha fuor che l'aspetto.
Solo e pensoso ei va: monti e dirupi
E foreste e deserti indifferente
Lasciasi a tergo, e par nave, che muta
Solchi le tenebrose onde sospinta
Da prosperi aquiloni. Il flutto varca
De lo spumante, ingiurïoso Arasse;
Il suol trascorre, ov'ebber regno e fama
Le Amazzoni omicide; le spelonche
Orride mira e le ferrate valli
Dei Cálibi feroci; e dei cotanti
Popolati di fiabe incliti lochi
O si scorda, o non cura, o ver sorride.
Ma di te si sovvenne, in su la sponda
Del propontide stretto, Ero infelice;
E il mar querulo ancor di tanto lutto
Ricercando con gli occhi e le nascenti
Per l'azzurro del ciel candide stelle:
—Ecco il talamo vostro, ecco le faci
Del vostro imene, o giovanetti, ei disse:
Ecco l'amore, ecco la morte! Eterno
Mormora, o mar, l'inno di nozze; eterno
Mormora, o mar, l'inno di morte! Il mondo
Due tesori ha nel sen, l'alma ha due voli,
Due fior la vita, ed ogni cor due stelle!
Mormora eterno, o mar, l'inno di nozze;
Mormora, o mar, l'inno di morte! Un bacio
Ed un sospiro; un talamo e una fossa;
Un sogno e un sonno; un inno ed un addio!
Oh! l'amore, oh! la morte!—
In tali avvolto
Meste e leggiadre fantasie d'amore
Giunt'era al lido; e i ricercati, ardenti
Per tanto flutto verginali amplessi
E la pronuba face e il fato estremo
Invidïando al garzoncel d'Abido,
Sentì quasi pietà d'esser sì solo.
Mentre ei vaga così di terra in terra,
E amor solo il comanda, ad altre piagge
Volano i canti miei: su le ridenti
Piagge di Tempe, asil di giovanette,
Ninfe, amanti di rose e di garzoni.
Come canestro di ben culti fiori,
Nel tessalo giardin Tempe verdeggia,
Tempe, amena contrada, a cui diêr grido,
Quando Grecia fioría, Numi e poeti.
Coronata di selva, entro ad opaca
Valle per ben chiomati olmi canori
E per canto d'augelli e suon di rivi,
Tra Larissa e l'Egèo molle dechina,
E, quai Titani, a lei stanno d'intorno
Ossa, Pelia ed Olimpo: immani e illustri
Gioghi di monti, da le cui pendici,
Qual vïolento iddio, sgorga e prorompe
Fragoroso il Penèo. Fama è, che quivi,
Quando più torve lo mordean l'Erinni,
Pervenne Èrcole un giorno. Opposte e chiuse
S'addossavano ancor rocce su rocce
Senza varco di uscita; e brulla e mesta
Era la terra. Arse di rabbia il fero
Nume a tal vista, e giù co'l capo e il petto
Fe' cozzo ai monti. Traballâr divelti
Gl'iperborei macigni; inorriditi
Si arretrâr, si fermâro, e il passo aprîro
Al furente Almeníde. Amena e bella
Sorrise indi la valle, e sgorgò il fiume
In memoria del dio. Fra sempre verdi
Gramigne e giunchi flessuösi e fiori
Esso ha il lubrico letto, ed or si volve
Querulo come rivo, or mugolante
Dirocciasi da l'alto, or queto e bruno
Tra foltissimi vepri al Sol s'invola,
Or limpido e sonante al ciel risplende
Come lama d'argento, ed ai lavacri
Il polveroso mandrïan conforta.
Pingue così di spume e di tributi
Scende superbo a fecondar la valle,
E al Cuärio, al Pomíso, a l'Apidáno
E a l'Orcon si accompagna, Orcon, che scarsa,
Ma nitida su tutti e dolce ha l'onda
E sdegnosa altresì; però che un tratto
Su l'ampio dorso del Penèo galleggia
Lieve e cheto com'olio, indi si parte
Solissimo fra' giunchi, e vien per via
Mordendo argini e siepi ed involando
Iridati lapilli e tenui fiori,
Finchè a l'amplesso de l'Egèo deduce
Con allegro susurro il giovin flutto.
