Disse, e balzâr su dagli avelli i morti
D'ogni età, d'ogni loco. A quella forma
Che noi vediam, quando più ferve agosto,
Sorgere al ciel degli orizzonti in giro
Sparsi mucchi di nubi, a cui dà il vento
Strani aspetti di mostri e di giganti,
Che arruffando più e più le bianche creste
Sfidan mugghiando il sole: impaurito
Il parco agricoltor guardali, e trema
Non saettin dal grembo in su' compiuti
Grappoli il nembo d'una ria gragnuola;
Similmente s'ergean su da l'immensa
Folta alcune preclare Ombre, per cui
Prendea 'l cor dei Celesti alto sgomento.
Or tu, qual che tu sii, dèmone amico,
Ch'entro al cervello mio semini i forti
Carmi, a cui sol, più che ricchezza o nome,
Fieri conforti a la mia vita io chieggio,
Tu, poi che tanto il ricordar ne giova,
Le più illustri rammenta, onde non sia,
Chi, nel dì sacro a la ragion del Vero,
Degli eroi del Pensier non sappia i nomi.
Primi a tutti sorgean quanti fra un cieco
Gregge di paventose anime e l'ombra
D'insofferenti età la fronte audace
Spinser, chiamando a mortal guerra Iddio:
Sdegnose alme ribelli, a cui stiêr contro
La terra e il ciel, gli uomini e i Numi, e nulla
Fede giovò, nè culto altro che il Vero.
Duce e signor di questa schiera eletta
Empedocle insorgea, nome e decoro
De l'antica Agraganto; e a lui d'intorno,
Come ad avvalorar la sfida antica,
Tu fiammavi tuonando, Etna superbo.
Salute al foco genitor, salute,
Vecchio vulcano, a te! Fiammeggia e tuona,
Come in quest'ora ch'io ti guardo e canto,
O sepolcro di sofi e di titani;
Tuona, fiammeggia; ed a le sfatte genti,
Ch'invide o ignare a noi drizzano il dardo
Del meschino epigramma, e ne dàn nome
Di selvatiche proli, una favilla
Gitta, in pietà, de l'incorrotte fiamme,
Che bollon ne le tue viscere, e a noi,
Di lingua no, ma d'alma e di man prodi,
Superbamente ardono il petto: avranno
Forse vergogna di sè stesse allora
Che sentiran dentro a le fiacche vene
Scorrer men pigro e men putrido il sangue!
Secondo al Saggio agrigentin venía
L'amabil sofo di Gargetto, a cui
Fu scola e Dio la voluttà del bene;
E tu gli eri da canto, inclito vate
De la Natura, a la cui dotta voce
Scese del Tebro bellicoso in riva
Venere santa, e una divina infuse
Nel tuo petto gagliardo aura di canti.
Seppe allora di Marte il fiero alunno
De le cose il principio, il mezzo e il fine,
E maledisse a la feroce e stolta
Religïon, che d'ogni mal feconda,
Potea nel sen de la verginea prole
Spingere un padre a insanguinar la mano.
E già dietro a tal duci impazïente
Balza da terra, e contro al ciel si lancia
L'audace di Vanini ombra sdegnosa:
Scuro e bieco ei s'inalza, e nugol sembra
Nunziator di procella. Orridi in vista
Gli s'ergean sotto i passi il palco e il rogo,
Ed egli co' fiammanti occhi tremende
Cose dicea, ma fieramente muto
Era il suo labbro: ahi! la faconda lingua,
A cui diede Sofia nuovi argomenti,
Mozza gli avea chi dai venali altari
La luce e il detto di Sofia paventa.
Vien seco il Mantovan, che da l'augusto
De l'umana Ragion tempio immortale
L'anima e Dio securamente escluse;
E chi pria rubellando il dotto ingegno
A l'idolo inconcusso di Stagira,
Più vasto al pensier nuovo aere dischiuse,
Cui ratto con gagliarda ala discorse
Liberamente il prigionier di Stilo.
O voi del Crati fragoroso opache
Selve, così vi serbi intatte il nembo,
Proteggete almen voi d'ombre cortesi
Le sacre, inonorate ossa del vostro
Vecchio Telesio! Accanto a lui, che tutto
Splendido in suo candor cheto s'inalza,
Freme e lampeggia il precursor di Nola,
Dal cui fiero intelletto e dal cui rogo
Tanta infamia ebbe Roma e luce il mondo.
Ma forse il genio mio scorda il tuo nome,
Di Malmèsburi onor? La tua bizzarra
Fronte, entro a cui d'Albion tutta s'accolse
La superba ed acuta indole strana,
Certo non io fulminerò, se assisa
Sovra il collo ai mortali in ferreo trono
Vedesti, autrice universal, la Forza.
Forse il Dritto e il Sapere, adamantino
Brando e scudo, di cui s'arma e difende
Per natura chi umano ebbe il sembiante,
Forza eterna non è? Ben essa al volo
T'armò in tal guisa il prepossente ingegno,
Che, oltre a l'etra sorgendo, al vulgo illuso
Quinci gridasti: Un vuoto nome è Iddio!
Tal da l'Ande selvose al ciel sublime
Lancia la poderosa ala il condòro,
E le nubi calpesta, ed orgoglioso
Dei voli suoi sfida stridendo i nembi.
Ecco, appresso a costoro a cui d'intorno
Fa ressa e ondeggia una men chiara folta,
Rompe un fiero drappello, a cui son duci
Diderotto ed Holbacco, incliti entrambi
Risvegliator di popoli; vien terzo
Elvezio, e quarto Volney. Qual suole
A l'improvviso infurïar d'un nembo
Fendersi ai lampi il ciel, tremar la terra,
Crollare alberi e tetti, e scatenarsi
Dalle ripe con fiero èmpito i fiumi;
Così d'intorno a la tremenda schiera
Un fremito, un fragore, una ruïna
Terribile s'udía, mentre il solingo
Ginevrin, precedendo, iva due faci
Sanguinose agitando, e come strale
Il riso di Voltèro il ciel fendea.
Da l'altra parte, in cupa nebbia assorti,
Vengon color, che il falso al ver mescendo
Con sagace pensier, norme e governi
Persuäsero ai popoli, ritrosi
Ad ogni culto di civil commercio.
