ARGOMENTO.

Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di Ebe.—Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; traversa gli spazî, giunge in Venere, si confonde con l'amor suo, e procede infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.—I morti d'ogni età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al giudizio di Dio.—Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di riformatori.—Le vittime domandano vendetta.

Così moría l'alma implacata. Al Sole,
Che al meriggio splendea limpido e caldo,
Lucifero parlò:

—Re de la luce,
Odimi. O sia che il bruno orbe tu chiuda
Entro a un mare di fiamme, onde le negre
Cime dei monti tuoi sorgono, e dànno
Ombre indistinte al tuo nitido aspetto,
O sia che un vel d'opache nubi, amico
Di fulgidi riflessi, e una diffusa
Sfera di luce e di calor ti avvolga,
Te genitor d'ogni terrena vita
Io chiamerò, quando da te deriva,
O che vegeti immota, o inconscïente
Movasi, o pensi ogni creata forza.
A te le numerate ore d'intorno
Danzano; a te, padre di climi, il fronte
Volge amante di luce ogni pianeta;
E tu, di vita liberal, dispensi
Raggi e sorrisi a qual ti porga il volto,
E i più miti a la terra. Umile in vista
E ritrosa al tuo sguardo offre ella il grembo
Palpitante a la lunge, e non si attenta,
A par del fuggitivo Èrmete, appresso
Fartisi tanto, che mortal saetta
L'amoroso tuo raggio a lei diventi.
Tu per propria virtù dal mare insonne
Traggi i vapori, e in nubi atre li addensi,
Che indi, in pioggia disciolte, al vigilato
Solco dan biade e pomi al bosco e nuova
Freschezza a la vitale aere, da cui
Vigor nuovo di membra a l'uom deriva.
Nè i sensibili corpi orni soltanto
In visibile guisa, e ti compiaci
D'apparente beltà, però che in seno
Scendi a tutti i mortali, e, a quella forma
Che scaldi e svolgi il fecondato seme,
E del tuo sguardo il puro etere allumi,
Desti così ne l'ordinata mole
De le membra il pensier, ch'è de l'eterna
Ben disposta materia agile alunno.
Qual da le scarse gelosie d'un chiostro
Libera il guardo al ciel la verginella
Disïosa d'amor, tal da l'oscura
Compagine mortal di nervi e d'ossa
Si sprigiona l'amante animo, e, tutto
Di te, sovrano genitor, sentendo
L'occulto foco e la natía virtude,
Per li campi del vasto essere, in cerca
D'ignote sfere e di negati oggetti,
Lanciasi, e tanto si dilunga e sorge,
Che par sostanza spirital, che possa
Dagl'involucri suoi viver divisa.
Ma chi dirà, che viver possa il modo
Senza l'obietto, o ver da lui distinto?
Che fuor de la gagliarda arbore viva
L'occulta forza vegetal? Si schiude
Per valor de la terra il seppellito
Seme, germoglia, si divide e s'alza
In foglie, in rami; con robusti nodi
Stringe ed avvinghia la materna zolla,
Respira, ama, s'infiora, infin che un diro
Turbo lo schianti, o avversa scure il tocchi.
Forse quella virtù, che gli diè vita,
Morto lui, fugge altrove, e per sè vive?
Suon di melodïosa arpa, che il petto
D'indefinita voluttà comprende,
Quando i candidi rai piove la luna
Su le mute campagne, e i sonnolenti
Fiori deliba la fugace orezza,
Io già non penserò, che per sè solo
Le sonore de l'aria onde commova:
Frangi le corde del gentil strumento,
Tosto il suon cesserà. Simile in questo
È l'uman corpo a l'arpa: Amor risveglia,
Divo maestro d'armonie, le nostre
Facoltà, che nel cor siedon sopite;
E quanto in noi più gentilezza è posta,
Maggiore e più gentil n'esce un accordo
D'affetti e di pensier, d'opre e di accenti.
O Amor, sole de l'alma, ove io ripensi
Di che alata virtù doni il pensiere,
Scarso e povero assai sembrami il lume,
Che avviva ed orna ogni creato oggetto!
A te, come a la mite alba la schiera
Dei canori volanti, al nuovo aprile
La famiglia dei fiori, al Sol che torna
Tutte cose universe, alzasi in festa
L'umana vita, e al magistero intende
D'ogni nobile ufficio. Immota e cieca
Mole sarían le nostre membra, e inerte
Cosa il pensier senza di te: sembiante
A tardo bue, che il travaglioso ordigno
Del volubile bindolo raggira
Tutto il dì, senza posa, e non sa quanto
Sgorghi tesoro da la sua fatica.
Ma tu, di libertà padre, fai lieve
Ogni gravezza, ogni umiltà sublimi,
Ogn'inerzia dilegui, e di noi stessi
Conoscenza ne dài piena e sicura.
Tu de l'etereo Sol, da cui proviene
Quanto è d'uopo a la vita, il più fecondo
Raggio in noi custodisci, ed una al chiaro
Conoscimento, che da lui si nacque,
Un ribelle ne infondi altero istinto,
Per cui, divino matricida, a fronte
D'essa Natura l'uman genio irrompe
Con fiera sfida, e la tenzona a morte.
O solenni ardimenti, o generose
Pugne e vittorie senza fine, a cui
Deve l'uomo mortal meno infelice
Vita nel mondo, e sol per cui si eterna!
Sovra la fossa, ov'ei tutto discende,
La memoria di lui sorge, e qual face
Da mille spere riprodotta in giro,
Entro ai petti degli uomini risplende
Centuplicata, e si perpetua, e in guisa
Vive con noi, che, per superbo inganno,
Vita verace il ricordar si tiene
Ed anima immortal, ch'abiti altrove,
La memoria che d'altri in noi risiede.
Ma del credulo gregge e dei fallaci
Ciurmadori de l'Arte e di Sofia
Scevre serbate voi le nuove genti,
O Sol, re de la vita, o Amor, sovrano
Del pensiero mortal; voi de la vostra
Pura luce vital fate lavacro
Agli egri petti, e date ala ed acume
A qual dentro a l'error cieco si ostina
Siccome talpa sotterranea: ei senta
Stupefatto ad un'ora il vostro lume,
Mentr'io, già presso al mio trïonfo, a voi
Tendo le palme, e voi propizî invoco!—