Cercan la sua romita onda al merigge
Sitibonde le capre, e tarde e stanche
Giù da l'erta si calano le vacche
Al tinnío de le pensili campane,
Mentre a l'ombra d'un pioppo o d'un cipresso
Il rubesto caprar zufola al vento.
Venían furtive un dì sopra la riva
Le danzanti fanciulle, e avean di ninfe
Le ritonde sembianze, e su l'eburnee
Spalle le chiome. Ardean sotto la ferza
Degli estivi solstizî, e mezzo ignude
Entravano nel flutto, e Amor, fors'egli,
Più che il Sol, le cocea. Trepidi e muti
Palpitavan, celati entro ai cespugli,
L'insidïosi giovanetti, e nulla
Prendean cura di greggi, o di ritorno,
O di cacce, o di cibo; e s'un più ardito
Fuor mai si spinse, e disïoso e folle
Corse a la riva, e giù balzò ne l'onda,
Clamorose echeggiar sentivi intorno
Femminee strida, ed agitate e rotte
Suonar l'acque. Qua e là, scevre di velo,
Fuggon le donzellette, e vesti e pepli
Scambian confuse, e tremanti avviluppansi
Ne le riverse tuniche, e pe'l lido
Corron, s'urtan, s'addossan, si disperdono
Pei fiorenti sentieri; e qual minaccia,
Qual si attrista, qual ride; e nastri e veli
Volan per l'aria; al Sol splendono e involansi
Rosee forme fuggenti, e scappan dardi
Di voluttà. Riedon delusi intanto
I giovincelli, e s'affollan sul piano
Clamorosi, anelanti, ed un si loda
Del proprio ardire, e ride e si fa gioco
Del ritroso compagno; un leva a cielo
La beltà de l'amica; altri fa mostra
D'un fior carpito, altri d'un velo; un vanta
Sorrisi e baci e occulte intelligenze
Di vicini ritrovi; e va del caso
Superbo ognun qual d'un primier trïonfo.
Così a le danze ed ai trastulli amica
Tempe fioriva un dì, quando nei bruni
Letti del mar dormía cieco ed ignoto
Il fiero astro d'Osmàn. Muta e deserta
Come vedova or siede; e s'anco aprile
Va per uso a recar le sue ghirlande
Su quell'orbe contrade, e van le stelle
A specchiar l'auree fronti entro a quel fiume,
Ben puoi dire, che senso han tutte cose
Di ricordi gentili, e son fedeli,
Più che gloria ed amor, le stelle e i fiori.
Sparsa pe' monti in giro, in fra le chiuse
Ispide macchie al croceo Sol biancheggia
Qualche muta capanna, ove, costretto
Di scarse lane il macerato fianco,
Numera i penitenti anni nel duolo
Il romito calòcero, che nulla
Ha delizia del mondo, e, quel che al mondo
Forse dar più non puote, offre al Signore.
Sola, fra questi incolti èremi, in vetta
D'un'aërea collina, a cui sorride
Primo dagli orti il giovinetto sole,
Una strana magion sorger tu miri
Tutta cinta di bosco. Ampia e lucente
Fuor d'un mare di fronde alzasi, ed ora
Qual purpureo piròpo al ciel fiammeggia,
Or circonfusa d'un'argentea luce
A dolce meditar l'anime invita.
Danza d'intorno a lei con grazïoso
Florivolo tripudio il fresco Aprile,
Che le penne del dorso e il facil volo
Ivi gran tratto e volentieri oblía,
Fin che non giunga a discacciarlo il verno.
Sentono il suo fecondo alito i fiori,
E su su da le intatte erbe, che tremolano
Riscintillanti al candido mattino,
Schiudon l'auree corolle, innamorate
D'agili silfi; ed ei, per la diffusa
Luce che lo circonda e le volanti
Fragranze, ebbro d'amor, le danze intreccia,
E le farfalle, i fior, gli augelli, i rivi,
L'aure, la luce, il ciel, tutto ch'è in giro,
A un concento d'amor tempra e concorda.