Da l'aurifero Gange, in simiglianza
Di marmorea colonna, ergeasi al cielo
L'antichissimo Brama; ed eran seco,
Co'l ben veggente istitutor dei Parsi,
Trismegisto e Confucio, e quei che miti
Dettò leggi ai Fenicî, inclita gente
Domatrice del mar; non che il divino
Germe di Clio, trïonfator di traci
Belve e de l'Orco, non di voi, gelose
Donne de l'Ebro, al cui baccar fu il biondo
Mozzo capo concesso e l'aurea cetra
Favellatrice di gentili affetti,
Non vivo il core a un solo amor devoto.
V'era inoltre Pompilio, anima ricca
Di scaltriti consigli, e finalmente,
Simile in tutto a l'Arabo Misèmi,
Il campato da l'acque astuto Ebreo.
Videli appena da l'opposta parte
Di Malmèsburi il Saggio, e li squadrando
Con traverso cipiglio:
—O voi di Numi
Fabbricatori e mercatanti, disse,
Qual maligno talento a noi vi mena
In quest'ora di gloria e di vendetta?
Stolti! che al sommo socïal potere
Sovrapponeste un fiero idolo, al cui
Temuto auspicio smisurate e salde
Sparse l'Error l'empie radici in terra.
Ma stagione or mutò: gli egri intelletti
Dal morbo rio, che li torceva al cielo,
La Ragione guarì: solo e severo
Nume e legge la Forza; e qual volesse
Novelli Iddii favoleggiar, d'infame
Morte morrà. Mal vi destate adunque
Di Lucifero al grido; al vostro Nume,
Gloria non già, morte e vergogna ei reca!—
— Inclito senno d'Albïon, rispose
Tosto l'Eroe, che pur nel nome ha luce,
Quale acerba rampogna or t'è fuggita
Da la rigida bocca? Impazïente
Del trïonfo de l'uom, ch'è mio trïonfo,
E sdegnoso di tutti idoli a dritto
Epperò degno mio campion tu sei;
Ma trasvolar quanta ragion mai possa
Proteggere costor d'un'aurea scusa,
Lodevol cosa io non dirò, nè giusta.
Allor che inconscî d'ogni ver, fra bieche
Fraterne ire e sospetti, una brutale
Vivean vita gli umani, e la Paura,
Despota d'ignoranti anime, orrende
Cose spirando, il ciel, la terra, i flutti
Popolava di Numi e di Chimere,
Chi avría, senza periglio e senza tema
Di gittar l'opra inutilmente, esposto
Scevro di veli ad uman guardo il Vero?
Il Vero è Sol, che i grami occhi abbarbaglia
Di chi vive ne l'ombre. Or chi di biasmo
Farà segno costor, se al radïante
Volto del Ver, perchè men dèsse offesa,
Posero un'ombra, a cui diêr nome Iddio?
Come in aprica e ben disposta aiuola,
Ove il buon giardinier, tutte a lei vòlte
Le rigid'opre de la ria stagione,
Depose i germi prezïosi, i solchi
Serpeggianti vi aprì, per cui non manchi,
Quando più punge il Sol l'arida terra,
La fresca linfa ch'ogni fior ricrei,
Al richiamo d'april vestesi a festa
Ogni pianta, ogni stelo, e tutto in giro
Ride il suol di colori e di fragranze;
Così a la voce di costor, che fûro
Primi maestri di civil costume,
Fiorîr genti e città, su cui da l'ara,
Perch'uopo avean di fede i rozzi ingegni,
Stendea la Legge il moderato impero.
Se non che, sòrta quella ria masnada,
Che, l'umana pietà mercanteggiando,
Usurpò i templi de la terra, e il cielo
Con chiave d'oro al fornicar dischiuse,
Non più di civiltà mezzi e stromenti
Ma tiranni de l'uom fûr fatti i Numi.
Nacque allor ne le oppresse anime, a cui
A tempo il Ver fatto avea chiaro il senno,
Fiero un disio di rubellarsi al plumbeo
Giogo del ciel; suonò per l'aria il grido
De la riscossa, e si pugnò. Non vinse
Per certo Iddio; vide fumar d'umano
Sangue innocente i mercenarî altari;
Ma le vittime han vinto. A poco, a poco
Scemò, come al mensil corso la luna,
La possanza del Dio, ben che di ferro
Tempra vantasse ed immortal. S'ostina
Pur tuttavia, quantunque imbelle, e inciampo
Ultimo ei resta al trïonfar del Vero.
Or, perchè l'uomo in sul fulmineo carro
Di Civiltà varchi ogni meta e segno,
Sovra il corpo di Dio convien che passi!
—Seguían queste parole; ed ecco incontro
A l'aureo Sol levarsi altra falange
Di pure e maestose Ombre, che a duci
Budda e Socrate avean. Per l'opalino
Etra sorgeano, e più ch'uomini e forme
Parean candidi rai d'alba nascente,
O visibili idee: tanto di luce
Avean d'intorno e tal purezza in viso.
Sorge anch'ei dietro a lor, ma bieco e solo,
Sopra cavallo indomito l'ossesso
Battaglier de la Mecca, a cui nel pugno
Nudo lampeggia e sanguinoso il brando:
Nembo ei par di tempesta, in quel ch'a' buffi
D'euro si squarcia, e tortuöse e rogge
Solfuree fiamme in su la terra avventa.
Ma già un nuovo drappel chiama la voce
Del canto mio. Come vorace fiamma,
Poi che tutte afferrò l'aride secce
Del vasto campo, il vicin bosco invade;
Terribilmente crepitando esulta
Con cento lingue sanguinose a l'etra;
Così questi venían dopo a un vessillo
Fluttüante a l'avverse aure, su cui
Con vivo sangue uman scritto è: Riforma.
Qual da l'Eolio mar, quando più cupa
Dorme sotto ai veglianti astri la notte,
Fra dodici fantasmi ispidi o scogli,
Cui morde la rabbiosa onda d'intorno,
Sorger tu vedi e lampeggiar, perenne
Ara di foco, la Vulcania ròcca;
Tal sorgea lampeggiante, in mezzo ai mille
Che premeansi a' suoi lati, il procelloso
Protestator di Vittemberga. Appresso
Muovongli il cheto confessor d'Asburgo
E il rigoroso Ginevrin, cui tardo
Par l'altrui passo e andar vorrebbe il primo;
Non che il prode di mano e d'intelletto
Novator di Zurigo, e i due di Praga,
Ch'ebber pari il supplizio e l'ardimento,
E duce entrambi e ispirator Vicleffo
Eversore di dogmi; e quanti osâro
A le voraci arpíe di Vaticano
Spennacchiar l'ale e rintuzzar li artigli.