Tal parlava implorando, e il guardo acuto
Più che punta di stral figgea nel volto
Radïoso del Sol, quando a un sol punto,
O che vero ei mirasse, o che a l'ardente
Spirto facesse illusione il senso,
Visto gli venne un portentoso aspetto,
Onde il cor gli balzò. Come ne l'ora
D'un purpureo tramonto, ove più ferve
A piè de la Scillèa balza il vorace
Turbo estuöso del latrante mare,
Sorger vede il nocchier vigile un roseo
Fantasima di donna, a cui ghirlanda
Sono i raggi di cento iridi, e molle
Guanciale il fior de le fioccanti spume;
L'affisa egli ammirando, e, se in quel tempo
Gli sorride ne l'alma un dolce amore,
L'oggetto dei suoi voti in lei ravvisa;
Così a fior del fiammante orbe del sole
Nuotar vede l'Eroe trepido un'ombra,
Incerta ombra da pria, che umana forma
Man mano assume e leggiadria cotanta,
Che la viva in suo core Ebe gli sembra.
Esultò giubilando, e in queste alate
Voci si effuse:

—Oh! ben t'è stanza il sole,
Ben t'è regno la luce, aurea bellezza,
Che il petto mio, vago di luce, imperi!
L'amor mio non sei tu? L'idolo amato
D'ogni speranza mia? L'ala e la possa
Del mio pensier? Deh! come fausto io deggio
Stimar l'auspicio, che da te mi viene
In quest'ora solenne! Ecco, già sento
Crescer lena al mio spirto; odo la voce
De la terra e dei secoli, che chiama
Al gran giudizio Iddio! Non altrimenti
Che fosco immaginar d'egro intelletto
De la rosea salute al giovanile
Soffio si sperde, io sperderò le larve,
Che ne usurpan dei chiari astri la sede:
Tutti i Numi cadranno; al ciel, da cui
Una fiera e tenace ira mi escluse,
Or mi solleva, e trïonfante, Amore!—
Ciò detto appena, un tal fascino il prese,
Che per lo spazio il sollevò: non punto
Dissimigliante a fuscellin, che avversa
Forza di calamita attira e regge;
Se non che, quanto più di contro al sole
Lucifero salía, tanto fra' biondi
Raggi del ben veggente astro la bella
Crëatura d'amor veníagli appresso.
L'un lasciavasi a tergo il montuöso
Arido aspetto de la varia luna;
L'altra il denso Cillenio; e già a la vista
Ridea d'entrambi l'acidalia stella,
Cara sempre ad Amor, sia che tra' fiori
Del candido mattin splenda, e le piaccia
Di Lucifero il nome, o che tra' rosei
Vespertini crepuscoli biancheggi
Dagli amanti invocata, e più le giovi
Che il penoso mortale Espro l'appelli.
Qui s'incontrâr l'alme felici, e un'onda
Di purissima luce e di colori
Si diffuse d'intorno, e parte n'ebbe
Ciascun pianeta e non minor la terra.
Tal, se indagine umana al ver s'adegua,
Versa tesor di colorati raggi
Sovra i cultori suoi Perseo superbo,
Perseo, che a l'alba Galassèa nel grembo,
Qual trïonfante eroe, splendido incede,
E trono e serto ha di due Soli: un, tutto
Fiammeggiante di porpora, vermigli
Dardi per l'aria, a par di Sirio, avventa;
L'altro in un vel di cupo indaco avvolto