Mira a la lunge il credulo romito,
Come spera di Sol, fulger l'ostello,
E suonar l'aure insolite armonie
Stupefatto ode, ed incantevol mostro
Di spiriti lo crede, asil di fate
Suäditrici di lascivi amplessi.
Pende un tratto con doppio animo, e quando
Nel travolto pensier dèmoni e ninfe
Ruzzar vede su l'erbe, o tutti ignudi
Saltar nei fonti ed intrecciar gli amori,
Trepidante di là togliesi, e il foco
Del vorace desio, che il cor gli afferra,
Nel pensiero di Dio spegner presume.
—Piombi il foco del ciel su l'empie mura,
Quinci a notte passando, esclama il vecchio
Merciaiolo di Sira; al maledetto
Spirito che vi ha stanza aprasi il nero
Regno di Belzebù!—Sporge le braccia
Imprecando in tal guisa; e, borbottando
Per l'erma notte altre più ree parole,
Riattizza la pipa: in fosche e spesse
Nugole fuor da le sonanti labbra
Sbuca il putido fumo, e con sinistro
Gorgoglío geme la tartarea canna.
Ma di lui men feroce, in su la china
De le valli fiorite, allor che intera
Guarda l'estiva luna entro lo specchio
De le chete fontane, e a le tranquille
Brezze dei monti flettono la cima
L'arsicce mèssi e i moribondi fiori,
Men feroce di lui fermasi e guata
Il giovinetto pastorel, che vide
Un dì ne la pensosa ora dei vespri
Vaga passar di sotto ai pergolati
De l'aërea magione una bellissima
Immagin di fanciulla, e non sa forse
Il semplicetto mandrïan, se cosa
Fosse di sogno, o di mortal figura
Non fallace apparenza. Entro al pensiero
Quella leggiadra visïon tuttora
Vagolando gli nuota, a quella forma
Che vediam ne la verde onda d'un lago
D'un astro ignoto tremolar l'aspetto,
E ne par forse innamorato e mesto
Spirto, dannato ad abitar quell'acque.
Sui disfatti scaglioni il giovinetto
Appo il fonte si asside, e la stanchezza
Dei lunghi giorni e la stagion cocente
Trova scusa a l'indugio. Aura, che spiri
Fra le vergini rose e le modeste
Edere de le siepi, or tu gli reca
Le suavi armonie, ch'usa in quest'ora
Derivar da la dolce arpa l'ignota
Di quell'aureo palagio abitatrice,
Ebe, il misterïoso astro di Tempe,
Ebe, l'arcana visïon d'amore.
Ella è colà: nei taciti giardini
Pari a le stelle uscì; candida e sola,
Qual sonnambula cosa, ecco, s'aggira
Pei fioriti vïali, ecco, domanda
Non sa qual fiore al suol, qual astro al cielo,
Qual ricordo al suo cor. Sotto al gran mirto
Ne la pensile rete ella distende
Le bianchissime forme, e a l'aura, a l'aura
Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
Spinge tra fronda e fronda il curïoso
Raggio la luna, ed al tremar dei rami
Pispigliano gli augelli entro ai lor nidi.
Bacia quel fronte, o luna; e voi ghirlanda
Fate di danze, innamorati augelli:
Bacio d'amor su quella fronte intatta
Finor non si posò; pronube danze
Ella non vide ancora; e a l'aura, a l'aura,
Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
Che sogna ella in quest'ora? Al Sol si gira
L'elitropio da l'ombra; erba, che chiusa
Resti dai ghiacci, il ghiaccio sforza, e un varco
S'apre a fatica a la materna luce;
Onda, che parta il marinar co'l remo,
Mormorando s'aduna, e corre al lido;
Forse a questo ella sogna; e a l'aura, a l'aura
Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
Or vedete, ella sorge; a la vocale
Arpa dà piglio; sul foglioso, oscuro
Sedil, tessuto di costanti bossi,
Mollemente si adagia, e al fuggitivo
Tremulo raggio de l'occidue stelle
La mesta del suo cor voce confida:

—Date a la terra i fiori,
Date i coralli al mar;
Ad ogni cor gli amori,
Ad ogni dio l'altar.