Destossi anch'ei sul torbido Tamigi
Il lascivo Tudorre, e già già mezzo
Sorgea da l'acque, e s'apprestava al volo,
Quando piombâr su la sua testa, a guisa
Di rapaci avvoltoi, le trucidate
Sue concubine, e il regal manto e il petto
Gli addentaron, sbranandolo. Stridea
L'obliqua alma del Re, mentre, ravvolta
Nel casto vel, sdegnosamente il tergo
Gli volgea l'infeconda Aragonese
Commiserando; e tu da la lontana
L'incatenavi co'l tranquillo sguardo,
O grave ed incorrotta Ombra del Moro.
Eran queste le schiere e questi i duci,
Ch'oltre al Sole movean, mentre a lor pari
Dai quattro venti de la terra un grido
Terribile s'ergea, qual se sconvolti
Da una pazza procella a un punto solo
Mugolassero i mari, o scatenati
D'avversi poli s'azzuffasser tutti
Con forze uguali ed ugual rabbia i venti.
Tuonavan da le selve ime e dagli antri,
Già sacri al vorator d'uomini Odino,
Quant'ostie mai su'l suo tremendo altare
Caddero; urlavan fieramente anch'esse
Le vittime di Teuta, a cui, più care
Di rugiadosi vischî e di verbene,
Bionde teste mietea pei boschi opachì
La druïdica falce; un gemer lungo
Di greche madri in sugli oblati infanti
Prorompea da l'Idee valli, superbe
Del vagito di Giove; alto dal Tebro
Fremean l'espïatrici ostie ferite
A l'ingordo Saturno; e una selvaggia
Querela uscía dai seppelliti avanzi
De le Puniche ròcche, in quel che in armi
Sorgea sdegnoso il redentor d'Imera.
Ma chi tutte può dir le voci e i gemiti,
Che al ciel salíano a dimandar vendetta
Dopo secoli tanti? Opra più lieve
Faría colui ch'enumerar volesse
Del ciel le stelle e de l'oceano i flutti.
Dal braminico aurato Indo, dagli orti
Rosiferi d'Irano a le feconde
Trinacrie rive del geloso Egitto,
Da le terre promesse a una masnada
Di lebbrosi omicidi; dal sepolcro
Sanguinoso del Cristo a le funeste
Valli d'Alby; dai trïonfati fiumi
De l'industre Batavia, a cui sul petto
Gavazza ancor del fiero Alba il fantasma;
Da le Calabre valli a le solinghe
Nevi di Valtellina ergeasi un grido
Formidabil, concorde, a cui fean eco
Da la Senna e da l'Ebro urla più fiere.
Udía da l'alto il Nazzareno, e, il biondo
Capo scrollando amaramente:—O amore,
Dicea, per cui l'innocua vita io diedi,
Qual mar di sangue a la mia Croce intorno!—

CANTO QUINDICESIMO.

ARGOMENTO.

La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla fuga.—San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa Teresa.—Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.—Santa Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona voluttuosamente nelle braccia di lei.—Loiola, Domenico di Guzman, Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V ordiscono una frode a Lucifero.—San Pietro abbandona le porte del paradiso.—L'Eroe sventa la congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.—I congiurati santi tentano la fuga, e periscono miseramente.—Lucifero arriva alla presenza di Dio, cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie fedeli.—Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa.

Appena il grido de l'Eroe percosse
Con sinistro rimbombo il ciel vicino,
E le prossime schiere e la funesta
Voce avvisâr dei minacciosi estinti,
Tremâr tutti i Celesti, e verdi il volto
Da la paura, si guardâr negli occhi
Silenzïosi. Avvertì anch'esso Iddio
L'imminente periglio, e sì com'era
Sfidato e triste e non del fato ignaro,
Sul primo che gli occorse eburneo seggio
S'abbandonò. Stupidamente in giro
Movea gl'inebetiti occhi, e non tosto
Pipilargli a l'orecchio udì il divino
Colombo, e sospirar, qual su la Croce,
L'incarnato suo figlio, in un dirotto
Pianto scoppiò, tutti adempiendo insieme
Di stupore i Beati e di sgomento.
Qual se dal fondo d'uno stagno, impuro
Suscitator di sitibonde febbri,
Leva un rospo un loquace inno alla luna,
Tutte svegliansi a un tratto, e gli fan coro
Le profetiche rane, onde a l'intorno
Di chioccio chiacchierio suonano i campi;
Tale, al pianger del Dio, per l'azzurrine
Vòlte del vacillante Eden destossi
Un suon di disperate urla e di pianti.
Piangean le poverette alme digiune
D'ogni gioia di nozze e d'ogni amore,
E tu primo fra loro, o immacolato
Fior dei Gonzaga. A un altarino innanzi
Tutto adorno di ceri e di ghirlande
Ei traducea l'eterne ore in ginocchio
Mormorando preghiere a un Crocifisso
D'indico dente elefantino. Il novo
Gemito udito, in piè balzò, le ceree
Mani protese, e, l'argentina voce
Spaventato cacciando, a correr diessi
Per li stellati corridoi del cielo.
Accoccolata a un angolo romito
La povera Teresa ivi giacea
Stranamente ghignando. In lei si avvenne
Il fuggitivo, e, qual fagian, che senta
Dietro di sè del cacciator la pésta,
Fra l'ovvie macchie il capo aureo nasconde,
Tutto ai colpi lasciando il corpo esposto,
Tal fra le gonne sbrindellate e conce
De la squallida pazza il mal completo
Garzon cacciò la paürosa testa,
Nè badò per la prima al sesso avverso.
N'ebbe gioia la diva, e a quella guisa
Che una grave bertuccia a' rai del sole,
Tolto fra braccia un piccioletto amico,
Tutta a forbirlo e a coccolarlo intende,
Così, strillando allegramente, al vizzo
Petto ella strinse il trepido fanciullo,
E tante gli tessè d'intorno al corpo
Con la lubrica man giochi e carezze,
Che a la fine ei sentì corrergli il sangue
Tale un'ignota voluttà, che a un punto
Sussultando fra' brividi si svenne.

Sveníansi ancor, ma per cagion diversa,
Molte vergini suore, a cui l'intatta
Orsola impera. Altre scorrono urlando
La reggia; altre stracciandosi le chiome
E battendosi il petto van d'intorno
Perdutamente; qual con vitreo sguardo
Siede come fantasma, e qual, deforme
Per isterici spasmi e di spumanti
Bave immonda la bocca, a simiglianza
Si contorce di frigido ramarro,
Cui, smessa a un tratto la pesante zappa,
Fiede il villan con infallibil sasso.