Mestissimo risplende, e d'ambi al raggio
In cento iri d'amor l'aria si frange.
A l'aspetto di lei, luce costante
Del suo pensier, verbo non ebbe o voce
O sospiro l'Eroe; sol di quantunque
Forza d'amplessi a le sue braccia, e al ciglio
Splendor di sguardo a lui mai diede Amore,
L'abbracciò tutta quanta, e la comprese.
Ella parlò:
—Me non la luce, o il cielo,
Ma la terra natía covre e trasforma
Con benigna virtù: polvere io sono,
E su le membra, che l'Amor fioría,
Or l'argentea rugiada educa fiori,
Tra cui l'armonïosa aura susurra.
Però non ammirar, se agli occhi tuoi,
Siccome un dì, pur tuttavia risplendo
Dentro a la luce dei miei giovani anni:
Miracolo è d'Amor; palpito e vivo
Immortal vita nel tuo petto, e queste
Forme fiorite, che l'Amor mi dona,
Altro non sono che veder, per cui
L'anima tua pietosamente illude.—
Con questi detti eran venuti a l'auree
Case del Sol, che tutto vede. Agli occhi
De lo stupito Eroe di luce nuova
Balenò la fanciulla, e tanta prese
Parte di lui, che dentro a lui disparve.
Dritto sul fiammeggiante astro egli stette
Con eccelso pensier: fra quel deserto
Vastissimo di luce, immensurata
Granitica parea mole, che sfidi
La procella dei sordi anni e del cielo.
Dove figge lo sguardo? Al globo estremo,
Che i pensanti mortali alberga e nutre,
Veglian perpetue le sue cure. Orrende
Cose egli vede in quell'istante: oscure
Carceri e ferri cigolanti e ruote
Stridule sopra a vive ossa e cadenti
Sovra al collo de l'uom nitide scuri
E torbe fiamme crepitanti ingorde
D'umane carni e gorgoglianti abissi,
Da cui, fra un vasto popolo di morti,
Pochi, indomiti capi alzansi a guisa
D'incrollabili rupi e di Titani;
E, sopra tutto, galleggiante un'ara
Lucida ai roghi, e in cima ad essa un muto
Fantasima, che or dorme ed or sorride
Villanamente. Fiammeggiò negli occhi
Terribile l'uman Dèmone, e, tutto
Dal profondo del cor svegliando il grido,
Queste fiere avventò voci supreme:

—O voi, che ne la fossa
Da tanti anni dormite,
Vestite i nervi e l'ossa,
Fuor de la morte uscite;
Da l'una a l'altra riva,
O Morti, in piè levatevi:
Il gran giudizio arriva!

Su la temuta scranna,
Giudice inesorato,
Non siederà tra' fulmini
Siva feroce, o il nato
Da vergin grembo: in questo
Novo giudizio mio,
Morti, voi siete i giudici,
Il delinquente è Dio!

Porgi al vietato sorso,
Tàntalo, il labbro; scuoti,
O Encèlado, dal dorso
Il cupo Etna; dal fondo
Dei fiammeggianti inferni,
Tiféo, balza, e t'allegra:
L'adamantina Morte
Spezza del ciel le porte,
E, spazïando libera
Pe' vani antri superni,
Fischia, e s'apprende a l'egra
Canizie degli Eterni.

Novello Brïarèo,
Bronte novello al grido,
La voce alza e la faccia
Il Pensier numicido;
E, con più fauste prove
Che sul campo Flegrèo,
Strozza il mutato Giove
Con le sue cento braccia.—