Abbia ogni nembo un'ìride,
Ogni astro i suoi splendori;
Date a la terra i fiori,
Date i coralli al mar.

Ma, rieda il verno o il maggio,
Mesta e soletta io son;
Muto è del cielo il raggio,
Triste è de l'arpa il suon;
Qual vana ala di zeffiro
Passo nel mio vïaggio,
E, rieda il verno o il maggio,
Mesta e soletta io son.

O immagini lucenti
Di più felici dì,
Sogni de l'arte ardenti,
Il vostro april sfiorì;
Invan chiedo le olimpiche
Forme a le nuove genti,
O immagini lucenti
Di più felici dì.

La giovinezza, il riso,
Le grazie ed il piacer
Fuggon tremanti al viso
De l'inamabil Ver;
Fuggon su l'ali rosee
Del vago error conquiso
La giovinezza, il riso,
Le grazie ed il piacer.—

Ella così cantò. Sul limitare
Appresentossi un pellegrin. Dai muti
Sottoposti sentieri, a stilla a stilla
Bevuta avea la voluttà secreta
Di quel suon, di quel canto, a par di fiore,
Che le brine del cielo avido beve
Ne le tiepide sere; e a forza tratto
Ivi venía, per quel secreto istinto
Che l'altera rivolge aquila al sole.
—La Ragion sia con voi, grave e solenne
Esclamò su la soglia; un pellegrino
Chiede ospitalità.—
Lo sguardo eresse
A lo strano saluto Ebe, e tremante,
Attonita mirò quella bizzarra
Sembianza d'uomo. Ambe sul petto ha chiuse
Le braccia, al ciel volta la fronte; e fiero
Gioco gli fan così su la persona
Le acute ombre notturne e l'auree faci,
Ch'uom no'l diresti già, ma fuggitiva
Apparenza di spirto, ivi per voce
D'incantesimi tratto.
—O pellegrino,
Così a dir prese con trepida voce
L'inclita giovinetta; ove di cibo
Mestieri abbi e di tetto, invero, a ingrata
Gente ed a case inospitali e dure
Tu non volgesti il piè: nunzii del cielo
Gli ospiti sono, ed esso Iddio sovente
Viene in tal guisa a visitar la terra.
Però siedi e t'allegra; e mentre intorno
Movan le ancelle ad imbandir le cene,
E a sprimacciare e ricovrir di schiette
Coltri le piume al tuo riposo amiche,
Dir ti piaccia il tuo nome e le native
Piagge ed i casi tuoi, però che al volto,
A le fogge straniere e al portamento
Uom venturoso e non vulgar ti estimo.—
Egli sorrise e s'adagiò. Siccome
Tenera foglia al susurrar del vento
Trema tutta in su'l ramo, e par che a l'aura
Goda cullarsi e presentir l'onore
Dei colmi bocci e del nettareo frutto,
O che, del nembo aütunnal presaga,
L'ora estrema paventi, Ebe in tal guisa
Trepidava ne l'alma al novo aspetto
De l'orgoglioso Pellegrino, e muta
Pendea da lui, qual candido corimbo
Che dal solingo muricciòl de l'orto,
Quando zeffiro tace, immobil pende.