Fra il gridare, il fuggir, le preci, il pianto
Sorse l'invitto Gabrïel ne l'ira,
E, volato a Michel, che vergognoso
De l'ultime sconfitte i men frequenti
Lochi chiedea:—Qual mai desidia è questa
Che t'invade, esclamò? Muti ed inerti
Aspetterem l'esizio ultimo e il crollo
Di questo regno luminoso? È forse
Speme alcuna d'impero e di salute,
Che nell'armi non sia? Nel contumace
Ozio che il cor già impavido ti prostra,
Rea viltà, danno certo e infamia io veggio!—
—Di viltà non parlar, con disdegnosa
Voce proruppe il pro' guerrier di Dio,
Non parlar di viltà, se vuoi che amari
Non saëttin dal mio labbro gli accenti.
Vil non fui mai: fra le celesti schiere
Trono o arcangel non è, ch'ebbe mai vanto
Di vedermi ai perigli andar men lesto
Di te, che forza del Signor ti appelli.
Ma or che giova il valor? L'armi e la pugna
Chi incerto ha il fato ed ha speranze elegga:
A noi chiaro è il destino. Ombra di Nume
S'è fatto Iddio; l'uom tutto vince. Un tempo
Aquila io fui, che per l'eteree strade
Artigliai le saette; or, che ne falla
Con la fede de l'uom del ciel l'impero,
Notturna upupa io son, cui non già il sole,
Ma il silenzio e la fredda ombra sol giova.—
—Quanto mutato sei! quanto mutati
Tutti d'intorno a me qui nel felice
Regno de le beate anime, aggiunse
Fra disdegno e pietà l'angel superbo;
Questo è davvero il ciel? Qui regna Iddio?
Tutti d'umani scoramenti invasi
Trovo i petti immortali! Oh! non sì tosto
Io piegherò: spiri seconda o avversa
A la battaglia mia l'aura del fato,
Forza a forza opporrò; nè cadrò pria
Che l'avversario mio provi il mio brando!—
Spiegò in tal dir le penne, e, la fulminea
Spada traendo, alzò de l'armi il segno.
Come, uscendo a l'aperta aia dal nido,
La mal pennuta chioccia alza la voce:
Odono il noto crocidar materno
I pelati pulcini, e pipilando
Corronle intorno, e per l'accolto strame
Con piè inesperto a razzolar si dànno;
Così del bellicoso angelo al grido
Corsero i pochi, a cui mal noto ancora
Del conflitto de l'armi era il periglio.
Si sdegnò assai de la non folta schiera
L'animoso campion, pur, come seppe
La ordinò, l'attelò, la messe in punto;
E già, già si movean, pari a loquace
Frotta di gru, che la tempesta incalza,
Quando l'amor di Gabrïel, la bella
Cecilia, udito il suon de l'armi e il grido
Del guerriero diletto, a lui sen corse
Spaventata, anelante, e:—Dove irrompi,
Forsennato, gridò: qual cieco inganno
T'ombra il divo intelletto? Ah! non già un uomo,
Non un popolo sol, non tutta quanta
La terra hai contro e i rubellanti abissi,
Ma con seco i destini. È troppo orrenda
Cosa la pugna, e quando è vana, è stolta.
Cedi al destin; cedi a l'amor; non giova
Produrre a prezzo di perigli il regno;
Se tempo è di cader, cadasi: io teco
Stretta morrò, non già con l'armi in pugno,
Ma ne l'amplesso de l'amor sopita.—
Disse, e caddegli a' piè. Fra due sospeso
Dubitava il gagliardo Angelo, quando
Dal sen colmo di lei, fosse arte o caso,
Lieve lieve si scinse il roseo velo;
Ed ella in vista lagrimosa e tutta
D'amoroso pudor rorida, ai dolci
Studî d'amòr gli seducea la mente.
Strale fu questo, che andò dritto al core
Del divino guerrier: gli sfuggì il brando
Da la trepida destra; il vergognoso
Sguardo girò confusamente intorno,
E, balbettando futili parole,
Per man prese la dea, ne le lucenti
Stanze sacre ad amor trassela, e lei
Mal ripugnante degli ambrosei veli
Con mano carezzevole discinta,
Al talamo invitò, dove, il gagliardo
Proposito e il vicin fato e sè stessi
Dimenticando, a delibar si diêro
Del giardino d'amor l'ultime rose.
Come a l'odor di ramerino o timo,
Onor vago dei campi e amor de l'api,
Ruzzan gli agili gatti, e senton forse
Come un acuto stimolo, che il sangue
Fieramente gli assilla, onde su l'erba
Stropicciando il supin dorso flessibile
Con dolce miagolìo chiaman l'amica;
Così, ad esempio del lor duce e al viso
De la santa pulzella, arsero i petti
Dei celesti guerrieri, e, nulla ancora
De l'instante rovina conoscendo,
Si sparpagliâr, smesser celate e usberghi,
E quinci e quindi a saltar diérsi in traccia
D'auree fanciulle e morbidi angeletti.
Mentre così, del lor destino ignari,
Dansi questi bel tempo, entro a la cupa
Anima del Loiola un serpeggiante
Pensier guizzò. La macera persona
Raddrizzò a un tratto, e con volpina voce
Chiamò quanti nel cielo erano in pregio
Di sagace accortezza, e a lui ben atti
Parvero a l'uopo: il Montaltese, obliquo
Mastro di frodolente opere; il santo
Conversor di Gusman, la cui parola
Scrisse co'l sangue il masnadier Monforte;
Non che il fier Torquemada, anima acuta
Qual furtivo pugnal, che negli umani
Petti s'infisse ad indagar la fede;
Il ferino inventor d'ogni tormento
Manigoldo Arbuense; il pio Ghislieri
Tessitore di stragi, ed altri, a cui
Negò voce la fama. Eran costoro,
Poichè del fato avverso eransi accorti,
Tutti intesi a raccòr per le fulgenti
Aule del ciel quanto potean di ricche
Gemme e pregiate masserizie; e, fatto
Uno sconcio fardello, a quella forma
Che travagliansi attorno ad un osceno
Non ancor morto scarabèo le inopi
Formichette ingegnose, ad esso in giro,
Con le mani e co' piè forte spingando,
Trafelanti anelavano; e già già
S'involavan dal ciel, stolti! che fuori
Di quel regno di larve avean pensiero
Produrre oltre la vita; e negro intanto
Li batteva a le spalle il giorno estremo.
