ARGOMENTO.

Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.—Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.—Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.—L'Acropoli di Atene.—Voluttà d'amore fra le rovine.—L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.—Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.—Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.

Ma qual riposo mai, qual mai quïete
Quinci innanzi, o infelice Ebe, a te resta,
Se Amor, che ai passi tuoi tende la rete,
Sì fiero caso a la tua vita appresta?
Come fil di corallo entro a le chete
Onde germoglia Amor ne l'alma mesta;
Amor sen vien furtivo e taciturno,
Sen viene al cor qual ladroncel notturno.

Su le deserte, angoscïose piume
Ella inquieta si volge, ella sospira;
E, qual lieve farfalla intorno al lume,
Amor non visto intorno a lei si aggira;
Gira per l'aria, e com'è suo costume,
Nel foco, ch'ei destò, ventila e spira;
E de lo strano Eroe le reca innante
Le fogge, il riguardar, gli atti, il sembiante.

Ella il vede, ella il sente: ad una ad una
Fan le audaci parole a lei ritorno,
Qual nel tiepido ottobre a l'ora bruna
Tornan le pecchie argute al lor soggiorno;
Ed or le parla de la sua fortuna,
Muto or la guarda, or le si asside intorno;
Ed ella, a par di bianca aërea face,
Trema a quei detti, e d'ascoltar le piace.

Sorse alfine; e de l'ombre impazïente
Gli opposti vetri a le fresche aure aperse.
Taceva anco la notte, e rade e lente
Fuggían contro al mattin le stelle avverse;
Un zeffiro gentil da l'orïente
Le vaghe ali movea di brine asperse,
E ad ogni fior de le ben culte aiuole
Dolci olezzi traea, dolci parole.

Diceva a l'aura il fiore:—Aura pietosa,
Che mi porti le brine alme e vivaci,
Deh! per poco su me l'ali riposa
L'ali dolci così, così fugaci;
Tu in sen mi svegli ogni virtù nascosa;
Son mia vita ed amor solo i tuoi baci;
Deh! se posar non puoi rompi il mio stelo;
Che teco io venga a spazïar pe'l cielo!—

—Sorgi, dicea con lamentevol grido
Presso a la rosa il tenero usignolo;
Quanto bella sei tu, tanto io son fido,
Quanto lieta sei tu, tanto io son solo.
Già il candido mattin sorge dal lido,
E tu sorgi così dal tuo bocciòlo;
Tu il vago olezzo, il vago inno io t'invio;
Tu sei l'amore, e l'armonia son io.—

Questo udía pe'l giardin la vereconda
Ebe, e un mar l'avvolgea d'ombre e di larve,
Quando un fruscío sentì tra fronda e fronda,
E un'Ombra vide, o di veder le parve;
Stette, il respir contenne, e a la gioconda
Luce de l'alba il Pellegrin le apparve;
Mise ella un grido, e pallida divenne;
Se non fuggì, fu Amor che la rattenne.

—Ferma, sclamò l'Eroe con mesto accento,
M'odi, pietà del mio destin ti tocchi:
Io, che ai Numi recai guerra e spavento,
Ecco, supplice io cado ai tuoi ginocchi!
Ogni raggio d'onor fia per me spento,
Se non mi danno un raggio i tuoi begli occhi:
In quel raggio d'amor, poi ch'io l'ho visto,
La vita, il trono, la vittoria acquisto.