Di ciò s'accorse, e in cor gioì l'altero
Ospite, e come può, cerca con gli occhi
Disïosi tradir tutta in un punto
La dolcezza improvvisa, onde si strugge
Fatalmente ne l'alma; e intento, assòrto
Nei grandi occhi di lei, con lenta voce
Diè principio al suo dire:
—Ospite, ov'io
Dar potessi la fede ai tanti miti,
Di che memore è il loco, io di mortali
Questo l'asil non crederei, ma antica
Stanza di numi; ma nel cielo i numi
Si dormono la grossa, e l'uomo è il solo
Regnator de la terra; ond'io con esso
Primamente mi allegro, e son superbo
D'esser con te. Pur molte fiate e molte
Tornería l'alba, ov'io tutta dovessi
Raccontar la mia storia, e tu non senza
Terror l'udresti, perocchè diverso
Molto son io di quel che sembro, e fama
E possanza ed impero ho anch'io nel mondo
Non minor d'alcun dio. Ma se ti piace
Saper tanto di me, che altera cosa
Il silenzio non sembri e folle il vanto,
Brevemente dirò. Su l'immortale
Cardine del Pensiero, inclito padre
Di stupendi artificî, erto il mio trono
S'alza come alpe, e nulla a me di fronte
Nel creato universo altra si estolle
Nemica forza emulatrice, tranne
La gran larva di Dio. Fiero e superbo
Starmi incontro ei si attenta; e non pur l'alta
Region dei cieli e la miglior presume
Frenar sotto il suo scettro, e il radïante
Popol degli astri e il dolce aere e la luce
Al mio regno involar, ma questa bruna
Picciola sfera, ove si affanna e preme
Tanta stirpe di mesti, e le gagliarde
Alme al Vero devote e al culto mio
Lungamente impugnommi, a me, ch'eterno
Vivo, ed a lui, che dal terrore è nato,
Darò, nè guari, e di mia man la morte!—
—Tu bestemmî, stranier! raccapricciando
Ebe esclamò; tremar mi fai!—
Su'l labbro
Pose ei l'indice in croce, e altero in atto
Silenzio indisse, e proseguì:
—Pugnammo
Con diverse armi sempre, e spirò incerta
L'aura de la vittoria. Entro al più chiuso
Firmamento del ciel, rigido, immoto
L'emulo Dio s'asconde; e, quasi ei poco
Fosse a la colpa del mestier divino,
Sotto triplice larva il ciel governa.
Ma qual governo io dico mai? Pe'l vuoto
Fan la ridda i pianeti, ed ei nè un solo
Arrestarne potría; come insanita
Tiade balza la terra a l'aër cieco,
E l'etere si spande, e il mare ondeggia,
E la fiamma al ciel tende, ed esso intanto
Lo spensierato iddio pasce le nari
Del bruciaticcio di venali incensi,
E a soffiar vuote bolle di sapone,
Che a la luce del Sol gli sembran stelle,
Sciupa l'eternità. Ferrei governi
E immote norme ed assoluti imperi
A l'incontro io dispregio, e avverso al fato
E a la Natura sto; m'agito e vivo
Fra le cose create, e son de l'alma
La libertà. Stupido e fiero ei regna
Immobilmente, ed or di püerili
Giochi si piace, or d'uman sangue; io vivo
Solo del Ver. Di sacerdoti iniqui
E d'anfibî ministri e d'evirate
Menti ei si cinge, ed ha vita e possanza
Di misteri e d'enigmi; io, se mai regno
Ebbi nel mondo, ed uno anco men resta,
Di libere e gagliarde alme il difendo
Liberamente. O amore, o affanno, o colpa
Di scïenza e di luce, o istinto e vita
Di verità, di libertà, se merto
Altro non hai che la tortura e il rogo,
Se altro nome non hai fuor che delitto,
Ecco, a la terra io fermamente il grido:
Altare è il rogo, ed il delitto è dio!—
Tacque, e d'orgoglio radïante, i magni
Omeri scosse, e sollevò la faccia
Con fantastico ardir. Pavida, incerta
Con gli occhi Ebe il seguía, mentre un'ignota
Purpurea fiamma le scendea nel petto
Agitandole il cor. Sorse a la fine
Tacita; con gentile atto la destra
Cortesemente al forestier profferse,
E al cheto asil dei suoi verginei sogni
Conturbata si volse. Ei con l'acceso
Sguardo la cinse; com'etereo foco
Lambíala intorno co'l pensiero, e, tutto
D'eterno amor le fibre intime ardente,
Gridò in cor suo: L'ora è venuta; è dessa!

CANTO QUINTO.