Li sorprese in quest'opra il conosciuto
Grido e l'aspetto del sagace amico,
Ed ascoso il furtivo ònere, a modo
D'astute gazze, e fatto al loco intorno
Di sè stessi gelosa ombra e tutela,
Aspettâr la proposta.
—Accorti e saggi
Siete inver più di me, disse il Loiola,
Se al bisogno del furto e de la fuga
Già date il tempestivo animo! Al certo
Periglioso è l'istante, e di tenaci
Nebbie ravvolto l'avvenir. Del Dio,
Che propugnammo, ogni splendor tramonta:
Immortale ei non era; e noi già primi
Lo sapevam, noi che sol Nume in terra
L'utile nostro e il nostro regno avemmo.
Scarsa è la schiera e del mio nome indegna
Che mi resta laggiù; qui non è alcuno,
Che a pugnar pensi, poi chè ottuse e vane
Le nostre armi son fatte; arbitro sorge
Il mortale Pensier, che in aurei nodi
Non a caso io distrinsi; ogni virile
Nerbo gli tolsi a poco a poco, e ucciso
L'avrei del tutto, ove più fine ingegno
Dato avesser le sorti ai miei fedeli.
Cederem noi per questo? A l'uom, già vile
Schiavo e strumento d'ogni mio disegno,
Noi, vili or fatti, piegherem la nostra
Già ferrata cervice? Oh! alcun non sia
Che in cospetto me'l dica! Uom, che a la prima
Faccia del mal muto s'accascia e trema,
Pusilla anima è detta; a noi, che tanta
Fama abbiam di sagaci, e siam beati,
Qual degno nome si addiría? Son troppe
Le dolcezze del ciel perchè a la prima
Si conceda al nemico! Abbiam rispetto
Prima a noi, poscia a Dio, da la cui larva
Già difesi imperammo. Inutil sono
Le braccia e l'armi? E che però? Ne avanza,
Possente arma, l'ingegno. È disperata
Cosa la pugna? Usiam l'arte e la frode:
Mal, che torni a vantaggio, al ben somiglia.—
Tacque, e le man si stropicciò.
—Son d'oro
Le tue parole, a lui rispose il senno
Del Pastor di Montalto, e assai per fermo
Io ne lodo il valor; ma la patente
Sconfitta che vicina e certa io sento,
E meco ognun, tu non dirai che sia
Sorte miglior d'una latente fuga,
Pria la vita, indi il regno. Io, sin che filo
Di memoria e di spirto il cor mi regga,
Non dispero acquistar quanto or si perde;
Campar dunque fa d'uopo.—
—Altra io non veggio
Via di salute, il pio Ghislieri aggiunse,
Che la via del fuggir!—
—Così ne fosse,
Gridò allor con schizzanti occhi il grifagno
Consiglier di Filippo, oh! sì ne fosse
Tosto dato in balía quest'incarnato
Sovvertitor di sacrosanti altari!
Tal rete intorno gli ordirei, che vano
Al districarsi torneríagli il tutto
Suo senno astuto e l'infernal possanza!—
—E chi sa?, ravvivando il serpentino
Occhio, soggiunse il Biscagliese obliquo,
Chi sa, che in nostra man da ver non caggia
Quest'audace Lucifero? Fin quando
Spirto alcuno d'ingegno oprar n'è dato,
Chiuder non dèssi a la speranza il core.
Ragno astuto, che vede in un sol punto
Disfatto il fine e pazïente ordito,
Torna a l'opra ben tosto, e in più sicuro
Loco, e con più sottile arte ed ingegno
Più certe insidie ai suoi nemici intesse.
Spero io così trar ne la rete il nostro
Burbanzoso avversario. Ardito e forte
Per certo egli è; ma un punto io gli conosco,
A cui se drizzi insidïoso un dardo,
Larga e secura gli aprirai la piaga.
Benchè spirito invitto e del pensiero
Apostolo sublime egli si vanti,
A la turpe materia il più profano
Culto ei professa; ed io più volte il vidi
Prostrato al piè d'una beltà terrena
Svestir l'orgoglio e gingillar la vita.
Udite or dunque un mio proposto. Appena
Ei si farà su'l limitar del cielo,
Niun lo scontri con l'armi: esperimento
Vano saría; vadagli incontro invece
Una, di quante sono ornate e belle,
Leggiadrissima santa (ed io fra tutte
Do la palma in quest'uopo a la divina
Prostituta di Màgdalo); gli abbracci
Supplicante i ginocchi, e sì lo svolga
Per qualche istante da ogni fier concetto,
Che a l'amplesso fallace ei si abbandoni
In una molle voluttà. Noi, quanti
Qui siamo ancor d'armi o d'ingegno instrutti,
A lui d'intorno in vigilanti agguati
Tutti pronti staremci; e quando il fiero
Debellator di Dio da l'iterate
Pugne d'amor giacerà stanco e assôrto
Nel più codardo e immemore abbandono,
Noi piomberemgli in un baleno addosso
Come stuol d'avvoltoi; di ferrei nodi
L'avvinceremo; e poi che osceno e carco
Sarà tutto di ceppi e di ferite,
Tal gli darem di tutto polso un crollo,
Che i neri abissi e il regno suo riveda!—
Piacque a tutti il consiglio, e alàcri e pronti
Diêrsi a l'opera intorno, in simiglianza
D'immondo strupo di codarde jene,
Che, fatte ardite dal favor de l'ombre,
Mute s'affrettan pe'l deserto campo
Dietro al sentore di lontan carcame.

Contro a le sedi dei Celesti intanto
Lucifero irrompea. De l'abusate
Porte del ciel stava a custodia il divo
Pietro di Galilea, l'inclito alunno
Del Nazzaren, pastor d'anime e chiave
Del paradiso. Udita avea la voce
Del nemico imminente, e, ben che molto
Fosse d'uomini esperto e di fortune,
Pur sentì scioglier le ginocchia, e a guisa
Di fragil canna, che tentenni al vento,
Ondeggiava diviso in due consigli:
O sguainar l'arrugginita spada,
Che pendeagli dal fianco, e alla difesa
Rimaner, benchè solo; o, abbandonata
La difficil custodia ad altri o al caso,
Svignarsela di furto.
—Audace impresa,
Dicea tra sè, nè a le mie forze uguale,
Tener fronte da solo a un tal nemico:
Certo ei val più di Malco. E poi, degg'io
Perigliarmi per tutti? Alcun non osa
Impugnar l'armi, ed io restar qui devo?
