Ti sognai, ti cercai: ne l'infinita
Luce del ciel, nei cupi abissi orrendi
Sempre in traccia di te corsa ho la vita,
O eterna Idea, che umana forma or prendi;
Vista t'ho innanzi a me, t'ho in cor sentita,
Sempre acceso m'hai tu come or m'accendi;
Or che t'aggiungo, e intero alfin son io,
Son colmi i fati, ed il trionfo è mio.
Sì, vincerò. L'amor, ch'io sento e chiamo,
Sprona l'alme ad imprese inclite e chiare:
T'amai nel sogno, entro la vita or t'amo,
E immenso è l'amor mio siccome il mare:
Ei dà a la foglia il fior, la foglia al ramo,
La beltà agli occhi, a la beltà un altare,
Sola virtù di questa fragil salma,
Luce de la pupilla, aria de l'alma!—
Così dicendo, a l'odorato lembo
De le vesti di lei dolce si appiglia;
Ella pavida in atto, al vergin grembo
Restringe i veli, e al suol figge le ciglia;
E qual fussia gentil, che dopo il nembo
Scote la pioggia, e al Sol più s'invermiglia,
Stillante di pudor la faccia bella,
Senza il fronte levar, così favella:
—Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese,
Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto;
Deh! chi mai la possente arte ti apprese
Del suäve parlar, ch'apre ogni petto?
Ben questi alberi muti e le scoscese
Rupi verrían commossi a tanto affetto,
E amor risponderían, d'amore istrutti,
Le dure querce e gl'infecondi flutti.
Ma qual amor vuoi tu, ch'apra e rallegri
Il fior di questa mia povera vita,
Se le gioie del mondo e i giorni allegri
Par ch'abbian del mio cor la via smarrita?
Qui passan gli anni miei romiti e negri,
E m'è la speme del morir gradita;
Chè sol di là di quest'oscuro esiglio
Vede l'anima un pòrto e un astro il ciglio.—
Tal parla, e in verginale atto la faccia
Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro,
E minacciar vorría, ma la minaccia
Le muore su le labbra in un sospiro.
Ebbro, anelante, con aperte braccia,
—Ah! no, risponde il Pellegrin delíro,
Tu, che sì bella e sì pietosa sei,
Senza luce d'amor viver non dèi.
No, non fia ver, che senz'amore al mondo
Volga tua vita abbandonata e sola,
Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo,
Qual bianco giglio in solitaria aiuola:
Quant'alto è il cielo, e quanto il mar profondo,
La forte ala d'amor penetra e vola,
Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto,
Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto.
Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore,
Raggio di sole e manto irto di neve,
Vol di farfalla e profumo di fiore,
Tutto passa così rapido e lieve;
Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore,
E l'istante d'amor forse è il più breve;
Oh! la vita e l'amor, cara fanciulla,
Il tutto è un'ora, oltre quell'ora è nulla.
Amiam, fanciulla, amiam; sia piano o monte,
Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
Come ad olmo consorte edera o vite
L'alme unirem sovra a le bocche unite!—
Disse, e acceso negli occhi e in atto strano
Chiuse le aperte braccia, e i labbri pòrse;
E un'armonia suonò per l'aër vano,
Ch'armonia parve, e baci erano forse.
Sorto era il sole intanto, e dal sovrano
Balzo a schiarar quelle due fronti accórse;
E negli occhi de l'un, qual fior nel lago,
Specchiar l'altra mirò la propria immago.