No, no; vadasi, e tosto: al proprio scampo
Volga ognuno il pensier. Se Dio non vale
A difender sè stesso, io lo rinnego,
In fede mia, canti o non canti il gallo!—
Così pensando, si sottrasse. Come
Al furïar di subito uragano
Cade svelta dai cardini la porta
D'un povero abituro: urla dal fondo
La famigliòla spaventata, in quella
Che ogni serbata masserizia in giro
Sparge, ammucchia, avviluppa il turbo avverso;
Spalancossi in tal guisa al primo tocco
Di chi porta la luce il vecchio albergo
Del paradiso, ovvio lasciando e vasto
Al guardo e al passo del Ribelle il varco.
Grande e securo e tutto lampi il volto
Su la soglia Ei piantossi, e parea sole
Di cotanto splendor, che incerte faci
Ben dir potevi a petto a lui le stelle.
Siccome spada folgorante, in pugno
Un raggio acuto gli splendea; tremenda
Arma, che squarcia il sen de l'ombre, e quanti
Ferrei fantasmi e fiere larve han vita
Con sovrana virtù spezza e dilegua.
Così l'Eroe proruppe; impazïenti
Del solenne giudizio a lui da presso
Si versano le schiere, e tutte in giro
Prendon l'aurea magione, a simiglianza
Di sonanti fiumane, a cui più freno
Non dànno argini e dighe, e l'una e l'altra
S'accavallando, fragorose e torbide
Divorano la valle e i campi affogano.
Come allor, che dai cupi antri improvviso
Il vecchio Mongibel mugghia e si scuote,
Trema intorno la valle; impäuriti
Fuggon greggi e pastori, a cui di sotto
Balzan globi di fumo atro, e sul capo
Piove di ardente e negra sabbia un nembo;
Così a la vista de l'Eroe si scosse
La gran reggia dei cieli, e quinci e quindi
Fuggîr senza consiglio i sacri armenti
Vociferando, e qual siede, o s'arresta,
Non già vanto ha d'ardire o di piè fermo,
Ma invalidi i ginocchi e l'alma infranta.
Questo fu il punto, che, disciolta i crini
Biondissimi e con piè trepido, in vista
Di verginella, al gran Ribelle incontro
Mosse la bella Maddalena. Il colmo
Petto le ondeggia sovra il cor, sicuro
D'un superbo trïonfo; entro ai non folti
Docili veli le tondeggian tutte
Le rosee membra riluttanti: un nimbo
Di reconditi incensi errale intorno
A la vaga persona, e di pungenti
Stimoli avvampa ai men lascivi il sangue.
Tal s'avviene a l'Eroe, mentre raccolti
Nei lor taciti agguati ansan parecchi,
Qual fidato a l'astuzia e quale al braccio,
Congiurati al Loiola. Intento e assôrto
Nel suo pensier quei trascorrea, nè punto
Abbadava costei, che del sedurre
Tutti ben sa gli accorgimenti e l'arte.
Ond'ella il passo gli precise, e:—O santo
Arcangelo, esclamò, ben si conviene
A la luce del tuo sguardo immortale
Questo splendido regno! E chi dir puote
Che nemico tu sei? che una superba
Smania di regno ti conduce al cielo
A sovvertir l'adamantina sede,
Di Dio? No, che per certo iniqua e indegna
Ti precorre la fama, e mal diritto
Veggion queste beate anime, a cui
Tanto incute il tuo nome alto spavento.
Luce ed amor sei tu: simile a novo
Raggio d'innamorato astro sorride
La tua fronte serena, e a dolci affetti,
Pari al mio Nazzaren, l'anime inviti.
Oh! ben torni fra noi; qui non mortali
Semina rose amor, qui sempre viva
Fonte di voluttà schiude il mio seno!—
Udì l'Eroe la subdola proposta,
E amaramente le gittò sul volto
Queste parole:
—O penitente eterna,
Nè pentita giammai, qual ti germoglia
Ne l'instabile cor postuma brama
Di novelle avventure? Un mi son'io,
Che al lascivo ozïare, a cui mi tenti,
L'aspre battaglie del pensier prepongo!—
Disse, e sdegnando procedea, già sciolto
Da l'inciampo di lei; quand'essa, a un punto
Tramutando tenor d'arti e d'accenti,
Ruppe in alto cachinno:—E ci voleva
Proprio questa, esclamò; state a vedere,
Ch'oggi che in terra dàn la caccia ai frati,
A questa vecchia golpe senza coda
Vien pizzicor di farsi anacoreta!
Ma fa' il piacer, Lucifero! Son donna,
Son figlia d'Eva, e non son senza macchia
Come la madre di Gesù: codesta
Mascheraccia d'apostolo su'l muso
Non ti sta, credi a me: cangiati in serpe
Piuttosto; ed io farò, come Dio vuole,
Il sagrificio di mangiare il pomo!—
Così dicea, ma seminate al vento
Si disperdean le lubriche parole.
Visto il colpo fallir, nè di salute
Più sperando altra via, fuori ad un tratto
Dagli agguati sbucò la tortuösa
Anima del Loiola, e si gittando
Di traverso a l'Eroe:—Salvami, grida,
O glorïoso Arcangelo! Per te,
Non già per Dio, sovra la terra io tesi
La rete mia!—Volea più dir, ma come
Non crudel passeggero, a cui di sotto
Venga un turpe scorpion, che velenosi
Lascia i morsi ove tocchi, immantinente
Alza il piede e lo schiaccia; in simil guisa,
Sporgendo il labbro, e torto altrove il viso,
Piantò il piede l'Eroe sovr'esso al tergo
Del supplice maligno, il qual diè un forte
Tonfo, e scoppiò, tutto ammorbando intorno
Di putida mefite il ciel sereno.
Questo fu il segno de la strage. Appena
Del suo duce la fin videro i Santi,
Tutti uscîr dagli agguati a la rinfusa,
Tal che frotta parean di saltellanti
Locuste ingorde, cui la fiamma incalza
Più vorace di lor. Più volte indarno
Una mano d'audaci angeli e santi
Far impeto tentâr contro a le schiere
Del luminoso Eroe; ma qual fremente
Cavallon che si franga a la ronchiosa
Rupe, spezzate contro a lor cadeano
L'avverse armi e l'ardire. E come avviene
Nel nebbioso novembre, allor che in dense
Falde piovon dal ciel l'umide brume,
E nereggian le vie, quasi colpite
D'occulta lue cadon le mosche esose,
Ch'or ti ronzan morenti in su la faccia,
Or sui fumidi cibi, onde a l'intorno
Sparse e brutte ne van le mense e i letti;
Così, al proceder de l'Eroe, da l'alto
Fioccan morti i Beati, e tu soltanto
Li ferivi co'l tuo sguardo immortale,
O trïonfante Verità. Fra tanto,
Con ogni forza ed ogni astuzia in salvo
Ricondursi volean Sisto e Ghislieri,
Torquemada e Gusman. Li precedea,
Stranamente strillando e mulinando
Sovr'esso il capo la ghierata gruccia,
Il feroce Arbuënse, e una mal viva
Folta di Santi lor tenea bordone.
Li riconobber da l'opposta parte
Co'l profondo veggente occhio i campioni
Del libero Pensiero, e un minaccioso
Mormorio si levò, come di vento
Precursor di procella. Ardean di cupo
Sdegno le generose anime, in quella
Che con flagel di sanguinosi motti
Mordea Voltèro ai fuggitivi il dorso.
Non però immoti ne le lor falangi
Stetter Bruno e Vanini; anzi a quel modo
Che una coppia di fulve aquile, altere
Dominatrici di profonde altezze,
Con pari volo e con funesto strido
Piomban sovra a la preda, essi al feroce
Fuggitivo drappel di tutta punta
S'avventarono incontro, e:—O manigoldi
De l'umano pensier, gridò con fiera
Voce l'ardito precursor di Nola,
Or sì che il fin di vostre colpe è giunto!—
Disse, e ghermendo con la ferrea destra
Torquemada a la strozza, in turbinoso
Modo il rotò, che spatola parea
In man d'esperto battitor. Lanciollo
Poi qual sasso di fionda; e non sì tosto
Da l'alto ei ripiombò, che in mostrüosa
Foggia si franse e si divise, a modo
Di crinato utensil d'impura argilla
Lanciato a l'aria da fanciul bramoso
D'udirne il tonfo e di contarne i cocci.
Cadde, e si franse ei sì, ma in braccio a morte
Non s'acquetò; chè in quante parti e brani
S'eran divise le sue membra, in tanti
Si spezzò la sua vita, onde ciascuno,
Che guizzando e serpendo invan tendea
A congiungersi a l'altro, era dannato
A soffrir sempre, e a non morir giammai.
Fra mani allora al pensator d'Otranto
Fieramente stridean Sisto e Ghislieri.
Ambi agguantati egli li avea, qual suole
Assiduo scardatore, il qual prendendo
Due manciate di canape, fra loro
Pria le sbatte più volte, indi le affida
Al nemico di lische ispido cardo.
Si mordevan per rabbia i duo percossi,
E sgraffiavan rignando, e parean due
Gatti rivali, a cui bollir fa il sangue
Nel rigido gennaio un caldo amore:
Sul colmo dei muschiosi embrici, in traccia
De l'amica ritrosa, a notte piena
Scontransi, e i peli rabbuffando a un tratto,
Soffian, sbatton la coda, alzano in arco
L'ispido dorso, e duri, intirizziti
Muovonsi con guardingo atto d'intorno,
L'arida lingua saettando: a bada
Si tengono così, fin che il più lesto
La granfia avventa e vibrasi a l'assalto.
Odi allora echeggiar di strilli acuti
La sacra notte, rotolar sul tetto
Smosse tegole e sassi, e chi del dolce
Sonno si svolge in quell'istante, umani
Gemiti e grida ascoltar crede al vento.
Così le due sinistre anime, a un punto
Fatte da l'ira e dal dolor nemiche,
Si sbranavan fra loro, insin che stanco
Di quel fiero piacer l'eroe nemico
Le scagliò da sè lungi. Urlâro i tristi
Da l'alto ciel precipitando, e ancora
Precipitan pe'l chiaro aere: li aspetta
Fremebonda la terra, ove un'eterna
Vita servile e in gran terror vivranno.
Scórsi muti e di furto eran fra tanto
L'Arbuënse e il Gusmano; e si tenendo
Fuor d'ogni attesa e d'ogni sguardo ostile,
Speculavan la fuga, o un nuovo inganno.
Si sferrò allor da la sua schiera il forte
Riformator di Vittemberga, in guisa
Di mortifero strale, e una tremenda
Voce vibrò. Stetter tremanti e bianchi
I fuggitivi, e balenâr perplessi
Fra la lotta e la fuga, in simiglianza
D'inseguito assassin, che fischiar senta
Presso a l'orecchio il mortal piombo. Vinse
Il primiero consiglio, e, vòlto il fronte
Subitamente, s'avventâro ai fianchi
De l'iracondo novator. Qual pura
Fiamma tendente al Sole e del Sol figlia,
Se a la putida pece arda vicina,
A lei tosto s'apprende: a poco a poco
Struggesi questa; in negre bolle impure
Gorgoglia, e più e più spandesi, fra tanto
Che giallo e crasso infesta l'aria il fumo;
Tal divenne Lutero, allor che intorno
Gli s'avvinghiâro ai poderosi fianchi
I due rabidi santi, a cui bentosto
Crepitando ei s'appiglia. Un fiero strido
Mandan gli audaci, e di balzar fan prova,
E staccarsi, e fuggir; ma appiccicati
Restano a lui così, che in foggia strana
Fan di tre forme un mostrüoso aspetto.
Corre pe'l ciel l'inesorabil fiamma,
Che li attacca, e li fonde, e meraviglia
N'han tutti intorno; ed ora i cornei crini
Gli avvampa, or gli erra su le picee terga
Con feroce pigrizia, or dentro ai vivi
Occhi gli siede, e nei precordii scende,
E i visceri gli mangia, e l'ossa ignude
Con lenta voluttà rode e consuma.
Seguían queste giustizie; ed ecco a fronte
De l'egro Nume il gran Ribelle arriva.
Solo il trovò nel più recesso loco
Del paradiso; e nullo era, di quanti
A le mense di lui s'eran nutriti,
Che a la difesa or vigilasse: ognuno
Che innanzi al passo de l'Eroe non era,
Futile inciampo, ancor fugato o vinto,
O il vol dava a la fuga, o in un furtivo
Ripostiglio del ciel, pallido, ansante
Scongiurava il destin. Voi soli in questo
Stremissim'uopo non lasciaste il trino
Padre deserto, o sovra ogni pietosa
Fida essenza del ciel pietosi e fidi
Quadrupedanti: a voi, se grazia alcuna
Merta ancora la fede, un chiaro grido
Non fallirà presso i venturi, a cui
L'alto cor vostro e i vostri nomi io canto.
V'era di Balaàm l'asino e quello
Che riscaldò di Betelèm la greppia
Col mirifico fiato; eravi anch'esso
L'accorto bue, che, abbandonato il duro
Solco e l'aratro, ad adorar sen corse
Il già nato Messia: meraviglioso
Di fede esempio, onde nei cieli assunto
Fu per nume di Dio, che la falcata
Fronte gli ornò di due vividi raggi,
Come un tempo a Mosè; v'eran del divo
Rocco i fidi mastini impazïenti
D'avventarsi a l'Eroe; v'era il modesto
D'Antonio alunno, che il signor perduto
Fra' grugniti piangea: sul nero grifo
Gli discorrean le lagrime cocenti,
Ed ei, la Dio mercè, fatto maestro
D'oprar le zampe come fosser mani,
Se le tergea con un candido velo,
Di ricami stupendo, opera e dono
De la diva Lucia. Ma visto appena
L'avverso Eroe, che procedea sembiante
A novo Sol, di subito disdegno
Arse, fe' biechi i picciolettì e tondi
Occhi verdastri, aggrinzò il grugno, a spira
Ravvolse ed agitò la scarsa coda,
Ed arrotando le spumose zanne
Con irto il dorso e con pendule orecchie
S'avventò, che parea critico arguto,
Che carico di norme e di sofismi
Al tallon d'un poeta avventi il morso.
Non fûr tardi a seguir l'eroico esemplo
L'altre bestie devote; anzi ad un punto
Per ogni verso si scagliaron tutte,
E, stupendo a ridir! correano a morte
Come a danza, o convito. Alti lamenti
Mettea dal petto il Nume; e a lui d'intorno
Per la reggia del cielo era un tedesco
Strano accordo di ragli e di grugniti.
Tentennava l'Eroe, commiserando,
La testa, e con un rigido sorriso:
—Ecco, o Eterno, dicea, qual poco armento
Di cotanti fedeli oggi ti resta!—
Toccò in tal dir co'l penetrante raggio,
Che nel pugno tenea, la nebbia densa
In cui tutto era chiuso il Dio morente,
E l'aprì tosto, e dissipolla in guisa
Che il ciel limpido apparve e la sparuta
Faccia del Nume agonizzante. Ai piedi
Morto giaceagli il divo augel, che il grembo
Visitò de l'Ebrea Vergine; e, sciolto
Dal trino amplesso, a cui lo strinse il mito,
Stette innanzi a l'Eroe tranquillamente
Gesù. Splendea nel mansuëto aspetto
Tutta umana bellezza, e una fragrante
Lucid'aura di pace e di dolore
Gli alïava d'intorno a la persona
Candidissima. Il vide, e il riconobbe
Lucifero, e parlò:
—Ben la catena
Di tua divinità spezzi in quest'ora,
Santo eroe de l'amore e del perdono;
Ben ritorni qual fosti al luminoso
Raggio del Ver, le cui vendette io segno!
Vedi le schiere mie? Là, fra quei pochi
Spirti di saggi, a cui Socrate è duce,
Loco a te caro, a niun secondo, io serbo!—
Disse, e insegnava con la destra. Innanzi
Fecesi, a questo dir, l'intemerata
Luce d'Atene, e fra le venerande
Braccia il pietoso Nazzareno accolse.
Or l'estrema ora tua dirà il superbo
Genio che m'arde, o mal temuto Iddio.
Quando l'Eroe ruppe la nebbia, involto
Di nero oblio, fuor d'ogni senso e moto
Tu giacevi; ma allor che con lo sguardo
Ti penetrò, ratto balzasti, a guisa
Di già morto batràce, a cui dà strani
Moti il valor del ricorrente elettro.
E, come già solea nel greco mito
Le sembianze mutar Proteo marino,
Quando immerso nel sonno, in mezzo al gregge
De le putide foche il sorprendea
Con ferree braccia alcun mortale o nume,
Tal sotto al ciglio de l'Eroe nemico
Cento apparenze e simulacri e larve
L'egro tuo corpo in ratta vece assunse.
E or di Brama, o di Teuta, or di Saturno
Usurpava gli aspetti; or Cristo, or Giove,
Ora Osiri appariva ed ora Anubi;
Or terribile e scuro e tutto cinto
Di tempeste e di morte, or fiammeggiante
Sole parea che l'universo avvivi;
Or fantasima inerte, or procelloso
Eversor di pianeti; e ferrea e cieca
Legge d'affanno, ed inesausta fonte
Di bontà, di clemenza e di perdono.
Fremean per lo profondo etra le schiere
Luminose dei Saggi; da l'opaca
Terra sorgean, che parean fiamme vive,
Le vittime dei Numi, e tutti a un grido
La giustizia chiedean. Pende dal labbro
Di Lucifero il Fato; a lui dintorno
Stanno i secoli. Al Dio, che si trasforma
Tranquillamente egli favella:
—È antica
L'arte, per cui forme tu cangi e nomi:
Rinnovarla or non giova! Assai sembianze
Sostenemmo di Numi, a cui la cieca
Fede de l'uom diè lunga vita e impero.
A l'un error l'altro successe; a un vôto
Fantasma altro fantasma; or tocca il fine
Questa vicenda rea: l'ultimo Iddio
Tu sei; con te, non pur la forma e il nome,
Ma il pensiero di Dio ne l'uom s'estingue!—
Così dicendo (ed additava il sole,
Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo
De l'acuto suo raggio, e parte a parte
Lo trapassò. Stridea, come rovente
Ferro immerso ne l'onda, il simulacro
Fuggitivo del Nume; e, a quella forma
Che crepitando si scompone e scioglie
Fumigante la calce a l'improvviso
Tasto de l'acqua o del mordente aceto,
Tale al raggio del Ver struggeasi il vano
Fantasima; e in vapore indi converso,
Tremolando si sciolse, e all'aria sparve.
Così moría l'Eterno. Ai consuëti
Balli movean gli antichi astri; dal cielo
Luminose partían come in trionfo
Le Magne Ombre dei Sofi, e a tutti innanzi
Lucifero. Arrivò co'l Sol novello
Sul Caucaso nevato, ove al soffrente
D'adamantino cor figlio di Temi:
—Lèvati, disse, il gran tiranno è spento!—

FINE.

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